I.-4

2015 Parole
L’espada andò a collocarsi vicino ai suoi amici, all’altro lato del a stanza, e fissò nella sua cintura uno degli estremi. «Vediamo, fai molta attenzione», disse al suo servo. «Bisogna che tu abbia un poco di abilità». E girando lentamente sui talloni, si andava avvicinando al servo mentre la fascia, sostenuta da questi, si attorcigliava alla sua cintura in curve regolari, che davano al corpo maggior sveltezza. Garabato, con rapidi movimenti di mano, mutava la posizione della striscia di seta. La fascia si attorcigliava, ora tutta piegata, ora completamente aperta, e tutta si accomodava al corpo del matador, liscia e come di un pezzo, senza pieghe né sporgenze. Nel corso del suo andare con rotazione, Gallardo, scrupoloso e di non facile contentatura nell’assetto della persona, fermava il suo movimento di avanzata retrocedendo due o tre volte, per rettificare il lavoro. «Non va bene», diceva infastidito. «Sii maledetto!... attento, Garabato!» Dopo parecchie soste lungo il viaggio, Gallardo arrivò alla fine, portando alla cintura tutta la striscia di seta. L’esperto servo aveva cucito e appuntato spilli di sicurezza su tutto il corpo del torero, trasformando i suoi vestiti in un sol pezzo. Per uscirne, il torero, doveva ricorrere alle forbici e a mani altrui. Non avrebbe potuto togliersi uno solo dei suoi indumenti, prima di ritornare all’albergo, tranne che lo facesse un toro in piena plaza, e finissero di denudarlo all’infermeria. Gallardo si sedette un’altra volta e Garabato ricominciò col codino, liberandolo dal sostegno delle forcine e unendolo alla mona, falsa corda nera e coccarda, che ricordava l’antica reticella dei primi tempi del torero. Il maestro, come se volesse ritardare il momento di rinchiudersi definitivamente nell’abito, si stiracchiava, richiedeva a Garabato il sigaro, che aveva abbandonato sul tavolino da notte, domandava l’ora, credendo che tutti gli orologi segnassero un’ora più avanzata. «È ancora presto... Non sono ancora venuti i ragazzi... Non mi piace andare troppo presto alla plaza. È tanto noioso... lo stare ad attendere». Un servo dell’albergo annunciò che già aspettava la vettura con la quadriglia. Era ora. Non vi era pretesto per ritardare il momento della partenza. Si mise sulla fascia il farsetto ricamato d’oro, e al di sopra di questo il giacchettino, un oggetto abbagliante dagli enormi rilievi, pesante come un’armatura e sfolgorante di luci come una brace. La seta color tabacco restava visibile soltanto nella parte interna delle braccia e nei due triangoli delle spalle Quasi tutto il vestito scompariva sotto la grossa cappa di fiocchi a ricami d’oro, che formavano fiori con pietre di colore nelle corolle. Sugli omeri vi erano pesantissimi blocchi di aureo ricamo, dai quali pendevano passamanterie dello stesso metallo. L’oro si prolungava fino ai bordi del vestito, formando frange compatte, che tremolavano a ogni passo. Dall’interno dorato dei taschini, spuntavano le punte di due fazzoletti di seta, rossi come la cravatta e la fascia. «La montera!» Garabato trasse con grande cura da una scatola ovale il cappello da lotta, nero e increspato, con i due fiocchi pendenti a mo’ di orecchi di passamanteria. Gallardo si coprì, avendo cura che il ciuffo di capelli restasse scoperto, pendendo acconciamente sulla spalla. «Il cappotto!» Da sopra una sedia Garabato prese il cappotto detto da passeggio, la cappa di gala, un manto principesco di seta dello stesso colore dell’abito, e come questo carico di ricami d’oro. Gallardo se lo poggiò su di una spalla, e si ammirò nello specchio, soddisfatto dei suoi preparativi. Non stava male... Alla plaza! I suoi due amici si accomiatarono in fretta, per prendere una vettura e seguirlo. Garabato mise sotto il braccio un grosso involto di drappi rossi, dalle estremità dei quali spuntavano le impugnature e le punte di diverse spade. Nel discendere nel vestibolo dell’albergo Gallardo vide la strada occupata da una folla numerosa e agitata, come se fosse avvenuto qualche cosa di grande. Inoltre arrivò fino a lui il mormorio della moltitudine, che restava nascosta oltre il rettangolo della porta. Accorse l’albergatore e tutta la sua famiglia, con le mani tese, come se dovessero accomiatarsi da lui per un lungo viaggio. «Buona fortuna! Che tutto le vada bene!» I servi, sopprimendo le distanze sotto l’impulso dell’entusiasmo e dell’emozione, gli stringevano pure la destra. «Buona fortuna, don Juan!» Ed egli si voltava da tutti i lati sorridente, senza dare importanza al viso spaventato delle signore dell’albergo. «Grazie, tante grazie! Arrivederci!» Era un altro uomo. Dal momento che s’era messo sulla spalla il mantello abbagliante, un sorriso spensierato illuminava il suo viso. Era pallido di un pallore madido, simile a quello degli infermi; però sorrideva, soddisfatto di vivere e d’incamminarsi verso il pubblico, adottando la sua nuova attitudine con la facilità istintiva di chi ha bisogno di un bel gesto per mostrarsi innanzi alla folla. Si pavoneggiava con spavalderia, aspirando il sigaro che portava nella mano sinistra; muoveva le anche nell’andare, sotto lo splendido mantello, marcando rigorosamente il passo, con un’aria da bel giovane. «Andiamo, caballeros... lasciate il passo! Molte grazie; molte grazie». E cercava di liberare il vestito dai sudici contatti, e di aprirsi la via fra una moltitudine di gente mal vestita ed entusiasta, che si affollava alla porta dell’albergo. Non avevano denaro per andare alla corrida, ma approfittavano dell’occasione per dar la mano al famoso Gallardo, o almeno per toccare qualche cosa del suo vestito. Vicino al marciapiede aspettava una carrozza tirata da quattro muletti, vistosamente bardati, con fiocchi e sonagli; Garabato si era già issato a cassetta col suo involto di muletas3 e spade. Nell’interno vi erano tre toreri con i mantelli sulle ginocchia, vestiti con abiti dai colori abbaglianti, ricamati con uguale profusione di quello del maestro, però soltanto di argento. Gallardo, fra le spinte della folla, difendendosi con i gomiti dalle avide mani, arrivò al predellino della vettura, aiutato nella sua salita da un entusiasmo, che gli carezzava il dorso con violenti contatti. «Buona sera, caballeros», disse brevemente a quelli della quadriglia. Si sedette al primo posto, ma presso lo sportello, perché tutti potessero contemplarlo, e sorrise, rispondendo con cenni della testa alle grida di alcune donne cenciose e al breve applauso, che iniziarono gli strilloni dei giornali. La vettura si slanciò con tutto l’impeto dei forti muli, riempiendo la via di allegro scampanellio. La folla si apriva per lasciare il passo alle bestie, però molti si slanciavano verso la vettura come se volessero cadere sotto le ruote. Agitavano cappelli e bastoni; un brivido di entusiasmo correva fra la folla; uno di quei contagi che agitano e fanno impazzire le masse in alcuni momenti, facendo gridare tutti senza saperne il perché. «Viva gli uomini coraggiosi!... Viva la Spagna!» Gallardo, sempre pallido e sorridente, salutava ripetendo “tante grazie”, commosso per l’entusiasmo popolare e orgoglioso del suo valore, che univa il suo nome a quello della patria. Una fila di monelli e di ragazze scapigliate seguì la carrozza con tutta la forza delle loro gambe, come se alla fine della pazza corsa li aspettasse qualche cosa di straordinario. Già da un’ora la via di Alcalà era trasformata in un torrente di vetture, fra due rive di pedoni, che si incamminavano verso l’esterno della città. Tutti i veicoli, antichi e moderni, figuravano in questa emigrazione passeggera, confusa e rumorosa; dall’antica diligenza, tornata alla luce come un anacronismo, fino all’automobile modernissima. I tram passavano stipati, con grappoli di gente traboccante dai predellini. Gli omnibus caricavano passeggeri nell’angolo della via di Siviglia, mentre in alto il conduttore gridava: «Alla plaza!», trottavano con allegro scampanellio le mule bardate, tirando vetture scoperte, con donne ornate di mantiglia bianca e fiori rossi; a ogni momento si udiva un’esclamazione di spavento, vedendo uscir incolume, con scimmiesca agilità, dalle ruote di una vettura, qualche ragazzo che passava a salti da un marciapiede all’altro, sfidando la veloce corrente dei veicoli. Grugnivano le cornette delle automobili; gridavano i cocchieri; bandivano i venditori di giornali il foglio con le stampe e la storia dei tori che si sarebbero battuti, o i ritratti e le fotografie dei toreri famosi; e di quando in quando una esplosione di curiosità gonfiava il sordo rombo della folla. Fra gli scuri cavalli delle guardie municipali, passavano vistosi cavalieri sopra magri e miseri ronzini, con le gambe rivestite di giallo, casacche dorate e larghi cappelli di castoro con grosso fiocco a guisa di coccarda. Erano i picadores4, rudi giovani d’aspetto montanaro, che cavalcavano trasportando vilmente raggomitolato sulla groppa, dietro l’alta sella moresca, una specie di diavolo vestito di rosso, il mono sabio, il servitore che aveva condotto la cavalcatura fino alla casa del cavaliere. Le quadriglie passavano in carrozza scoperta, e i ricami dei toreri, riflettendo la luce pomeridiana, sembravano abbagliare la moltitudine, eccitando l’entusiasmo. «Questo è Fuentes!»; «Quello è il Bomba». E la gente, soddisfatta dell’identificazione, seguiva con sguardo avido l’allontanarsi delle vetture, come se in quel momento succedesse qualche cosa e temessero di arrivare tardi. Dall’alto della strada di Alcalà si vedeva la larga via in tutto il suo rettifilo, bianca di sole, con file di alberi che verdeggiavano al soffio primaverile, i balconi neri di gente e la strada lastricata, visibile soltanto a intervalli, sotto il brulicare della moltitudine e il rotare delle carrozze, che discendevano alla Cibeles. In questo punto si elevava un’altra volta il pendio tra gli albereti e i grandi edifici, e chiudeva la prospettiva, come un arco trionfale, la porta di Alcalà, distaccando la sua forata mole bianca sullo spazio azzurro, nel quale fluttuavano, come cigni solitari, alcuni ciuffi di nuvole. Gallardo andava silenzioso al suo posto, rispondendo alla folla con un immobile sorriso. Dopo il saluto ai banderilleros, non aveva pronunciato parola. Anche quelli erano silenziosi e pallidi, con l’ansia dell’ignoto. Trovandosi fra toreri, lasciavano da parte, come inutile, la spavalderia necessaria dinanzi al pubblico. Un influsso misterioso sembrava avvisare la folla del passaggio dell’ultima quadriglia, che andava verso il circo. I monelli, che correvano fra le carrozze acclamando Gallardo, erano rimasti indietro, e il gruppo si era disperso fra le vetture; però, malgrado questo, la gente volgeva la testa come se indovinasse alle sue spalle la vicinanza del celebre torero, e si fermava allineandosi sull’orlo del marciapiede per vederlo meglio. Nelle vetture che procedevano avanti, le donne volgevano le loro teste, come avvertite dallo scampanellio dei muli trottatori. Un ruggito informe usciva da alcuni gruppi, che si formavano sui marciapiedi; dovevano essere entusiastiche acclamazioni. Alcuni agitavano i cappelli; altri levavano in alto i bastoni agitandoli in atto di saluto. Gallardo rispondeva a tutti col suo sorriso forzato, però sembrava non rendersi conto, nella sua preoccupazione, di questi saluti. Al suo fianco sedeva il Nacional, il pedone di confidenza, un banderillero maggiore di lui di dieci anni, omaccione rude, dalle ciglia unite e dai movimenti gravi. Era famoso fra la gente del suo mestiere per la sua bontà, la sua probità e i suoi entusiasmi politici. «Juan, non ti lamenterai di Madrid», disse il Nacional. «Hai conquistato il pubblico». Ma Gallardo, come se non lo avesse udito e desideroso di esternare i pensieri che lo preoccupavano, rispose: Il cuore mi dice che oggi mi accadrà qualche cosa». Nell’arrivare alla Cibeles la carrozza si fermò. Veniva un gran funerale dal Prado, lungo la via della Castellana, tagliando la valanga di vetture della via di Alcalà. Gallardo impallidì ancora più, contemplando con occhi esterrefatti il passaggio della croce e lo sfilare dei sacerdoti, che gravemente intonavano il loro salmodiare, mentre guardavano, gli uni con avversione e gli altri con invidia, tutta quella gente che, dimentica di Dio, correva a divertirsi. L’espada si affrettò a togliersi il cappello, imitando i suoi banderilleros, tranne il Nacional. «Ma che tu sia maledetto!», gridò Gallardo. «Scopriti, dannato!» Lo guardava furioso, come se volesse batterlo, convinto, per una confusa intuizione, che quel sacrilegio avrebbe attirato sopra di lui le peggiori disgrazie. «Bene, me lo tolgo», disse il Nacional con un broncio da bambino contrariato, appena vide allontanarsi la croce. «Me lo tolgo... ma per rispetto al morto». Restarono fermi molto tempo, per lasciar passare il corteo. «Cattivo segno», mormorò Gallardo con voce tremante di collera, «a chi capita d’incontrare un funerale lungo la strada per la plaza!... Maledizione! Lo dico, io, che oggi succede qualche cosa!»
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