XIII. Un miracolo
XIII.
Un miracolo.
Si rammenterà il lettore che Enrico, governatore della nobilissima città di Siviglia per la grazia di monsignore Arbues aveva segnalato i primi giorno della sua potenza con arresti numerosi.
Alcuni uomini rimarchevolissimi, dotti e pii dottori in teologia, donne spiritose, amabili, dal cuore forte, dall’anima energica e potente, giacevano nelle prigioni del Sant’Uffizio sotto il semplice sospetto di luteranismo. Allarmato non per lui, ma per coloro che amava, di questa recrudescenza di persecuzioni, l’Apostolo aveva impegnato Estevan ad allontanarsi per alcuni giorni di Siviglia; egli stesso desiderava visitare i suoi poveri. Partirono dunque insieme, e si diressero dal lato di San Lucardo. Ecco perché Dolores non aveva trovato nessuno nella casa dell’Apostolo. Era costume di quell’uomo di Dio di fare, di tanto in tanto, delle escursioni nei numerosi villaggi dell’Andalusia; ivi la sua tolleranza, confondendo tutte le sètte e tutte le professioni, accoglieva egualmente gli ebrei ed i cristiani, i moreschi ed i gitani: consolava gli uni, svolgeva gli altri dal male, gl’incoraggiava tutti, e spandeva su tutti egualmente i doni della sua inestinguibile carità1.
In tutta l’Andalusia il nome dell’Apostolo era un talismano magico; bastava pronunziarlo per veder subito sorridere tutti i labbri, e tutti gli occhi, alzarsi verso il cielo con espressione di riconoscenza. Così, quando da un villaggio all’altro si spargeva la voce che egli avea incominciato il suo giro, tu avresti veduto lungo il cammino molte povere donne con i loro figliuoletti in braccio, le quali attendevano il passaggio del santo per essere le prime a ricevere la benedizione, e quando avevano potuto toccare l’orlo della sua veste, si credevano al sicuro di tutti i mali. L?Apostolo aveva un bel dir loro con dolce autorità:
“Non è a me che bisogna rendere omaggio, io non sono che polvere come voi, ma a Dio, che è lassù e che vi parla per mia voce.”
Il popolo, sempre un po’ idolatra nelle sue adorazioni, trovava molto più semplice di prosternarsi avanti quest’uomo, che lo colmava di beni, e che vedeva, che davanti a Dio che non vedeva.
“Figlio mio,” diceva l’Apostolo a Estevan, stupefatto della sua dolcezza e della docilità di quegli uomini grossolani, i quali divenivano agnelli dopo che il santo aveva loro parlato; “vedete quanto sarebbe facile il rendere questi uomini probi e pii, se, invece di abbrutirli col terrore e di inasprirli con le torture, si disponessero a forza di benefizi e di dolcezza a credere in Dio e nella sua provvidenza. In luogo di ciò, si riempie il loro cervello di superstizioni; si tormentano tanto e si fa loro sì poco bene, che non credono più se non che ai demoni e all’inferno, di cui si da loro un saggio sulla terra. Privi di felicità, di consolazioni e di speranze divengono ad un tempo fanatici, deboli e crudeli.
“Come potrebbe essere altrimenti?” rispose Estevan: “questi uomini non possiedono nulla, i monaci han loro tutto carpito2, e ciascun giorno l’inquisizione toglie a questi infelici il solo bene che loro rimane, la libertà di coscienza. Sarebbe sì facile tuttavia di render felice questo popolo sì ardente e sì poeta!”
“Meglio ancora di questo,” disse l’Apostolo: “egli è intelligente e probo; il suo spirito è di un singolare miscuglio di gaietà, di finezza e di buon senso naturale che gli rende agevole ogni seria meditazione. Questo popolo è capace di comprender la vita nel suo scopo più largo ed elevato, la fraternità universale. Ebbene! questi uomini, naturalmente probi, leali ed amanti, si convertono in vili ed ipocriti, peggio ancora in delatori! ed io pure, sì, io non devo la mia sicurezza che all’abito che porto. Laico, avrei fatto loro il medesimo bene, avrei predicato loro la stessa morale, ed essi mi avrebbero riguardato come un luterano od un illuminato, ed avrei pagato con la vita il mio zelo per la loro felicità e per la verità; ma io era prete, io era monaco; e un monaco può ingannarsi?”
“Guardatevi, Padre mio,” rispose Estevan con amaro sorriso; “monsignore Alfondo Manriquez e monsignore Arbues potrebbero non rispettare il vostro abito, come il grande inquisitore Torrequemada, d’odiosa memoria, non rispettò la dignità episcopale dei vescovi di Calahorra e di Segovia3.”
“Torrequemada era un genio crudele,” disse l’Apostolo con un sospiro; “ma almeno al suo brutale fanatismo, alla sua crudeltà inesorabile, non aggiungeva la più infame lussuria4. Il fanatismo l’avea reso pazzo, perché, altrimenti, la crudeltà d’un uomo potrebbe trascorrer tant’oltre? e dopo che il grande inquisitore aveva pronunziato la sentenza di un infedele, il severo Domenicano Tommaso di Torrequemada s’inginocchiava umilmente davanti al suo crocifisso, si dava la disciplina, e lacerava il suo corpo per espiare tutte le eresie del regno di Castiglia5.”
“Oh padre mio! fra qualche secolo, se l’umanità progredisse, come deve farlo, si vorrà credere a tutti questi orrori mischiati a tante follie?”
“Senza dubbio, figlio mio, ma per deplorarli; gli errori del passato saranno scuola per l’avvenire. verrà tempo in cui tutti gli uomini leggeranno il Vangelo, ed allora tutti avranno il diritto di dirsi gli uni gli altri: - Siamo vostri fratelli; perché ci trattate come stranieri?”
“Quando tutti gli individui di una nazione conoscono bene il codice delle leggi che li governa è ben difficile che si danneggino gli uni gli altri. meglio ancora quando questo codice è il vangelo, questa guida dell’anima, allora l’anima è bene governata, ed è raro che le azioni non lo siano. Laddove regna l’ignoranza, regnano pure il disordine, la superstizione, la follia, tutti quei flagelli che fanno della terra un inferno abitato da demoni e dai dannati.”
mentre si trattenevano così, l’Apostolo e il suo compagno arrivarono ad un villaggetto fabbricato sulla cima di una montagna, come se ne incontra spesso in Ispagna. case basse, per la maggior parte dipinte in rosso ed in verde, erano poste tortuosamente in due file sulla vetta della montagna, formando in tal guisa una strada irregolare, terminata da una chiesuccia, il cui campanile si alzava più di quaranta piedi al di sopra delle abitazioni. Quando i due viaggiatori vi arrivarono, tutto era tranquillo. Era quasi notte; i contadini tornati, tornati dai campi, si occupavano in silenzio della cena; dal fondo delle case s’innalzava un profumo piccante di pasticcio, ed alcuni pastori salivano lentamente la montagna riconducendo le capre all’ovile.
L’Apostolo non era venuto che una o due volte nel villaggio, ed i fanciulli, che hanno ordinariamente la memoria leggiera, non lo riconobbero.
Estevan e l’Apostolo traversarono dunque la maggior parte della strada senza che alcuno venisse a disturbarli nel loro cammino.
Ma mentre passavano davanti ad una casa bassa, l’esterno diroccato della quale annunziava la più orrenda miseria, si fermarono simultaneamente, colpiti da un insieme straordinario di voci giovani, virili, vecchie e capreggianti, fresche e rozze. Era certamente molta gente in quella casa, doveva accadervi uno strano avvenimento.
i viaggiatori ascoltarono per alcuni istanti; tutto ad un tratto udirono una vocina chiara, che diceva con accento di compassione femminile:
“Questo povero Paolo stava tanto bene stamattina!”
“Qui v’ha qualcuno che ha bisogno di noi,” disse l’Apostolo, spingendo la porta tarlata che cedé subito.
Estevan entrò con lui.
In una cattiva baracca, in cui la luce del giorno penetrava appena, e il suolo ineguale e fangoso era coperto d’avanzi d’ogni genere, una ventina di gitani, uomini e donne, fanciulli e fanciulle, circondavano un uomo vestito dei suoi abiti da festa ed assiso sopra una seggiola in singolare attitudine. Quest’uomo era pallidissimo, e pareva che dormisse.
L’intiera compagnia dei gitani, presieduta dalla regina di quelle strane corporazioni, circondava il gitano che si era assiso. Al giunger dell’Apostolo e del suo compagno il cerchi non si ruppe; ma la regina, che venerava molto il monaco, gli fece portare uno sgabellino di legno in forma di tripode, unica seggiola che fosse rimasta in quella camera. Estevan rimase in piedi.
“Che significa ciò, Padre mio?” domandò egli all’Apostolo.
“Quest’uomo è morto, ed essi fanno la cerimonia dei funerali; guardate.”
Un gitano s’avanzò verso il morto, e gli pose un mandolino fra le braccia. Quindi ad alta voce, e senza vergogna, si accusò di tutti i delitti che avea commesso dopo la morte dell’ultimo fratello defunto della compagnia. Dopo che ebbe finito quella singolare confessione; il gitano interrogò il morto:
“Su,” gli disse, “se ho fatto male, la tua musica mi renda sordo, se ho fatto bene, non fiatare, ed io mi crederò assoluto.”
Come si penserà facilmente, il morto non obbedì alla prima di queste ingiunzioni, ed il gitano si ritirò sgravato di coscienza, come un usuraio che ha ricevuto l’assoluzione promettendo di restituire tutto quello che ha rubato.
“Quale barbarie!” disse a voce bassa Estevan. “Aspettate, figlio mio,” disse l’Apostolo “non è ancora finito.”
Infatti ciascuno dei membri della compagnia fece a sua volta la confessione, e tutti rimasero pienamente rassicurati sull’enormità dei loro delitti, il defunto li aveva assolti, e si credevano tutti innocenti come colombe.
La camera era illuminata da torcie di ragia; l’Apostolo, che per l’epoca in cui viveva avea profonde cognizioni di medicina, ma che aveva soprattutto quel dono di seconda visione, privilegio esclusivo di alcuni uomini di genio, l’Apostolo esaminò attentamente il morto.
“Quest’uomo ha membra molto pieghevoli,” disse piano ad Estevan; “ed il suo colore non ha subito la minima alterazione; soltanto è pallidissimo.”
“E’ vero, “disse Estevan;” che si mise ad esaminarlo a sua volta.
Ma bentosto non fu loro altrimenti possibile di darsi a queste osservazioni fisiologiche; un ragazza si mise a ballare davanti al morto un ballo lascivo ed animato; a poco a poco tutti i membri della compagnia si misero a ballare l’un dopo l’altro; quindi si presero per mano, e formarono un cerchio attorno al morto. Cominciarono dal muoversi lentamente ed in cadenza, come se avessero voluto mettersi la passo e abituarsi al tempo; poscia la danza divenne più rapida, s’innalzarono l’un coll’altro girando attorno, ed animandosi così per gradi, terminarono col girare sì presto, che sarebbesi detto una compagnia di demoni trasportati nello spazio da una potenza invisibile6.
Tutto ad un tratto quella compagnia furiosa si fermò, mandando grandi urli: il morto era stato rovesciato dalla sua seggiola, era caduto nel mezzo del cerchio formato attorno ad esso, sopra una ragazza, che, meno lesta delle altre, aveva attaccato la sua sciarpa ai bottoni di metallo della veste del defunto. La gitana indietreggiò con un moto d’orrore, ed il morto andò a battere il viso contro terra.
“Gesù!” gridò la regina; “qual disgrazia. povera Maria, che Paolo sia caduto su di te!”
“Sì,” dissero le altre, “ecco che grandi sciagure l’attendono, e forse la morte: ammenoché tu non voglia passare la notte presso Paolo.”
“Io passare la notte sola con un morto!” gridò la gitana spaventata; “io passare la notte con Paolo per vedere tutti i diavoli dell’inferno venire a ballare davanti a lui e portarlo via7.”
“Resterei io con te, povera Marietta,” disse un giovanotto che dava tenere occhiate alla gitana, “ma allora ciò non ti conterebbe nulla.”
“Oh! io ho troppa paura,” disse la gitanella piangendo; “preferisco il morire, se Paolo lo vuole.”
mentre i gitani dibattevano così questa grave questione, l’Apostolo si era slanciato corso il morto, e, inchinandosi verso di lui per rialzarlo, si era avveduto che, cadendo, Paolo si era fatto nel viso una leggera ferita, e che questa ferita gettava sangue.
“Silenzio figliuoli!” esclamò egli ad alta voce; “quest’uomo non è morto: aspettate!”
Le grida cessarono come per incanto, e tutti i gitani rimasero incatenati al loro posto da uno stupore indescrivibile: avevano ballato senza timore attorno al morto, e avevano paura di un uomo che resuscitava.
Aiutato da Estevan, l’Apostolo assise Paolo sulla seggiola, e traendo dalla sua tasca destra una boccetta, che non lasciava mai, fece respirare dei sali al malato, mentre Estevan gli fregava forte le mani per richiamarvi il calore e la vita.
A capo di alcuni minuti il gitano aprì gli occhi; la faccia si colorò subitaneamente, la reazione minacciava di recare un attacco di apoplessia.
Il monaco allora eccitò la ferita del gitano per farla gettar sangue, ed ordinò ad Estevan di fregargli gli arti inferiori.
Bentosto il malato respirò liberamente, aprì con lentezza i gravi suoi occhi, e volse i suoi sguardi attorno a sé con stupore.
Egli era salvo.
Non era stato che uno svenimento, seguito da un letargo, cagionato da un eccesso di ebbrezza. Ma nel rivedere vivo colui del quale avevano celebrato i funerali, gli zingari si gettarono in ginocchio, ed i più giovani si misero a correre per la strada gridando che il santo aveva fatto un miracolo. Il resuscitato stesso, ancor debole e potendo appena sostenersi, baciò le mani dell’Apostolo, dicendogli:
“io era morto, e voi mi avete chiamato dai luoghi delle tenebre.”
“Non fui io,” disse l’Apostolo; “fu Iddio.”
“Padre mio,” gli domandò Estevan in lingua latina per non esser compreso, “perché lasciate lor credere che quest’uomo fosse morto, e che sia resuscitato?”
“Figlio mio,” rispose il santo, questo popolo non è ancor maturo per la verità. Se si cercasse di spiegargli in una maniera naturale il fenomeno che è accaduto, griderebbe alla magia, e ci prenderebbe per stregoni. Lasciategli dunque la sua schietta fede, che è la sola consolazione. Credetemi, Estevan, rischiare la ragione di un popolo, migliorarlo con la scienza è l’opera di più d’un giorno, soprattutto quando già da lungo tempo si sono falsati i suoi istinti naturali. Si dipinge facilmente sopra un tela bianca, ma sopra una tela già dipinta, bisogna prima cancellare i colori per porvene dei nuovi.”
“Bisognerà dunque che questo popolo resti in un’eterna ignoranza?”
“No, figlio mio, no; lasciate filtrar l’acqua goccia a goccia, che finirà per iscavarsi il letto.”
Tuttavolta, al rumore del miracolo che era succeduto, gli abitanti del villaggio avevano abbandonato le loro case; i ragazzi stessi si erano, malgrado il loro appetito, allontanati dalla cucina per veder il santo che aveva resuscitato il morto.
Dopo aver lasciato qualche limosina ai gitani, ed averli esortati a rinunziare al furto e all’omicidio, esortazioni che essi ascoltavano sempre con emozione, ma che scordavano ben presto in forza della loro selvaggia natura, delle loro radicate abitudini, ed anco della difficoltà che avevano a vivere altrimenti, l’Apostolo uscì per andare nel villaggio a portar soccorsi e consolazioni ai malati ed agli afflitti, ed a regalare loro alcune monete; benefizio prezioso per quei poveri servi dei monasteri, che avevano pane e minestra, ma denaro giammai; così molte volte quelle povere persone conservavano come reliquie i soldi che erano dati loro dall’Apostolo; essi li foravano e ne facevano bottoni di cui ornavano le loro giubbe di velluto8.
I viaggiatori non ebbero la pena di entrar nelle case: una folla si precipitò davanti ad essi; ma all’avvicinarsi del santo si aprì in due file per lasciare libero il passaggio. Ed egli, fermandosi dinanzi a ciascuno, lo interrogava sulla sua famiglia, sui suoi bisogni e sulle sue sofferenze; a coloro che gli sembravano malati od afflitti dava rimedi e conforti; ai malvestiti qualche danaro per comprare abiti. Ma predicava egualmente a tutti l’obbedienza e la rassegnazione; “perocché,” diceva egli, “la mormorazione e la irritazione dell’anima non rimediano a nulla: ciò non serve che a rendere i mali più gravi.”
L’impetuoso Estevan, malgrado le sue dottrine filosofiche, che tentavano ad una riforma più attiva, non poteva impedirsi di ammirare la profonda sapienza dell’Apostolo.
“Così,” pensava fra sé medesimo, “dovrebbero essere tutti riformatori, sobrii, perseveranti nell’azione, pazienti al resultato: così solamente si rigenera un popolo.”
Il passaggio dell’Apostolo nel mezzo di quella popolazione entusiasta ed oppressa, fu una scena commovente, un raggio di sole caduto sulle tenebre di quelle anime semplici, ma ardenti.
“Francesca,” diceva un giovane a sua moglie, “nostro figlio sarà bello e forte; l’Apostolo l’ha guardato ed ha baciato il suo manino.”
“La raccolta sarà buona,” diceva un altro, “l’Apostolo è venuto a visitarci nella stagione in cui le spighe cominciano ad empersi.”
“Il fuoco del cielo rispetterà la mia casa,” sclamava un terzo; “l’Apostolo si è fermato, passando, davanti alla porta.”
“Dio vi benedirà perciocché siete buoni,” disse loro il santo, “e voi sarete felici perciocchè non farete male da alcuno.”
“Padre,” gridò piangendo una giovane che portava sulle sue braccia due fanciullini gemelli, “mio marito è stato messo in prigione dal Sant’Uffizio perché era Moro convertito, ed aveva mancato alla messa per custodirmi il giorno in cui ho messo al mondo questi due figli.”
L’Apostolo alzò verso il cielo un mesto sguardo. “Abbi pazienza, figlia mia,” disse alla povera donna, “il tuo marito ti sarà reso: abbi confidenza in Dio che ti consolerà, ed io avrò cura di te, intendi?”
“E’ veramente un santo,” disse piano una vecchia, “ei non ha paure dell’Inquisizione.”
“Donna,” disse l’Apostolo che l’avea intesa, “coloro che credono veramente in Dio non hanno paura di nulla.”
Così terminò quella giornata.
Estevan e la sua guida accettarono alcune provvigioni di cui fu riempiuta la loro saccoccia, e che trovarono il mezzo di pagare centuplicatamente; poscia si allontanarono, accompagnati dalle benedizioni, per andare a nottare in una di quelle capanne che i pastori innalzavano sulla cima delle montagne onde passarvi l’inverno col loro gregge.
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