Nel porto di Cagliari. Gennaio 1872-1

2125 Parole
Nel porto di Cagliari. Gennaio 1872 Il nostromo Peter De Witt era uomo abituato ad affrontare ogni situazione imprevista; da quando aveva iniziato ad andare per mare s’erano presentate mille occasioni per mettere alla prova il suo proverbiale sangue freddo, la sua glaciale forza d’animo. Dai genitori aveva ricevuto un dono non comune: una forte sensibilità verso l’invisibile, capacità che lo rendeva vigile e pronto ad affrontare ogni traversia della vita. D’altra parte la corporatura imponente, la barba bionda macchiata dal fumo della pipa in terracotta erano un’armatura che lo difendeva dalle avversità. Eppure quella domenica mattina del gennaio del 1872 lo sguardo fermo, ferreo, dell’uomo aveva vacillato davanti alla scena che gli si era presentata davanti. Peter De Witt era rimasto per diversi minuti immobile davanti alla cabina del capitano Looman, in un misto di apprensione e turbamento, indugiando dopo aver battuto alla pesante porta in legno con le nocche ossute. Poi l’aveva aperta con una chiave di riserva. Non era certo normale che il comandante della Roos van de Zeeën , la mitica Rosa dei Mari, s’attardasse nella cuccetta: tutto l’equipaggio era abituato a vederlo camminare sul ponte fin dalle prime luci dell’alba. Era stato proprio questo lungo ritardo a spingere il nostromo a bussare ripetutamente alla cabina del comandante, prendendo poi la decisione di utilizzare un passe-partout per forzare l’uscio: De Witt, che era accompagnato dal secondo ufficiale di bordo, il signor Janssen, restò impietrito davanti alla scena che si presentò ai loro occhi. Il corpo del capitano Looman era disteso sul pavimento, vestito con i pesanti pantaloni blu notte della divisa e con la camicia bianca aperta sul petto. Il corpo si trovava in una curiosa posizione che seguiva, in un umano disegno geometrico, la traccia di una stella a cinque punte che era stata segnata utilizzando un gesso bianco. Ai vertici del pentacolo erano ancora ben visibili i mozziconi consumati di cinque candele rosse che, a giudicare dalla loro altezza, dovevano essere rimaste accese per diverse ore. In corrispondenza dei resti delle candele erano state tracciate cinque lettere, una per ogni vertice della stella: A.L.C.O.R. In senso orario apparivano come un rebus da identificare, seguendo un filo rosso sconosciuto. Tutt’intorno, nella piccola cabina che Looman utilizzava come rifugio durante le lunghe giornate di navigazione, si percepiva un curioso profumo dolciastro, miscela olfattiva che sapeva di zenzero, incenso e altre essenze sconosciute. Ai due era bastata una rapida occhiata per comprendere che il giovane capitano aveva ormai lasciato il mondo conosciuto per navigare verso i lidi dell’oltretomba; il tastare il polso per percepirne un barlume di battito era stato l’ultimo scrupolo che De Witt s’era preso per constatare quanto gli occhi e il cuore avevano già compreso. In quella fredda mattinata di gennaio il capitano Johannes Hendrikus Looman osservava con estremo distacco quella che era stata la sua cabina: alle pareti, trattenuti da corde intrecciate, erano appesi numerosi oggetti che raccontavano di viaggi e rotte lontane dal Mediterraneo. Maschere provenienti dal lontano oriente, spade e pugnali dalle fogge più ricercate e, situato al centro dell’unica parete libera da oggetti, un grande quadro che rappresentava due oggetti intrecciati sullo sfondo di una scacchiera bianca e nera. Squadra e compasso che si stagliavano nel susseguirsi dei due colori rappresentavano il simbolo della loggia massonica olandese che aveva accolto il giovane Looman nel 1865. Lo spirito del capitano ebbe in quell’istante la sensazione di essere trasportato in un tunnel temporale, spettatore muto della sua iniziazione all’obbedienza libero-muratoria. Era indubbiamente lui. Riconosceva i suoi tratti e il suo viso, illuminato leggermente dal bagliore di una candela. Si trovava chino davanti ad uno scrittoio, in una piccola stanza dalle pareti completamente nere. Ogni tanto il giovane, vestito con la divisa di gala della marina da guerra olandese, sollevava lo sguardo dal foglio che stava dinnanzi ai suoi occhi per osservare i simboli e le scritte che campeggiavano, in un acceso color bianco, sui muri della camera di riflessione. Era stato portato lì dentro per meditare sul suo prossimo passaggio, quell’ingresso all’interno dell’organizzazione massonica che avrebbe sancito una simbolica morte del suo stato profano e l’innalzamento verso il livello più alto di iniziato. Looman sapeva pochissimo sull’Istituzione: conosceva molti ufficiali che erano entrati a far parte di quest’organizzazione, uomini stimati e di buoni costumi, alcuni dei quali l’avevano segnalato come persona degna di far parte della fratellanza. In alcuni porti nei quali aveva fatto più volte sosta gli era capitato di incontrare amici fidati che, in riservatezza, gli avevano confidato la propria appartenenza a quel cenacolo di persone animate da uno spirito di fratellanza che prescindeva da censo, religione e provenienza. Hendrikus Looman era rimasto affascinato, forse anche per via del carattere avventuroso che lo contraddistingueva, da quel consesso di persone che emulavano spiritualmente il lavoro che le antiche maestranze muratorie avevano condotto nella costruzione delle cattedrali gotiche. S’immaginava l’intensità della fratellanza e il grado di conoscenza che governavano il cantiere: qualche anno prima della sua iniziazione era rimasto affascinato dalla vista della cattedrale di Notre-Dame de Chartres, dal susseguirsi di simboli e di messaggi che provenivano dalla pietra lavorata così abilmente. Lui, di fede protestante come il resto della sua famiglia, aveva provato una sensazione totalmente nuova nel percorrere gli spazi tra le navate della chiesa medievale. Chi ne aveva studiato il progetto e guidato la costruzione diversi secoli prima aveva certamente avuto dall’Altissimo il dono della comprensione della bellezza e dell’armonia che regolano le forme dell’architettura; lo sconosciuto architetto, elevando nel 1194 questo edificio, aveva concepito non solo un tempio ma, a beneficio degli adepti alle scienze arcane, un libro aperto da consultare nel percorso verso i misteri che regolano il mondo. Grande era stata l’impressione nel percorrere, seguendo le trame della via per lui ancora non tracciata, il grande labirinto situato nella navata centrale della chiesa cattedrale: i passi di quel percorso sarebbero ritornati più volte nel corso della sua vita, a scandire i passaggi più elevati del suo spirito. Nel buio del tempio massonico Hendrikus Looman era stato iniziato ai tre gradi della Massoneria, gradini che gli avevano dato poi accesso allo studio della magia e dell’alchimia. Era stato un passaggio quasi obbligato nella sua formazione esoterica, così come il suo animo curioso e indagatore ne alimentavano la voglia di studio e di conoscenza. Nel suo stato attuale di spirito libero da catene corporee poteva ripercorrere ogni tappa del cammino iniziatico che ne aveva contrassegnato l’esistenza in vita. Poteva così transitare nel tempo e nello spazio, fino ad ammirar se stesso intento a leggere antichi libri di alchimia che era riuscito a recuperare durante i viaggi nelle principali capitali europee. Ricordava ancora quanta gioia l’avesse invaso nel ritrovare a Parigi, nella libreria Delamain di rue St. Honoré il testo di Vincenzo Soro, il “ Gran libro della natura”. Aveva studiato in maniera approfondita ogni singola pagina andando a scandagliare, grazie alla preparazione ermetica ricevuta da uno degli anziani maestri della sua officina massonica, tutti gli aspetti della magia antica, concepita per il beneficio dell’uomo e il suo progresso verso l’alto. Di questo intenso periodo di studio rimaneva ancora oggi una piccola scritta che campeggiava dinnanzi agli occhi del nostromo De Witt. ALCOR Il y a un temps la Reine courait vers la pierre La lapide sulla quale era scritta la frase pareva vecchia di secoli, con i segni dell’usura del tempo e delle numerose scalfitture che ne ricoprivano la superficie. Sembrava un frammento di una lapide più complessa che era stata sezionata consapevolmente con uno scopo ben preciso. Il nostromo De Witt avvertì un brivido profondo, una sensazione di freddo intenso che, come un’onda oceanica cosparsa di spuma bianca, gli attraversò il cuore lasciandolo per diversi secondi in apnea, privo di fiato e della capacità di reazione: nella cabina del capitano Looman pareva che il tempo di fosse fermato, aprendo porte e passaggi fino ad allora mai percepiti. L’olandese non poteva immaginare che in quello stesso istante lo spirito, quello che i comuni mortali avrebbero definito come un fantasma, gli era accanto stringendolo per le spalle in un gesto di amichevole affetto. Fu proprio quella stretta impercettibile a scuotere il ferreo nostromo: come se avesse preso coscienza della presenza del suo capitano, girò la testa di scatto giusto in tempo per intravvedere, sfumata e sorridente, la sagoma di Looman. La Roos van de Zeeën era giunta nel porto di Cagliari con il suo carico di pellami e di ingombranti matasse di corda di canapa, acquistate dai grossisti del capoluogo per far fronte ad una sempre maggiore richiesta di materie prime. Da quando Cagliari, dopo il 1865, aveva cessato di essere una piazzaforte militare, i traffici e i commerci erano aumentati sensibilmente, richiamando nella città numerosi negozianti stranieri: pareva che con l’abbattimento delle vecchie barriere difensive, alcune delle quali risalenti al periodo della presenza spagnola, Cagliari si fosse risvegliata da un lungo letargo, attirando non solo investitori esteri ma anche dando impulso a numerose nuove attività economiche. Il porto era divenuto in breve tempo crocevia di mercantili, golette e imbarcazioni da trasporto pronte a consentire il viavai di merci e materiali pronti per la trasformazione. Dopo aver provveduto alle operazioni di scarico, l’equipaggio della goletta olandese, composto da trentatré uomini di varia nazionalità e provenienza, aveva caricato come di consueto una cospicua quantità di sale che proveniva dalle coltivazioni dello stagno di Molentargius, situato a ridosso del litorale orientale della città. Hendrikus Looman la sera precedente al decesso era stato invitato, com’era ormai consuetudine, a presenziare ai lavori della Rispettabile Loggia La Concordia, costituita a Cagliari sotto la spinta di un imprenditore continentale, Jean Castello. Si trattava della prima officina massonica nata sulla scia di iniziative analoghe che stavano andando a costituire la famiglia liberomuratoria italiana. Con l’unificazione del Regno e il progressivo alleggerimento del peso del potere temporale esercitato dal Vaticano, anche Cagliari era stata permeata dalla ventata di novità e da quello spirito di libertà che stava contagiando la penisola. Sebbene non mancassero le forti resistenze delle correnti oltranziste, legate per tradizione e censo al soglio di Pietro, in città furono in molti a guardare con benevolenza la nascita di questo club che mostrava il suo impegno civile sostenendo le cause dei più deboli, favorendo la scolarizzazione laica e operando con azioni benefiche. Hendrikus, con i suoi paramenti massonici che denotavano l’appartenenza agli alti gradi iniziatici, s’era presentato davanti al portone del tempio cagliaritano di via Sant’Eulalia all’imbrunire, così com’era indicato nel biglietto d’invito firmato dal Maestro Venerabile della loggia. Su Cagliari spirava un freddo vento di maestrale che si incanalava nelle vie del quartiere Marina, aumentando di potenza. Prima di fare il suo ingresso nel vasto appartamento, che era stato trasformato dalle mani di esperti artigiani per essere funzionale alle esigenze di loggia, il capitano non poté fare a meno di pensare alla sua donna, l’amatissima ragazza olandese che poco tempo prima era divenuta la sua sposa, coronando un breve fidanzamento. I due si erano conosciuti casualmente, nell’abitazione di un congiunto della giovane, ed erano bastate poche e fugaci occhiate per far scattare l’interesse reciproco. Lui, alto e abbronzato, lo sguardo fiero e profondo, era vestito con un completo blu che ne esaltava l’armonia dei gesti. Se ne percepiva la forza e l’agilità; il corpo dell’uomo pareva capace di muoversi con la tranquillità propria di un guerriero conscio delle proprie possibilità. Caterina Hausen, con la sua pelle chiarissima e gli occhi scuri, aveva un fascino non comune, derivante non solo dalla bellezza esteriore ma anche da un’aura di magia che pareva circondarla. Sul viso, oltre agli occhi, risaltavano le labbra simili a due petali di rosa ancora avvolti dalla rugiada. I due si erano rivisti in più occasioni cementando l’attrazione reciproca culminata con un bacio lungo e languido. Preludio d’amore profondo. Battendo sul pesante portone del palazzo della Marina Hendrikus si trovò a pronunciare, impercettibilmente, il nome della sua sposa, quasi fosse la parola di passo per accedere ad un mondo carico di magia e di sensazioni. Hendrikus conosceva bene il tempio massonico cagliaritano; in tutti i suoi viaggi non aveva perso occasione per frequentarne i lavori e condividere con i confratelli di quella città di mare esperienze e studi iniziatici. All’ingresso del tempio, nella sala dei passi perduti, svettava il labaro dell’officina ricamato in oro su fondo celeste. Intorno al grande tavolo che veniva utilizzato per le agapi rituali erano sistemate una ventina di sedie abbellite sullo schienale da intarsi che rappresentavano tre melagrane, simbolo della unicità e molteplicità dell’Ordine. L’appartamento, messo a disposizione per gli usi massonici da un confratello, comprendeva una grande sala adibita a tempio e due stanze utilizzate come segreteria e biblioteca. In prossimità dell’ingresso al tempio era stata ricavata una saletta che ospitava il gabinetto di riflessione. Quella sera era già occupato da un profano che, una volta ultimato il proprio percorso di preparazione, sarebbe stato introdotto nella famiglia massonica: Looman conosceva bene l’emozione che si poteva provare nella semioscurità di quel luogo, avvolto dal silenzio, impegnato nel prepararsi ad una rinascita verso la conoscenza e la fratellanza. Ricordava ogni minimo dettaglio del luogo oscuro, ornato con figure e rappresentazioni di oggetti in grado di divenire elementi vivi nel palcoscenico di un’allegoria della morte e della rinascita.
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI