I.-3

2046 Parole
«Le due!» Gallardo levò la testa nervosamente, come se non si fosse accorto fino a quel momento della presenza del suo servo. Rimise la lettera nella tasca; e avvicinandosi con una certa pigrizia verso il fondo della stanza, quasi volesse ritardare il momento di vestirsi: «C’è tutto?...» Ma subito, il suo viso pallido si colorì con un moto violento. I suoi occhi si dilatarono smisuratamente come se in quel momento finissero di soffrire l’urto di una paurosa sorpresa. «Che abito hai preparato?» Garabato indicò il letto, ma prima che potesse parlare, la collera del maestro cadde su di lui, assordante e terribile: «Che tu sia maledetto! Ma non sai nulla delle cose del mio mestiere? Vieni dai campi?... Corsa in Madrid, tori di Miura, e mi prepari l’abito rosso, come lo portava il povero Manuel l’Espartero. Soltanto un mio nemico avrebbe fatto questo, svergognato!... Sembra che desideri la mia morte, malanno!... E la sua collera s’ingrandiva man mano che andava considerando l’enormità di questa sbadataggine, che, secondo lui, equivaleva a un’accusa di tradimento. Combattere a Madrid con un abito rosso, dopo quel passato!... I suoi occhi scintillavano di fiamma ostile, come se avessero ricevuto un assalto traditore; si colorivano le sue cornee, e sembrava presso a gettarsi sul povero Garabato, con le sue rudi e grosse mani da matador. Un discreto colpo alla porta della camera troncò questa scena. «Avanti!» Entrò un giovane vestito di chiaro, con la cravatta rossa, portando il feltro cordovano in una mano inanellata da grossi brillanti. Gallardo lo riconobbe subito con quella facilità a ricordare le figure, che hanno tutti quelli che vivono sottoposti al pubblico. Passò d’un tratto dalla collera a una sorridente amabilità, come se provasse una dolce sorpresa della visita. Era un amico di Bilbao, un amatore entusiasta, partigiano della sua gloria. Questo era tutto ciò che ricordava. Ma il nome? Conosceva tanta gente! Come si chiamava?... Sapeva soltanto che doveva dargli del tu, poiché fra i due esisteva un’antica amicizia. «Siediti... che sorpresa! Quando sei venuto? La famiglia bene?» E l’ammiratore si sedette con la soddisfazione di un devoto che entra nel santuario dell’idolo, disposto a non muoversi di là fino all’ultimo momento, godendo nel ricevere del tu dal torero, e chiamandolo Juan a ogni due parole, perché i mobili, le pareti e quanti passassero per il vicino corridoio, potessero essere informati della sua intimità col grande uomo. Era arrivato la mattina da Bilbao, e vi sarebbe tornato il giorno dopo. Un viaggio per null’altro che per vedere Gallardo. Aveva letto i suoi grandi trionfi: cominciava bene quel periodo. Quella giornata prometteva di essere interessantissima. Al mattino aveva assistito alla scelta dei tori, fissando i suoi sguardi su di una bestia molto scura, che indubbiamente avrebbe dato molto gioco nelle mani di Gallardo... Ma il torero troncò con una certa precipitazione queste profezie dell’ammiratore. «Con permesso, scusami; ritorno subito». E uscì dalla camera, dirigendosi a una porticina senza numero, nel fondo del piccolo corridoio. «Quale abito prendo?», domandò Garabato con voce che sembrava ancora più aspra, per il desiderio di mostrarsi sottomesso. «Il verde, il tabacco, l’azzurro... Quello che vuoi». E Gallardo sparì dalla porticina, mentre il suo domestico, vedendosi libero della sua presenza, sorrideva con malizia vendicatrice. Conosceva questa rapida fuga nell’arrivare il momento di vestirsi; “l’effetto della paura”, secondo quel che dicevano quelli che se ne intendevano... E il suo sorriso esprimeva la soddisfazione nel vedere ancora una volta che, più dei grandi uomini dell’arte, i toreri soffrivano le angosce di una duplice necessità prodotta dall’emozione: angosce da lui stesso provate nei tempi in cui scendeva nelle arene dei villaggi. Passato poco tempo, Gallardo, ritornato nella sua camera, dopo aver soddisfatti i bisogni corporali e indossato l’abito da lotta, s’imbatté in un nuovo visitatore. Era il dottor Ruiz, medico popolare, che da trent’anni firmava i “rapporti ufficiali” di tutte le ferite, e curava quanti toreri restavano feriti nella plaza di Madrid. Gallardo lo ammirava ritenendolo il più alto rappresentante della scienza universale, e al tempo stesso si permetteva affettuose battute sul carattere di lui mansueto e sulla trascuratezza della sua persona. La sua ammirazione era la stessa di quella del popolo, che riconosce soltanto la sapienza negli uomini trasandati nel vestire, di carattere strano e differente dalla maggioranza. Era di bassa statura e dall’addome prominente, il viso largo, il naso un po’ schiacciato, e una barba a collare, di un bianco sudicio e gialliccio, tutto un insieme che gli dava una lontana somiglianza con la testa di Socrate. Soltanto in piedi, il suo ventre grosso e flaccido sembrava muoversi con le parole dentro l’ampio panciotto: nel sedersi, questa parte del suo corpo gli risaliva sul fiacco petto. Gli abiti, macchiati e già vecchi appena dopo breve uso, sembravano fluttuare come indumenti altrui sul suo corpo disarmonico, obeso nelle parti dedicate alla digestione e povero in quelle destinate al movimento. «È un uomo benedetto», diceva Gallardo. «Un saggio, un dotto, ma mezzo pazzo, buono come il pane e che non avrà mai un soldo in tasca. Dà tutto ciò che ha e prende quello che vogliono dargli». Due grandi passioni animavano la sua vita, la rivoluzione e i tori: una rivoluzione vaga e tremenda che sarebbe avvenuta, non lasciando in Europa nulla di ciò che esisteva; un repubblicanesimo anarchico, che egli non si prendeva la pena di spiegare, e in cui non v’erano di chiaro che le sue negazioni sterminatrici. I toreri gli parlavano come a un padre; egli dava del tu a tutti, e bastava un telegramma arrivato da qualsiasi estremo punto della penisola, perché immediatamente il buon dottore prendesse il treno e andasse a curare dalla cornata ricevuta uno dei suoi ragazzi, senza altra speranza di ricompensa di quella che benevolmente desideravano dargli. Vedendo Gallardo dopo lunga assenza, lo abbracciò, stropicciando il suo flaccido addome contro quel corpo che sembrava di bronzo. Oh! che bel ragazzo! Trovava l’espada meglio che mai. «E come vanno le cose della repubblica, dottore? Quando verrà?», domandò Gallardo con sornioneria andalusa. «Il Nacional dice che è in procinto di arrivare, e che sarà in uno di questi giorni». «E a te che importa, giovanotto? Lascia in pace il povero Nacional. Gli varrebbe più se usasse meglio le banderillas2 A te, quello che deve interessare, è di continuare a uccidere tori, come fossi Dio in persona... Che bella serata si prepara! Mi hanno detto che il bestiame...» Ma qui il giovane che ne aveva vista la scelta e desiderava avere ulteriori notizie, interruppe il dottore per parlare di un toro molto nero, che gli “aveva dato nell’occhio”, e dal quale sperava le più grandi prodezze. I due uomini, che erano rimasti per lungo tempo soli e silenziosi nella camera, dopo il cenno di saluto, rimasero l’uno di fronte all’altro, e Gallardo credette necessaria una presentazione. Ma come si chiamava quell’amico al quale egli parlando dava del tu? Si grattò la testa, aggrottando le sopracciglia con espressione riflessiva, ma la sua indecisione fu breve. «Senti, tu: come ti chiami? Perdona... già, vedi, con tanta gente!...» Il giovane affogò sotto un sorriso di approvazione la delusione di vedersi dimenticato dal maestro, e diede il suo nome. Gallardo, nell’udirlo, sentì che il passato riveniva d’un tratto alla sua memoria, e riparò la dimenticanza aggiungendo al nome: “ricco padrone di miniere di Bilbao”, e i due uomini, come se si fossero conosciuti per tutta la loro vita, uniti dall’entusiasmo della comune passione, cominciarono a parlare del bestiame di quella sera. «Si seggano», disse Gallardo, mostrando un sofà nel fondo della camera. «Lì non disturbano; parlino e non si occupino di me. Vado a vestirmi. Mi sembra che fra uomini...» Si tolse l’abito, restando soltanto con gli indumenti intimi. Seduto su di una sedia, in mezzo all’arco, che separava il salottino dall’alcova, si abbandonò alle mani di Garabato, il quale aveva aperta una valigia di cuoio di Russia, traendone un necessaire quasi femminile per la toeletta del torero. Malgrado che questi andasse sempre accuratamente sbarbato, ritornò a insaponargli il viso e a passargli il rasoio sulle guance, con la celerità di chi è abituato quotidianamente alla stessa manovra. Dopo essersi lavato, Gallardo ritornò a occupare il suo posto. Il servo inondò i suoi capelli di brillantina e di essenze, pettinandolo in riccioli sulla fronte e sulle tempie: poi intraprese l’acconciatura del distintivo professionale, il sacro codino. Pettinò con un certo rispetto il grosso ciuffo di capelli che coronava l’occipite del torero, lo intrecciò, e a questo punto, interrompendo l’operazione, lo fissò con due forcine sull’alto della testa, lasciando per più tardi l’acconciatura definitiva. Doveva ora occuparsi dei piedi, e tolse al lottatore le calze, lasciandolo senz’altro indumento che una maglia e una mutanda di seta. La forte muscolatura di Gallardo si inarcava, sotto questa stoffa, con vigorosa robustezza. Un solco in un muscolo denunciava una profonda cicatrice, la carne strappata da una cornata. Sulla pelle bruna delle braccia si notavano in bianche macchie le tracce degli antichi colpi. Il petto oscuro e glabro era incrociato da due linee irregolari e violacee, che erano anche ricordi di casi sanguinosi. Su di uno dei malleoli la carne aveva un colore livido, con una rotonda depressione, come se fosse servita da stampo a una moneta. Quell’organismo da combattente esalava un odore di carne netta e selvaggia, misto ad acuti profumi muliebri. Garabato, con un braccio carico di ovatta e di bianche bende, s’inginocchiò ai piedi del torero. «Come gli antichi gladiatori!», disse il dottor Ruiz, interrompendo la sua conversazione col bilbaino. «È divenuto un romano, Juan». «È l’età, dottore», rispose l’espada con una certa melanconia. «Ci facciamo vecchi. Quando combattevo con i tori e con la fame non avevo bisogno di questo, perché avevo i piedi di ferro». Garabato introdusse fra le dita del torero dei piccoli batuffoli di ovatta; poi coprì le piante e la parte superiore dei piedi con uno strato di questo cotone, e, tirando delle bende, incominciò ad avvolgere in strette spirali, nello stesso modo con cui si vedono fasciate le antiche mummie. Per fissare meglio questo lavoro, prese in mano degli aghi infilati, che tolse da una manica, e cucì minuziosamente gli orli esterni delle bende. Gallardo calpestò il suolo con i piedi così stretti, i quali sembravano più fermi dentro il loro morbido involucro. In quella strettoia li sentiva forti e agili. Il servo li introdusse in alte calze, che gli arrivavano a metà delle cosce, grosse e flessibili come ghette, unica difesa delle gambe sotto la seta dell’abito da lotta. «Bada alle pieghe... Guarda, Garabato, che non mi piace portare borse». E lui stesso, messosi in piedi, tentava di guardarsi da entrambi i lati in uno specchio lontano, curvandosi per passare le mani sulle gambe e cancellare le pieghe. Sulle calze bianche, Garabato infilò quelle di seta, color rosa, le sole che restavano visibili nell’abbigliamento del torero. Poi Gallardo mise i piedi negli scarpini, scegliendoli fra diverse paia, che Garabato aveva preparato sopra un baule, tutti con la suola bianca e nuovi fiammanti. Ora incominciava veramente il compito di vestirsi. Il domestico gli offrì i pantaloni da lotta, tenendoli per le estremità; due cosciali di seta color tabacco con pesanti ricami d’oro sulle cuciture. Gallardo li infilò, restando pendenti sui suoi piedi i grossi lacci terminanti con fiocchi d’oro, che chiudevano le estremità. Questi lacci, che stringono il pantalone al di sotto del ginocchio, congestionando la gamba e dandole un vigore artificiale, si chiamano i machos. Gallardo raccomandò al suo servo che stringesse senza timore, ingrossando nello stesso tempo i muscoli della gambe. Questa operazione era una delle più importanti. Un matador deve portare ben stretti i machos. E Garabato, con agilità straordinaria, convertì in piccoli pendenti i cordoni arrotolati, e li rese invisibili sotto le estremità dei pantaloni. Il torero indossò una camicia di fine battista, che il servo gli presentava, con increspate piegoline sul petto, fine e trasparente come un indumento femminile. Garabato, dopo di averla abbottonata, fece il nodo alla lunga cravatta, che discendeva come una linea rossa, partendo dalla gola fino a perdersi nella cintura dei pantaloni. Restava il punto più complicato della vestizione, la banda di seta di oltre quattro metri, che sembrava prendere tutta la camera, e che Garabato maneggiava con la maestria dell’abitudine.
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