Capitolo Primo

1425 Parole
Capitolo Primo Ancora quel sogno, l’incubo che non gli dava tregua. L’ultima missione. In principio sembrava una delle tante dell’Ordine dei Cavalieri Teutonici contro le tribù pagane dei Prussi. Dopo che gli esploratori avevano individuato un forte nemico fatto di tronchi e di terra, un contingente di cavalieri del castello di Thorn si era messo in marcia per attaccare e distruggere l’obiettivo. Sfruttando i fiumi gelati come piste, i crociati erano giunti nei pressi della fortificazione che sorgeva su una collina e, dopo aver saccheggiato l’area limitrofa, avevano dato inizio all’assedio. Sostenuti dal micidiale tiro dei balestrieri e dal lancio di pietre delle catapulte, i Cavalieri Teutonici erano andati all’assalto delle mura eliminando, dopo un accanito combattimento, i guerrieri nemici che presidiavano gli spalti e tutti i pagani che avevano opposto resistenza. Poi, dopo aver razziato il bestiame e radunato i prigionieri, su ordine del comandante, la fortezza e gli edifici annessi erano stati dati alle fiamme. Quando tutto sembrava ormai concluso, da una capanna avvolta dal fumo e dal fuoco erano uscite urlando due figure, ridotte ormai a torce umane, che cercavano disperatamente di salvarsi gettandosi nello stagno all’interno della cinta muraria che forniva acqua e pesce alla popolazione in caso d’assedio. Tutto inutile. I corpi si erano contorti tra gli spasimi, quindi si erano afflosciati senza vita poco prima di raggiungere le sponde dello stagno. Il comandante dei Cavalieri Teutonici era corso loro incontro nel vano tentativo di salvarli. Una volta di fronte ai cadaveri orrendamente ustionati, si era reso conto che si trattava di una donna e di una bambina, forse madre e figlia, che si erano nascoste dentro la capanna aspettando che i Cristiani se ne andassero. L’atrocità dell’accaduto era sufficiente per rimanere impressa in maniera indelebile nella mente di chiunque, per non parlare del massacro verificatosi in precedenza. Al comandante era andata peggio, perché da allora riviveva, suo malgrado, quel macabro spettacolo quasi ogni notte con nuovi e raccapriccianti particolari. Nell’incubo, la madre della bambina, prima di accasciarsi al suolo, emetteva una sorta di urlo muto e straziante che usciva dalla bocca consumata dalle fiamme e con le ultime forze puntava l’indice scarnificato contro di lui, quasi ad accusarlo della morte sua e della figlia, nonché della fine di innumerevoli altre vite. Quell’uomo, il comandante della fortezza di Thorn, ora si trovava seduto nel suo letto in un bagno di sudore, dopo essersi svegliato di soprassalto ancora una volta. «Basta, basta! Oh mio Dio, ti prego, liberami da questo tormento», pronunciò flebile quasi senza fiato e con il cuore che batteva all’impazzata. Aveva l’impressione che le pareti della cella si fossero avvicinate all’improvviso, serrandolo in una morsa soffocante dalla quale doveva liberarsi al più presto, se non voleva impazzire. Gettò a terra la coperta e si alzò barcollante, dirigendosi verso la brocca appoggiata su un piccolo tavolo sotto la finestra. Si versò dell’acqua in una coppa e bevve avidamente per cercare di placare l’arsura e il calore che gli avviluppavano il corpo. Ma ciò non fu sufficiente a calmarlo. Aveva bisogno di respirare aria fresca. Indossò gli stivali che teneva ai piedi del letto, si gettò sulle spalle l’ampio mantello bianco con la croce nera dalle estremità allargate che era appeso a un piolo e uscì dalla stanza. Percorse a piccoli passi il lungo corridoio che conduceva ai camminamenti di ronda rischiarato dalla luce delle fiaccole, tenendosi prudentemente vicino al muro per avere un punto d’appoggio qualora gli fossero mancate le forze. Infine, dopo un tempo che gli parve incredibilmente lungo, abbandonò il corpo centrale della fortezza costruita alla foce del fiume Drewenz, che dalla Prussia centrale affluisce nella Vistola. Una volta raggiunta la prima cerchia di mura cominciò a sentirsi meglio e la respirazione poco alla volta tornò regolare così come i battiti del cuore. Appoggiò la fronte a uno dei merli del castello e, tenendo gli occhi chiusi, iniziò a pensare alla sua condizione. “Cosa mi sta succedendo? Non posso andare avanti così”, rifletté in preda allo sconforto. Si sentiva prostrato nel corpo e nello spirito ed era consapevole che il motivo non poteva essere legato solo all’ultima missione e agli incubi che ne erano scaturiti. Forse si trattava di una crisi dovuta al logoramento che avrebbe afflitto ogni individuo nel suo stato: la responsabilità della vita di molti uomini in una terra di frontiera piena di pericoli. No, c’era qualcosa di più profondo. Un nemico invisibile sembrava divorarlo dall’interno in modo costante e inesorabile. Ripensò a quello che aveva rappresentato per lui l’ingresso nell’Ordine dei Cavalieri Teutonici più di vent’anni prima. Da quel momento aveva trovato uno scopo nella vita, dopo una gioventù sprecata nella vana ricerca del soddisfacimento delle più svariate passioni che avevano scatenato la rabbia e la violenza annidate nel suo animo. E l’ingresso nell’Ordine era legato all’ultimo, tragico episodio della sua sconsiderata giovinezza. Aveva ucciso un uomo, anche se non aveva l’intenzione di farlo, o almeno così ricordava. Il vescovo della sua città l’aveva condannato a espiare il delitto presentando domanda di ammissione nei Cavalieri Teutonici, che avevano accolto la sua richiesta grazie all’influenza esercitata dalla sua famiglia, desiderosa di cancellare a tutti i costi quell’ignominia. Nessuno degli uomini della guarnigione di Thorn conosceva l’oscuro passato del comandante che ora se ne stava sugli spalti in preda a mille dubbi. “Non posso crollare proprio adesso, i miei fratelli hanno bisogno di me, non posso deluderli”, pensò tra sé. Poi aprì d’improvviso gli occhi e guardò in direzione del borgo che si trovava di fronte a lui, inglobato nella cerchia muraria cittadina. Presto sarebbe giunta l’alba e già s’intravedevano i segnali inequivocabili del risveglio degli abitanti, grazie ai fuochi che qua e là si accendevano. “Chissà come sarebbe la mia vita se fossi uno di loro”, si chiese immaginandosi nelle vesti di un contadino che, fatta colazione e salutata la moglie, avrebbe preso con sé un grosso bue per condurlo al campo e aggiogarlo per l’aratura con il figlioletto che camminava a fianco dell’animale con un pungolo. “Questa, forse, è la vera felicità: una vita semplice e onesta circondata dall’amore dei propri cari”, rifletté malinconico, mentre dentro di sé sentiva agitarsi antichi demoni e rimpianti per l’uomo che avrebbe potuto essere. Gli venne in mente il nome che i Cavalieri Teutonici avevano dato al castello di Thorn: Vogelsang, “canto d’uccello”. In realtà si trattava di macabro umorismo, perché molti soldati feriti cantavano ma non come usignoli, bensì con il canto doloroso del cigno colpito a morte. E così si sentiva egli stesso, ferito a morte, con l’animo oppresso dalle incognite che gravavano sul suo futuro. «Buongiorno, comandante», disse all’improvviso una voce nota. L’uomo si riscosse e, voltatosi, vide di fronte a sé una giovane sentinella che indossava un farsetto di lino imbottito a maniche lunghe. Al centro della veste era cucita una croce nera tronca, a forma di T, segno che apparteneva al rango dei sergenti. «Buongiorno, frate Siegfried. Niente da segnalare?», rispose, fissandolo negli occhi. «No, signore, tutto tranquillo. E poi chi mai oserebbe avvicinarsi con intenzioni minacciose alla nostra fortezza? È protetta dal fiume e dalle mura possenti, ma, soprattutto, basta la presenza dei Cavalieri Teutonici a intimidire chiunque», disse il sergente accennando un sorriso. “Oh, Siegfried, sei ancora molto giovane e sicuro di te. Credi che appartenere all’Ordine e servire Dio combattendo i pagani che rifiutano di abbracciare la vera fede, rappresenti la massima aspirazione possibile. Col tempo, forse proverai anche tu i miei tormenti e non riuscirai a darti pace”, pensò il comandante nell’udire la risposta del ragazzo e osservandone il volto ancora imberbe. «Molto bene. Allora prosegui pure la ronda». «Sì, comandante», disse l’altro allontanandosi con passo sicuro. L’uomo tornò a rivolgere lo sguardo verso le case dei coloni, ma nel giro di poco sentì una certa animazione provenire dalla porta d’ingresso principale, seguita da un rumore di passi affrettati alle sue spalle. «Comandante, scusate se vi disturbo ancora, ma abbiamo visite», gli comunicò Siegfried trafelato. «Visite? E di chi si tratta?», replicò sorpreso l’altro. «Signore, è appena giunto il legato pontificio», proseguì il giovane che aveva appreso la notizia dal passaparola delle sentinelle. «Il legato? Ma certo, ora ricordo! Deve trattarsi del vescovo Guglielmo da Modena, mi aveva comunicato il suo arrivo in una lettera che ho ricevuto qualche settimana fa», rammentò il comandante dopo l’esitazione iniziale. Diede quindi istruzioni al sergente di far preparare una stanza per l’ospite illustre e di farlo accomodare nella sala di rappresentanza del castello.
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