Cagliari. Nessun incontro avviene mai per caso
LATITUDINE 39°12’58.93’’ NORD
LONGITUDINE 9°08’17.72”EST
Avevo appena dato un’occhiata veloce al mio cronografo da immersione: lancette e orologio digitale segnavano le 11:55, giusto in tempo per osservare il tiepido sole di fine inverno transitare per lo zenit. All’ombra della statua dedicata a San Francesco, il cui misticismo e l’aura di magia facevano breccia anche nelle anime più coriacee e aride, osservavo la fisionomia dell’effige bronzea compiacendomi con l’artista per la plasticità e la bellezza che era riuscito a trasferire nella materia informe. Per un istante avevo chiuso gli occhi respirando il vento leggero di maestrale che soffiava sul colle cagliaritano: nelle mie retine erano rimaste impresse le immagini del panorama mediterraneo nel susseguirsi di stagni e spiagge fino a scorrere verso il mare lontano, puntellato da onde dalle creste bianche. Fu in quel momento che le voci leggere di due donne irruppero nel mio mondo. Destino giocoso.
Forse fu frate Francesco, nella sua forma bronzea, a concepire l’incontro e a organizzarlo nei minimi particolari. Sarebbero bastati pochi istanti o un qualsiasi intoppo per mancare quell’appuntamento che, inesorabilmente, era stato scritto secoli addietro. Tutto pareva già segnato e scritto. Per mia natura non mi sarei mai sognato di attaccar discorso con due perfette sconosciute che, tra le altre cose, parevano impegnate in considerazioni tute loro sul panorama e sulla giornata quasi primaverile della città, visibilmente disinteressate alle tante persone che a quell’ora affollavano il viale che si inerpica sul colle. Eppure bastò un attimo, un momento cruciale, per incrociare le voci e intavolare un discorso apparentemente banale sulla collocazione del santo. Le due donne sembravano interessante alla spiegazione, nata casualmente, sull’orientamento del monumento, sulla sua posizione e sul curioso e fluido andamento delle braccia di Francesco. Restammo a dialogare alcuni intensi minuti in un andirivieni di domande e risposte, quasi un giocare di parole che si muovevano sotto la direzione dell’Uomo di Assisi. In quel susseguirsi di parole e di spiegazioni mi resi conto dell’energia che si stava concentrando in quel momento sul piccolo fazzoletto di terra che ospitava la statua. Era come se il simulacro del santo fosse divenuto, all’improvviso, un’antenna in grado di captare delle invisibili forze positive, rendendo ogni parola una nota musicale in grado di creare una benefica armonia.
Di lei mi colpì immediatamente il viso incorniciato da lunghi capelli biondi: la posizione del corpo, in controluce, ne rendeva ancora più eterea e slanciata la figura, facendola risaltare al cospetto del panorama marino e spandendo l’oro della sua capigliatura intorno agli occhiali da sole neri calati sugli occhi. Cercando di percepirne lo sguardo mi ritrovai, quasi inconsapevolmente, ad alzare quella barriera che si frapponeva tra i miei e i suoi occhi. In quell’attimo ebbi tutta la consapevolezza della donna che mi stava davanti, catturato dal suo sguardo e dalla linea delle palpebre che le impreziosivano il viso. Dal suo modo di guardarmi ebbi come la sensazione di una richiesta d’aiuto, forse inconsapevole in quel momento, quasi potessi trasformarmi in un paracadute per alleggerire la sua caduta verso un profondo e incerto destino. A scrutare le sue pupille si percepivano mille sentimenti contrastanti, in lotta tra loro: tristezza, voglia di vivere, amarezza, un accidentato cammino di vita. Eppure, in quel balenio di emozioni che avevano trovato un loro canale di comunicazione nell’intensità del contatto visivo, pareva che mancasse ancora un elemento, un’azione. Arrivò nel gesto delle mani protese verso di me che, con lentezza e delicatezza, andai a stringere. Fu in quella stretta che si creò una magica alchimia. Le sue mani erano candide al confronto delle mie, già abbronzate dal sole: affusolate, curate, delicate e forti allo stesso tempo. Mi colpì l’energia con la quale strinse le mie, in un dialogo tattile che raccontava delle sue titubanze, di una vita trascorsa, di molte vite passate. Avevo la netta sensazione di un’antica familiarità con quelle mani, di averle già strette e guardate, forse baciate e ammirate. Sensazione. Era come se in quel momento ogni cosa si fosse fermata per lasciare spazio alle dita che si sfioravano, danzando impercettibilmente in un tango lento e misterioso. Mani intrecciate e incerte, polpastrelli che ne sfioravano il dorso per tentare di raccontare quale bellezza vi fosse nella serenità di un cammino, quella serenità che lei aveva smarrito nei meandri di una caverna. Il buio nel quale camminava ebbe l’effetto di richiamare alla mia mente l’immagine di una pietra nera lucente, utilizzata come amuleto e dispensatrice di benefici. La pietra nera, l’ossidiana, frammento magico della terra: le ripromisi di donarle un pezzo di questo vetro vulcanico, piccolo amuleto da conservare e da accarezzare nel suo viaggio di rientro verso la città che tanto pareva opprimerla, quella Torino misteriosa e ambivalente, nata a cavallo tra il nero e il bianco della vita. Città della magia e dello spiritismo, dove le storie reali e i fatti di cronaca si mischiano con la fantasia. Torino e Cagliari sembravano così distanti eppure esiste un filo rosso che ne unisce ancora oggi, così come nel passato, storie e vicende. Storie di magia e di personaggi come Antonio Corvo Saluzio, incappato nelle maglie dell’Inquisizione cagliaritana per via di alcuni scritti ritrovati nella sua dimora: scritti di magia e di alchimia che, nella fuliggine spirituale della religione, ne avevano decretato la morte in carcere. Saluzio era stato vittima delle t*****e che il braccio secolare della Chiesa gli aveva inflitto nel tentativo di estorcere verità nascoste, o forse si era trattato di semplici atti di comodo utili a giustificare il ruolo dell’Inquisitore, dare una patina di legalità al crimine. Anima innocente quella del torinese, sembrava ancora vagare tra le vie del quartiere di Villanova a cercare risposte per tanta crudeltà: s’accompagnava a quanti, negli anni della pesante repressione contro il libero pensiero, contro la scienza e contro la medicina fatta di rimedi naturali, avevano trovato la morte nei roghi della Chiesa.
Ritrovai la donna il giorno successivo, così come ci eravamo ripromessi: era arrivata in perfetto orario mentre io, mosso da una strana euforia di cui non comprendevo ancora in pieno la portata, aspettavo davanti al porto stringendo tra le mani il frammento antichissimo di pietra nera. All’appuntamento eravamo arrivati in quattro, giusto per consumare un caffè in uno dei locali che si affacciano nella palazzata di via Roma. Ma mi resi subito conto che ogni discorso, ogni dialogo che si svolgeva all’interno del gruppo aveva assunto i toni della vacuità e della banalità. Tenevano banco il compagno di quella donna affascinante e misteriosa e un’amica dalla parlantina tanto veloce quanto inconcludente: giusta condizione per annoiare la mia mente e portarmi su altri livelli di ragionamento. Fu nell’istante in cui tolsi dalla mia tasca la confezione di sigari olandesi, reclinando leggermente la testa per accostare l’involucro di tabacco alla fiamma, che incrociai il suo sguardo. Fu un istante, un frammento di vita che mi parve durare un’intera giornata, nel quale i nostri sguardi si incrociarono nuovamente; questa volta ci fissammo a lungo, in un silenzio che raccontava più di mille parole. Potevo vedere l’espressione dei suoi occhi mutare velocemente, passando da un iniziale stupore alla dolcezza di uno sguardo fisso, impavido, eroico, che si stagliava davanti alle mie retine. Penso che in quegli istanti, così come accade nei momenti caratterizzati da una forte emozione, ci sia stata la possibilità di raccontare l’una all’altro interi spezzoni di vita, in un montaggio cinematografico che nel giro di brevissimo tempo offre la possibilità di mettere a nudo l’animo umano.
Quando ci salutammo le donai finalmente l’involucro nero nel quale avevo rinchiuso l’ossidiana. L’avevo tenuta stretta tra le mani per molto tempo, per caricarla e caricarmi di un’energia antica e tellurica, quella stessa energia che speravo potesse essere per lei di beneficio. Sfiorandole le mani mi nutrii del piacere del contatto con il suo corpo, gustando quella sensazione che i bambini provano nell’ammirare una cosa totalmente nuova e bella. Lei era ciò che per brevità si potrebbe definire “il totalmente differente”. Mi guardò nuovamente prima di andare via: ci osservammo con una tale intensità da temere che le persone che stavano in nostra compagnia s’accorgessero della forza dei nostri sguardi, della loro profondità, della sete di conoscersi. E mai avrei immaginato che gli eventi potessero prendere una piega così curiosa e affascinante.