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Maschere venete.
Hanno buchi al posto degli occhi. Eppure, riescono a scrutarti l’anima.
Guardano severe, come una folla di inquisitori.
Le xe maravejóse: si meravigliano di te, della tua misera piccolezza.
La Bauta, più delle altre, mette soggezione.
Senza bocca. Color dell’osso.
Con la sua faccia vuota, pesa e ripesa ciò che vorresti nascondere.
E condanna.
Stefano Guanzanín, infastidito, distoglie lo sguardo e riprende a camminare.
Lascia Calle Chioverete. Attraversa Ponte Bergami.
Getta lo sguardo dentro una pizzeria al taglio. Vede l’orologio appeso alla parete. Sono le 9.25.
Rivarò puntuale.
Li ha chiamati ieri pomeriggio, i Muttò. Ha fatto la richiesta adoperando il linguaggio in codice.
Non ce ne sarebbe bisogno, ma Guanzanín accelera il passo.
Nel suo paese, San Giovanni Lupatoto, lo chiamano El Guanza. A Venezia, è per tutti Tip Tap.
Ciò, per via delle scarpe in cuoio con cui si presentò in città, le prime volte.
Da un pezzo, ormai, Guanzanín le ha sostituite con un vecchio paio di Nike slambricciate. Il soprannome, però, non glielo leva più nessuno.
Su, oltre i piedi, Tip Tap indossa i Levi’s 501 che gli ha passato suo zio ’Genio e, ancor più su, una maglietta rosso sbiadito con la scritta inclinata REGULAR.
El Guanza ha capelli ricci, castano scuro. Corti ma non troppo.
Ha occhi bui, soprattutto: lo sguardo è annerito da un paio di Ray-Ban vecchio stile.
Regalo della cresima.
Tip Tap aveva dodici anni, allora. Gli fece da padrino zio Eugenio, fratello minore della madre.
Ogni santa sera, ’Genio prendeva la macchina. Fasso un gireto, diceva ai familiari. Quei giri, di norma, duravano fino all’alba.
In casa si evitava di parlarne. Soprattutto, si stava al largo dalla Fiat Punto di ’Genio.
Il neocresimato era un ragazzo grassoccio. Quando nessuno lo vedeva, s’infilava nella macchina.
Respirava a pieni polmoni, assaporando gli aromi ivi custoditi. Il profumo del destino era attraente.
Adesso, El Guanza, ha 26 anni. Le anfetamine l’hanno smagrito come un chiodo. ’Genio è morto qualche tempo fa; il nipote ne ha ereditato la mansione. E l’automobile.
Quando Tip Tap fa i suoi “gireti”, quelli di casa non chiedono niente.
Perché tutti, in fondo, in fondo, in fondo… tutti hanno occhi bui.
Come le maschere.
El Guanza sfila gli occhiali.
Osserva la scritta incisa nell’ottone: MADE IN USA. Sorride un paio di secondi. Lo fa sempre, quando legge quelle tre parole.
Netta le lenti con un lembo della maglia. Inforca di nuovo i Ray-Ban.
Un piccolo ponte. Oltre, l’insegna Camillero.
Guanzanín fa i passi che deve fare. Ed entra nel bar.
«Ciao Calabria!», esclama con la sua voce stra-nasale.
Il barista non reagisce. Come se nessuno avesse parlato.