Capitolo 7

921 Parole
7 Eccomi al Levante. Alle mie spalle, Nunzio Pischedda cammina incerto. La hall è illuminata da dozzine di lampadari in vetro di Murano. Sembra un salone da ballo, tanto è sterminata. Davanti a me ci sono il vicecommissario Comunalazzi, l’ispettore Bonora e un uomo che essi stanno interrogando. Tutti moltiplicati un’infinità di volte. Guardo meglio. Ecco il trucco: enormi specchi fissati alle pareti. Il lampadario è uno. Tre le poltrone. Tre gli uomini seduti davanti a un singolo tavolino da tè. Comunalazzi e Bonora si levano in piedi. «Buongiorno, dottore», dicono. Il terzo uomo si alza con un leggero ritardo. «Buongiorno», dice lentamente. Vuole darla a intendere e lo fa abbastanza bene. Ma con me non può riuscirci: è ubriaco. Faccio segno a Comunalazzi: «Lino, conferisca». Il vicecommissario si avvicina. Guardo l’ispettore Bonora: «Franco?». «Comandi, commissario». «Riprenda pure il colloquio». «Certo», conferma l’ispettore, sedendosi. Si accomoda anche il suo interlocutore. Sempre con leggero ritardo. Pischedda alza una mano. «Dica, Nunzio». «Mi aspettano in questura... Posso andare, dottore?». «Ovvio», rispondo. «Stia attento alla manovra in uscita». «Può stare tranquillo!». “Il signor Tranquillo morì inculato”. Così dice la mia vecchia, giù in Romagna. Io e Lino ci spostiamo accanto a uno degli specchi. Ho la netta sensazione di essere osservato, come se di là dalle pareti riflettenti fosse nascosto qualcuno che guarda. È una sensazione normale, penso, quando si hanno tanti specchi attorno. Zittisco Lino preventivamente: ho portato l’indice davanti alle labbra. Tendo l’orecchio. Pischedda mette in moto, dà un filo di gas, esce dall’approdo senza urtare le altre barche. Tiro un sospiro di sollievo. Ascolto anche Bonora. Dice: «Allora, signor Procaccioni. Ripeta tutto per filo e per segno». Strizzo gli occhi. Riesco a leggere qualche parola dal foglio che Procaccioni tiene in mano: Averna, Lucano, Limoncello… «È il barman dell’hotel?», chiedo a Comunalazzi. Lino risponde: «Sì. Ha scoperto lui i cadaveri». «E a che ora ha chiamato?». «9.46». «Identità delle vittime. Nomi, età, ruoli». «Donatella Cristofori, cinquantacinque anni, proprietaria e direttrice dell’albergo. Giovanni Garavello, cuoco, sessantatré anni». «Ho visto la barca della scientifica, al molo…». «I colleghi si trovano dietro quella porta». Congedo temporaneamente Comunalazzi. Raggiungo l’uscio in noce scuro che mi ha indicato. Riesco ad aprire poco più di una spanna: un corpo di centosessanta chili blocca l’ingresso. Appiattisco il torace; riesco a passare. Nella stanza, non trovo soltanto i morti e i poliziotti: accucciata presso Donatella Cristofori, ecco il medico legale Nora Paoletti. «Buongiorno», dico a tutti. «Buongiorno», rispondono quelli della scientifica. La Paoletti resta in silenzio. Come i cadaveri. Passa parecchio tempo. Finalmente, il medico legale solleva i suoi occhioni azzurri, sistema la frangetta biondo cenere e mi chiede: «Ti pare questa l’ora di arrivare?». Rispondo stizzito: «Ma che cavolo dici? Sai che due energumeni si sono tuffati dal Ponte degli Scalzi?». Hm hm…, fa il medico. E torna a esaminare la vittima. Che giochi pure a stuzzicarmi, penso. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Per me conta solo un fatto: Nora Paoletti è eccellente nel suo lavoro. Gironzolo un po’ per la stanza. Noto le inferriate, arrugginite ma ancora al loro posto: non sono state forzate. Che senso avrebbe, d’altronde? Gli alberghi di Venezia restano aperti giorno e notte: i turisti vanno e vengono a qualsiasi ora. Pure gli assassini, a quanto pare. Noto un piccolo bagno, in fondo all’ufficio. È sprovvisto di finestre. Un aspiratore Vortice si attiva accendendo la luce. Torno di fronte al medico legale. Mi accuccio. Prendo anch’io a scrutare la direttrice defunta. Corporatura snella. Capelli corvini, tinti con cura. Occhi scuri, labbra carnose. Il cadavere indossa un tubino nero, pur essendo mattina. «Cosa ne pensi?», chiedo. «Questa poveretta è morta per avvelenamento», stabilisce Nora Paoletti. «Vedi com’è contratta? Ha sofferto, prima di tirare le cuoia. E molto. Deve trattarsi di un veleno ad azione ritardata, qualcosa di origine naturale». «Perché la vittima non ha chiamato un’ambulanza?». «Sulle prime, non ha avvertito alcun dolore. Il male dev’essere esploso tutto in un colpo, come una pugnalata nella pancia». «Quanto tempo è trascorso tra l’assunzione del veleno e la morte?». «Secondo me, grossomodo tre ore». Indico l’altra vittima: «Anche lui è stato avvelenato?». «Scusate!», ci interrompono gli uomini della scientifica. «Dobbiamo tornare allo scafo. Serve altro luminol». Il medico e io ci alziamo in piedi per lasciarli passare. Restiamo soli. La guardo serio: «Non ti sognare di fare avance. Rimani sul pezzo». Per fortuna, mi dà ascolto: «Nel caso del cuoco, il veleno non c’entra niente. Vedi le mani portate al petto? Giovanni Garavello è morto d’infarto. Schiattato sul colpo per la brutta sorpresa». «Riusciresti a redigere il referto autoptico relativo a Donatella Cristofori… Mmh… diciamo entro le quattordici?». «Magnifico! Così, questo pomeriggio, vado dalla parrucchiera. Stasera c’è il Summer Park, a Salzano. Che ne diresti di un giro di valzer dopo cena?». Scuoto la testa. «Niente avance, avevo detto». Torno a chinarmi sul cadavere della direttrice. Altrettanto fa Nora. «Ma quali avance e avance… Cosa c’è di male se due colleghi si trovano per ballare? Poi ci sediamo davanti a un drink e ti spiego tutto sui veleni che Madre Natura mette a disposizione di...». «No». «Perché no?». «Non si può», dico seccamente. «Ah… “Non si può…”», ripete Nora. Scatta in piedi. Se ne va senza aggiungere altro. «Mi raccomando: il report!», grido mentre lei scivola fuori dalla porta. Non si può. Quelli della scientifica rientrano nell’ufficio. Chiedo loro di mostrarmi la borsa-reperti. Contiene una bottiglietta di succo vuota, una salvietta di carta, tre bottigliette ancora integre, piene fino all’orlo. C’è anche una confezione di insalata pronta per il consumo. Leggo le etichette sui succhi: BIO-MIRTILLO 100%. «Da dove viene questo ben di Dio?». «Succhi sigillati e verdura li abbiamo trovati là, nel frigo», risponde il primo agente; indica un minuscolo frigorifero, posto sotto la scrivania. «La bottiglietta vuota e la salvietta stavano nel cestino dei rifiuti», completa l’altro. «Quando saranno pronte le analisi?», chiedo. «Dobbiamo terminare i rilievi. Non è facile capire quanto tempo servirà». Così agghindati, con tuta e mascherine, sembrano pronti a entrare in una centrale atomica. Bravi, penso, seguite il regolamento. E non avrete mai problemi con Badalamenti. Ordino: «Per setacciare l’ufficio, tornate qui nel pomeriggio. Adesso correte a chiudervi in laboratorio: le analisi di quei reperti hanno la precedenza». «Okay, dottor Fellini. Nel primo pomeriggio avrà il responso», promettono gli uomini della scientifica.
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