XIV. Josè

1641 Parole
XIV. Josè. Ritorniamo a Dolores, che abbiamo lasciato sulla via della taverna. Giunta all’estremità della strada dei Gitani, le fu facile riconoscere l’insegna della buona ventura, che era scritta in grossi caratteri sul muro: malgrado l’oscurità nascente, Dolores non poteva ingannarsi. V’era ancora poca gente; alcuni monaci vuotavano, chiacchierando, il loro bicchiere di vino pajarete, e ad un estremo della tavola un uomo ed una donna, molto malvestiti, mangiavano un pezzo di pane nero con alcune cipolle crude; avevano dinanzi ad essi due bicchieri di stagno ed una misura di vino del più ordinario. Le candelette accese contro il muro gettavano il loro dubbio chiarore nell’oscurità della sala. La calma che vi regnava, rassicurò alquanto la figlia del governatore. Esitò tuttavia alcuni minuti, perché non vedeva la Graziosa, e non sapeva a chi dirigersi; ma essa comparve bentosto all’ingrasso della cucina. Allora Dolores, armandosi di coraggio, spinse la porta, e si avanzò verso la giovine ostessa. Quando le fu vicina, allontanò i lembi della sua mantiglia, e la graziosa la riconobbe bentosto. Ma Dolores aveva pure, dal suo lato, riconosciuto la fanciulla che aveva servito di messaggera nell’orribile complotto di cui era vittima, e indietreggiò con un moto d’orrore. La Graziosa la guardò allora senza parlare, con aria supplichevole, e, con presenza di spirito tutta sua propria, le prese vivamente la mano, e finse d’abbracciarla. “Oh! sei tu mia buona Anna!” prese a dire con tuono scherzoso; “chi avrebbe detto che io avessi la felicità di vedere oggi questa cara cugina! Vieni dunque,” aggiunse, trascinando Dolores nella stretta ed oscura stanza dove cuoceva il pasticcio; “Vieni, che parleremo della mia buona zia e dei tuoi fratelli, mia cara Annina. Quanto son contenta di vederti!...” Durante questo flusso di parole la Graziosa aveva sottratto Dolores agli sguardi delle persone della taverna, e Dolores che poteva reggersi appena, tanto era commossa, si assise sopra una seggiolaccia di paglia che si trovava in un canto. “Rassicuratevi, signora,” le disse piano la sorella di Gioachino, mettendosi quasi in ginocchio, “rassicuratevi, e non temete niente: io darò la mia vita per salvarvi. Ma,” aggiunse, vedendo che Dolores riprendeva un poco di confidenza, “fingete di ciarlare con me come se foste mia cugina; bisogna ingannare gli spioni.” In quel momento un monaco domandò una boccia di vino; la Graziosa, vispa e lesta, si affrettò a servirlo. “Povera cugina,” disse ad una donna che cenava all’estremo di una tavola, “quanto è gentile d’essere venuta a vedermi!” Ma la donna a cui la Graziosa indirizzava quelle parole era la sola a cui Dolores non fosse sconosciuta, quella donna era la Colubrina, e nel momento in cui la figlia del governatore era entrata nella taverna, la sirena l’aveva riconosciuta. Manofina, che tale era l’uomo che cenava presso di lei, aveva minor memoria; le donne sole posseggono quella perspicacia di percezione rapida come il pensiero. La sirena sorrise dolcemente, ma senza dir nulla. Alcuni istanti dopo, Manofina volle ritirarsi, la Colubrina si avvicinò allora all’ostessa, che si era avanzata sul davanti della sua porta per vedere se il fratello tornava. “Graziosa,” le disse ella, “abbi cura della tua cugina; e se avesse bisogno di me o di Manofina, tu sai dove trovarci.” La Graziosa guardò la sirena meravigliata. “Io conosco la tua cugina,” aggiunse a voce bassa la giovane zingara, appoggiando sulla parola cugina. “Colubrina,” le rispose la Graziosa, “guarda come parli.” “Andiamo,” disse la zingara con un aggraziato moto delle spalle, “di che hai paura? una protetta dall’Apostolo! io l’amo quanto te...rammentati soltanto ciò che ti ho detto; se hai bisogno di noi; vieni a cercarci. Addio.” Il bravo e la sua compagna si allontanarono. “Fanne dunque veder la tua cugina, Graziosa!” disse un monaco panciuto, mezzo ubriaco; “è bella quanto te?” “Oh! povera fanciulla! lasciatela tranquilla,” rispose la Graziosa, “essa è timida come pecorella.” “Ma ciò non impedisce d’esser vezzosa.” “La vedrete quando avrà dormito,” disse la Graziosa, accomodando i suoi vasi; “essa ha fatto molte leghe a piedi, ed è stanchissima.” L’arrivo di una numerosa schiera d’operai, i quali venivano a cenare, pose fine a quel colloquio. Il monaco continuò a bere. La Graziosa, dopo aver servito tutti i suoi ricorrenti con una vivacità ed una lestezza rimarchevole, profittò dell’occupazione generale che succede sempre al cominciamento di un pasto, e dal rumore che facevano, mangiando, tutte quelle mascelle affamate, per parlare a voce bassa con la figlia del governatore. “Graziosa,” le domandò Dolores, che un poco aveva dimesso della sua prima diffidenza, “conosci il monaco Josè?” “Gesù! se lo conosco!” ella disse; “è un santo, signora... quantunque porti l’abito dell’Inquisizione,” aggiunse molto piano. “E’ venuto ieri da me,” proseguì l’ostessa, “e mi ha avvisata che se voi lo cercaste bisognerebbe andarlo a trovare.” “Ah!” disse Dolores, respirando più liberamente, “ei non m’ha dunque ingannata!” “Ed a me,” disse la Graziosa, quasi piangendo, “avete almeno perdonato?” “Sì,” disse Dolores, “io ti perdono, quantunque tu mi abbia fatto molto male.” “Oh! io non sapeva quel che faceva; obbediva e non altro; se conosceste quello che bisogna fare per conservare la vita!” “Povera fanciulla!” va, ti chiamano, non occuparti di me; servi i tuoi ricorrenti, affinché non s’avveggano di nulla.” La Graziosa ritornò nella sala, e servì a ciascuno quello che domandava, poscia tornò presso Dolores. La figlia del governatore era eccessivamente pallida; non aveva preso nulla in tutto il giorno. “Dammi qualche cosa,” disse all’ostessa; “io muoio di fame.” “Gesù,” disse la Graziosa, “perché non dirlo prima, signora? tutto ciò che io ho qui è a vostra disposizione.” Nell’istesso tempo le servì una tazza di cioccolata, che teneva sempre pronta, in caso che un monaco, volendo rinfrescarsi nel passare, venisse a domandarla. Dolore aveva appena terminato quella leggera refezione, che un rumore insolito si fece udire nella sala: essa mise fuori un poco la testa. Tutti si erano alzati con un movimento spontaneo di rispettosa deferenza. Il favorito dell’inquisitore era entrato nella taverna. I Francescani stessi non temevano di dare al giovane Domenicano quella pubblica testimonianza di sommissione e di rispetto. Josè passò, fiero e superbo, nel mezzo di quelle persone inchinate, e il suo labbro inferiore si contrasse sdegnosamente; la sua figura esprimeva il più profondo disprezzo. Ei camminò diritto verso la cucina. Dolores alzo verso lui il suo bel viso, esprimente tristezza ed angoscia. “Gia qui?” disse Josè riconoscendola. “Gia?” rispose con dolcezza, “questa parola, padre mio, somiglia ad un rimprovero. Vi pentireste della protezione che mi avete accordata?” “No, certamente, povera fanciulla,” disse il fraticello; “ciò che ho promesso lo manterrò volentieri; ma non vi stupite della mia sorpresa; non mi avete detto ieri che avevate un asilo?” “Io lo credeva, padre mio; ma sono maledetta come Caino: colui che io cercava era partito, morto forse; ho passato la notte fra i cespugli, e questa sera mi sono con gran fatica procurato questi umili abiti per non essere riconosciuta.” “Ed avete agito prudentemente, figlia mia; piucché mai voi siete esposta, ma io vi provvederò, e niuno, lo spero,” aggiunse sorridendo con amarezza, “niuno sospetterà che il Domenicano Josè abbia dato asilo ad una donna perseguitata dall’Inquisizione.” “Padre mio,” disse Dolores alquanto inquieta, poiché le accadevano da qualche tempo cose sì straordinarie, che le era ben permesso di dubitarne; “Padre mio, dove volete dunque condurmi?” “Diffideresti di me, Dolores?” le domandò Josè fissando sovr’essa il suo sguardo ardente e pieno di franchezza. “Oh!, perdonatemi,” disse ella giungendo le mani, “ma ciascun passo che fo nella vita, mi conduce ad un abisso, e tuttavia!… oh! io vi credo, io vi credo!” esclamò essa; “se voleste tradirmi, non mi guardereste così.” “Povera innocente fanciulla! non hai tu altra garanzia della mia buonafede, che la franchezza del mio sguardo? sai tu che io non sono di coloro che nascondono un cuore di tigre sotto i lineamenti di un angiolo? non hai niente di più, neppure un presentimenti secreto, il quale ti dica che la tua causa è la mia, e che io ti difenderò come se tu fossi mia propria sorella, e come se il medesimo seno ci avesse portati?” “Fate di me ciò che volete,” disse la figlia del governatore, mettendosi quasi in ginocchi di quell’uomo singolare. Due lacrime amare, corrosive, di quelle lacrime lungo tempo contenute, le quali spuntano una volta o l’altra, e suo malgrado, dal cuore più energico, scesero lentamente dalle lunghe palpebre di Josè sulle sue guance pallide ed alquanto macilente. “Voi piangete, Padre mio!” disse la fanciulla, intenerita: “oh! voi pure non avreste dovuto nascere in questo secolo di ferro.” “Iddio,” rispose Josè, “ci getta quaggiù quando vuole e per ciò che vuole, per perseguitare o per soffrire; e di colui che soffre fa talvolta lo strumento della sua eterna vendetta. Ecco forse perché tu ed io viviamo in questo secolo, Dolores.” “Mio Dio!” disse ella, “la vostra tristezza mi spaventa; e pertanto io ho fede in voi, e verrò dovunque vorrete condurmi…e poi,” aggiunse con un po’ di esitazione, “avrei un’altra cosa da domandarvi.” “Parla,” disse Josè, che quasi indovinava il suo pensiero. “Io era la fidanzata a don Estevan de Vargas.” “Lo so,” rispose Josè, soffocando un doloroso sospiro, “sii tranquilla; don Estevan è in sicurezza.” “Voi l’avete salvato?” esclamò essa con gioia. “No, non sono io che l’ha salvato, è la giustizia eterna; Dio è il padrone che comanda, io non sono che la mano che obbedisce.” “Oh! Padre mio” siate benedetto per avermi conservato il mio Estevan.” Tutto questo si diceva a bassa voce nella cucina della taverna; la Graziosa andava e veniva, distribuendo volta a volta ai suoi commensali vivande o vino, pezzi di tonno fritto nell’olio, sardelle fresche e pane che sorpassava in bianchezza quello del resto della Spagna; e tale era il rispetto per la santa Inquisizione in generale e per gl’inquisitori in particolare, che niuno pensò a trovare inconveniente quella lunga conversazione del fraticello con la cugina della Graziosa In quel momento Gioachino entrò nella taverna. Josè lo prese a parte. “Gioachino,” gli disse, “mentre tua sorella è occupata, seguimi con questa fanciulla fin all’uscita della città.” “Si fatta la volontà di Vostra Beatitudine,” rispose Gioachino, inchinandosi; “ma volete traversare tutti e due la sala, che è piena di gente?” “Tu ed io la traverseremo soli,” rispose Josè; “la fanciulla passerà dalla porticina di dietro.” V’era, infatti, in quella specie di cucina una porta che comunicava con l’altra salettina bassa, dove dormiva la guardia, e che si apriva in un angiporto. Il Domenicano uscì dalla taverna, sempre accompagnato dai saluti rispettosi della nobile assemblea. Gioachino lo raggiunse nella strada alcuni minuti dopo. Fecero insieme il giro della casa, e rientrarono per il vicolo. Dolores era pronta a partire. Disse addio alla Graziosa, e seguì Josè, che serviva loro di guida, perché Gioachino ignorava in qual luogo li conducesse. “Voi, almeno, non avete paura?” disse Josè, stringendo la mano tremante di Dolores Argoso. “Vedete,” disse appoggiandosi al suo braccio con nobile confidenza. uscirono tutti e tre dalla taverna, e nessuno si avvide del loro passaggio.
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