Capitolo 1 – L’Aridità della Fame
Il vento non portava solo l’eco delle onde. Portava l’ultimo respiro di un intero popolo. Non soffiava; sibilava attraverso le fessure delle mura possenti che non erano più una fortezza, ma una gabbia dorata su una scogliera moribonda. L’aria non era satura di sale e malinconia. Era secca, priva del calore umido dell’alito condiviso, del profumo della pelle sudata dal piacere. Un’aria da deserto, in riva al mare più vasto del mondo.
Valerian, sul suo trono di ossidiana levigata, non osservava l’oceano. Lo dissuadeva. Ogni onda che si infrangeva era un promemoria della forza vitale che scorreva al di fuori, inaccessibile. I suoi occhi, di un blu così intenso da sembrare buchi nel cielo notturno, non brillavano di potere. Bruciavano di un’astinenza antica e letale. Non era un re. Era un sopravvissuto. L’ultimo, il più forte di una stirpe che si stava spegnendo non per violenza, ma per inedia.
Il suo regno era un ossimoro: un harem senza concubine, un tempio della seduzione senza fedeli. I suoi uomini, i Ninfei, non si stringevano in attesa. Si appoggiavano alle colonne, alle pareti, come rampicanti privati del loro sostegno. La loro bellezza, terribile e non umana, era appassita. Le pelli che un tempo brillavano come perla sotto la luna erano opache; le chiome fluide erano stoppie; gli sguardi, creati per ammaliare, erano vuoti, fissi su un punto interno di bisogno primordiale. Non erano più seduttori. Erano tossicodipendenti in crisi d’astinenza.
Il suono delle dita di Valerian sul bracciolo non era un tamburellio impaziente. Era il ticchettio di un orologio a carica finita. Ogni tic era un giorno in meno, un briciolo di energia in meno.
«Quanto tempo?» La sua voce non era un comando. Era la richiesta di un condannato.
Rhys si fece avanti. Il suo corpo, un tempo scolpito per la battaglia e la conquista amorosa, era ancora imponente, ma come una statua erosa. Le sue spalle non erano tese per la vigilanza, ma curve sotto un peso invisibile. Gli occhi d’oro non brillavano di furore, ma di una lucida, disperata consapevolezza.
«Un mese. Forse meno.» Non c’era durezza nelle sue parole. C’era la nuda, spietata verità di un medico che pronuncia una prognosi. «Dopodiché, l’indebolimento diventerà irreversibile. Il corpo si atrofizzerà. La mente si dissolverà. Non cadranno. Si… dissiperanno.»
Valerian non strinse la mascella. La sua rabbia era troppo profonda per un gesto così umano. La sentì come un vuoto che si espandeva nel petto. La storia della loro cacciata da Atlantide, delle loro compagne rapite, della lunga fuga, era una leggenda dolorosa. Ma questa? Questa fine lenta, questa consunzione silenziosa nella loro stessa fortezza rubata? Era un’ironia troppo crudele.
«Abbiamo una via,» disse Rhys, e in quelle parole c’era un’ultima scintilla di quella determinazione guerriera. «Non una via d’uscita. Una linea di approvvigionamento.»
Valerian lo guardò, e per la prima volta la sua attenzione si staccò dall’abisso interiore. «Dove?»
«Il mondo di sopra. La Terra.»
Un sibilo, collettivo e affamato, percorse la sala. Non di paura. Di fame. La Terra era un mito, un luogo di esseri rozzi, rumorosi, effimeri. Ma erano vitali. Pieni di passioni brevi e violente, di desiderio grezzo. Per dei morenti di inedia, era una dispensa.
Fu Kyros a fornire i dettagli. La sua bellezza era la più sfiorita, il suo aspetto androgino diventato spettrale. Ma i suoi occhi, color lavanda malata, brillavano di un’intelligenza ancora acuta, velenosa. «Una celebrazione. Un ‘matrimonio’. Una concentrazione di energie emotive grezze, di attrazione, di… promessa.» Il suo sorriso era una smorfia. «Saranno disorientati. Ebbri di sentimenti. Facili da… condurre.»
Un matrimonio. Valerian capì. Non era solo una questione di prendere dei corpi. Era di nutrirsi dell’energia stessa dell’evento: dell’amore, della speranza, della lussuria nascosta, della gelosia. Era un banchetto emotivo già imbandito.
«Stanotte,» ordinò Valerian. La parola non era un’esclamazione. Fu un sigillo. Un patto col diavolo.
Un’ondata di eccitazione malata, come l’ultimo scatto di un moribondo, travolse la sala. Ombre di ciò che erano stati si mossero, sussurrando piani, lustrando armi che non servivano a uccidere, ma a incantare.
Ma mentre il piano prendeva forma, l’inquietudine in Valerian si solidificò. Non era ansia. Era una percezione. Come se l’aria stessa, finalmente mossa da uno scopo, avesse portato con sé un’impronta. Un’eco di un’anima che non conosceva, ma che risuonava in qualche angolo remoto del suo essere di seduttore morente.
Shane.
Il nome gli arrivò non come un pensiero, ma come un sapore. Amaro e dolce insieme. Una promessa di dissetamento, e una minaccia di veleno. Era il profumo del banchetto, forse. O era la trappola nascosta nel cibo?
Alzò lo sguardo verso l’alto, come se potesse vedere attraverso la pietra e l’acqua, verso quella spiaggia lontana, quella luna che sarebbe stata complice del loro furto. Qualunque cosa fosse, Shane, chiunque fosse, era lì. E il destino di Valerian, e di tutto il suo popolo morente, era ormai legato a quel nome sconosciuto, portato dal vento della disperazione.
La caccia sarebbe stata per la sopravvivenza. Ma la preda, forse, era già destinata a cambiare per sempre il cacciatore.