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«Ma che cavolo dici? Sai che due energumeni si sono tuffati dal Ponte degli Scalzi?».
L’Osservatore riapre gli occhi. Ha udito la voce di un uomo. Non è Franco. Né Carlo. Non è Procaccioni. E neanche uno dei due agenti in tuta bianca.
Eccoti finalmente! Piacere di conoscerti, Fellini.
L’Osservatore sfila gli auricolari. Si drizza sulla sedia. Si stiracchia. Va a lavarsi la faccia, nel bagno della 309.
Poi torna alla scrivania.
Riposiziona gli auricolari.
Camera 1.
Zooma su due teste, una di fronte all’altra: Fellini e la dottoressa.
«Cosa ne pensi?», le chiede il commissario.
«Questa poveretta è morta per avvelenamento».
Lo sai, Fellini? Assomigli a Che Guevara. Io, i comunisti, li impiccherei tutti per i coglioni.
L’Osservatore ascolta la conversazione.
Interessante.
«Non si può», dice Fellini.
«Ah… “Non si può…”», ripete Nora Paoletti.
La donna scatta in piedi. Se ne va.
Nello schermetto rimane solo la testa del commissario.
Complimenti, Fellini! Ce l’hai messa tutta, a farla scappare!
Scemo… Ti dovrebbero spruzzare un po’ di Svitol nel cervello! “Non si può” le hai detto… Bah… Più che comunista devi essere frocio.
Zoomando ancora, L’Osservatore inquadra la fede nell’anulare sinistro del commissario.
A-ah! Sei sposato! Non posso crederci: è per questo che “non si può”?! Ma non farmi ridere, dai…
Camera 3.
Che due coglioni megagalattici fa venire, ’sta rotazione…
La dottoressa abbandona l’hotel; Comunalazzi e Bonora la salutano senza essere ricambiati.
Bisogna che lo riconosca: prima c’hai preso, bella. Ho usato proprio un veleno di origine naturale.
L’Osservatore inquadra Carlo “Lino” Comunalazzi e Francesco “Franco” Bonora.
I due uomini comunicano a gesti. Il primo ammucchia le dita per chiedere: “Perché se ne sta andando così?”; il secondo indica l’ufficio con un breve movimento della testa. Significa: “Ha litigato con Fellini”.
Ah! Lo sanno tutti, allora, che la Paoletti ci prova con…
L’Osservatore fa un balzo sulla sedia: ha sentito un vocio fuori dalla porta.
Slitta da una microcamera all’altra.
Camera 11.
Una cameriera sta discutendo con il cliente della camera 308.
«Cento euro», dice la donna.
«Troppi! Facciamo settanta. Ottanta!», ribatte l’uomo.
«Mi spiace, io non scendo mai sotto cento euro».
«Perché sei così testarda? Io…».
La cameriera fa per andarsene.
«Aspetta, dove cazzo vai? Va bene, va bene… Vieni qui…».
«Cento euro. Anticipati».
L’uomo scompare per qualche secondo. Torna e consegna alla donna una banconota verde.
Lei prende il denaro.
«Trattamento completo, però…», prova a dire l’uomo.
«Cento euro valgono per lo standard. Il completo ne costa centoquaranta».
«Entra. Non stiamo sulla porta».
«Standard o completo?».
«Partiamo dallo standard. Poi vediamo come evolve la cosa».
La cameriera varca la soglia. Chiude la porta alle proprie spalle.
E brava Arina. Ti porti a casa anche oggi minimo cento euro extra. Vedrai che alla fine gliene farai scucire centoquaranta, a quel puttaniere. Lo sai benissimo che, delle tre, sei la migliore…
L’Osservatore leva gli auricolari. Lascia lo smartphone sulla scrivania e si sposta in bagno.
Appiccica un orecchio alle mattonelle della doccia.
I rumori sono inequivocabili.
Sai che ti dico, Arina? Potresti essere tu a dare un po’ di Svitol a Fellini. Tu, o una delle tue colleghe. Così quel poveraccio la smetterà di farsi tanti problemi assurdi.
L’Osservatore torna alla scrivania. Riprende lo smartphone e gli auricolari.
Mosaic.
Camera 3.
Rotazione del cazzo!
Basta!
L’Osservatore preme il tasto Home.