5
«Che c’è commissario?».
Per il semplice fatto di essersi voltato, Pischedda perde il controllo del motoscafo.
Quasi.
«Guardi avanti! E rallenti, Dio santo! Si fermi!!».
Sono tentato di prendere i comandi.
No: Pischedda deve imparare.
«Inversione a U», ordino. «Occhi intorno, prima di iniziare la manovra. E anche mentre la esegue!».
«Perché? Cos’è successo?».
«Si concentri sull’inversione, porca miseria!».
Pischedda dà troppo gas: inversione larga.
«Stoooop!! Doveva partire con dolcezza! Gliel’avevo detto di concentrarsi! Adesso ci vuole un po’ di marcia indietro. Così, bene. Timone a destra. Marcia avanti… Viri a sinistra e si allinei alla riva. Ci siamo!».
«Inversione eseguita correttamente!», esclama Pischedda. Ha l’entusiasmo di un adolescente che ha appena segnato un gol.
«Li vede quei due deficienti? Si sono appena tuffati dal Ponte degli Scalzi. Figli di…».
Mi mordo la lingua. Per colpa della bravata, perderò un sacco di tempo. Ma sono un agente di polizia. Un effettivo di PG: Polizia Giudiziaria. Devo intervenire, se avvisto un reato. Ventiquattrore su ventiquattro.
«Nunzio, io telefono alla Polfer, visto che siamo in prossimità della stazione. Non potrò darle indicazioni per le manovre, nel frattempo. Si concentri al massimo. Capito?».
«Certo! Si fidi di me, dottore!». Pischedda è gasatissimo, pronto a segnare di nuovo.
I tuffatori toccano riva. Salgono sulla Fondamenta degli Scalzi accolti dalla polizia ferroviaria. I due atleti si guardano in faccia e decidono di finire lì la partita.
«Presi!», grida Pischedda alzando il pollice.
Gli autori della bravata si voltano verso di lui e gridano a turno: «Fuck you!»; «Motherfucker! Son of a b***h!!».
«Dovevate pensarci prima! Siete stati voi a volervi tuffare!», esclama il mio pilota.
E io: «La pianti di interloquire con quei due stronzi. Dietro front!».
Dal Ponte degli Scalzi, decine di smartphone sono puntati su di noi: i turisti filmano e fotografano tutto.
La manovra riesce in un colpo solo.
Ripartiamo in direzione del Levante.
Superiamo un vaporetto carico di gente e valige. Io mantengo un’espressione seria, simile a quella di Che Guevara nella celebre foto.
Dal mezzo di linea, altri smartphone ci prendono di mira. Immagino che foto e filmati si stiano già diffondendo in Internet.
Sbuffo. Non è il massimo stare sotto l’occhio vigile di chiunque.
«Vietato fumare in servizio!», protesto mentre passiamo sotto il Ponte di Rialto.
«È meglio così, sa commissario? Lei dovrebbe…», commenta Pischedda sfiorando una bricola.
«Attento!», grido.
Nunzio Pischedda vira a sinistra. Troppo a sinistra.
«Uffa! Cosa sta facendo, adesso?».
«Mi avvicino all’Hotel Levante! Eccolo là!».
Il giovane poliziotto indica Palazzo Fanón, trasformato in albergo a quattro stelle sul finire degli anni Ottanta.
Stucchi e marmi pregiati gli conferiscono un aspetto lussuoso.
Per non parlare della location.
Al molo privato dell’albergo sono ormeggiate tre imbarcazioni: la lancia della scientifica, un motoscafo della questura, un battello di proprietà dell’hotel.
Vado al timone: «Mi ceda il posto, Nunzio».
Pischedda mi fissa, come per dire: “Cattivo! Ho segnato tutti quei gol e adesso mi mandi in panchina!”.
Si siede guardando in basso.
«Ma sì. Prenditela pure con me. Meglio la tua faccia storta che quattro natanti a catafascio.»
Pischedda alza un po’ gli occhi. Fa mezzo sorriso.
Pare abbia capito.