Rincorro Leigh giù per il lungo spiazzo del parcheggio. L’Aeroporto Internazionale di Auckland, a differenza del mastodontico Kingsford di Sydney, è piccolo e caotico. Le insegne, confuse e pressoché inesistenti, segnalavano un’area di sosta proprio fuori l’uscita principale. L’informazione, come volevasi dimostrare, era errata. “Leigh, puoi per favore fermarti? La tua valigia fa un rumore insopportabile” la imploro. Prima di partire le avevo consigliato – o meglio, ordinato – di munirsi di uno zaino da viaggio. La valigia sarebbe stata inutile per un soggiorno di soli due giorni, senza contare che Leigh non ha una percezione umana del carico del bagaglio. Alla fine la situazione si era sbiadita ai limiti dell’immaginabile: mentre Leigh avrebbe dovuto annunciare ai suoi che avreb

