Capitolo 9

705 Parole
9 «Ciao Calabria!», ripete El Guanza con la sua voce stra-nasale. «Ah, ciao Thip Thap… No the ghevo vhisto», mente il barista del Camillero. «Vhien. The ofro un cafhé». «Ma sì, ostreghéta. Dame ’sto café, Calabria. Come steto?». «Mhi? Sthago bhenón. E thi?». «Ben anca mi». Tip Tap afferra la tazzina. Manda giù in pochi sorsi il liquido bollente. Se potesse, scoppierebbe a ridere: Michele Muttò si ostina a parlare in… Dialèto Veneto missià co’ l’accento dela lócride, mormoricchia El Guanza. Asùrdo! Che contrafassión! No, non deve ridergli in faccia. Sennò va tutto a monte. Attende il momento giusto. Non ora: uno spagnolo sui quarant’anni s’è avvicinato al bancone. Paga le consumazioni della famiglia. Poi torna da moglie, due figlie e cane. Escono dal bar salutando: «Hola! Muchas gracias!». «Ciao! Grazie a voi!», esclama il barista sventolando la destra. Fuori gli spagnoli, dentro tre egiziani che ordinano cappuccini. Li consumano al banco, portando avanti i loro discorsi in arabo. Pagano. Se ne vanno. Nel bar si intrufola un cingalese. Ha con sé una dozzina di selfie stick. Li porge ai clienti. Michele lo lascia fare. Approfitta del momento per compiere un giro tra i tavoli e raccogliere su un vassoio tazze, tazzine, piattini vuoti. El Guanza gli va subito dietro. «Dhime, Thip Thap. Cossa ghe ze?». Mi son pronto. Dame la... «Gatho paghà l’ulthima voltha?». Òstrega, se go pagà. Te lo sa benìsimo, Calabria. «Sì. Mha… pagasti in rithardo. E pure la voltha primha». Ma ala fine, mi go pagà tuto, no? «Fora i sghei. Anticipathi». No’ farme el difìzile, Miki. Te porto el malopo dopo pranzo. Giuro. «L’ulthima voltha…». Can del porco! Sa te digo che… «Fnishla». «Questo no’ xe venexiàn». «Ze calabreze. Vol dir: piantala. Mi ho da far el me lavór. The go anca ofertho el cafhé. ’Desso, caro Thip Thap, sparíssi e no’ farthe pi’ védhare». Lì vicino, un ragazzo estrae dieci euro dal portafogli e compra un selfie stick. Indica quello azzurro. La fidanzata interviene; dirotta la scelta su un bastone bianco. Impugnata la bacchetta magica, i due ’morosi cominciano a fotografarsi. Lì, al tavolo. Sono ben consapevoli di sorridere: spingono in su, più che possono, gli angoli della bocca. Sorridono anche mentre si baciano. Alle loro spalle, entro una teca, stanno appesi classici nodi marinareschi, contornati da acquerelli con scorci veneziani. Tip Tap ringrazia il cielo di non risultare inquadrato nelle foto. Non ha voglia di finire in Internet, in bella mostra. Michele Muttò pensa la medesima cosa. Il barista torna dietro il bancone. Fa il conto ai due innamorati che, usciti dal bar, si uniscono alla fiumana. Calabria: dame la robazza. Michele sorride a una ragazza appena entrata. «Cossa dizévitho?», le domanda. «Grazie al cielo, ecco un vero veneziano. Qual è la strada per Piazza San Marco?». «Fora dal bar, voltha a dhestra. Camína par siesénto methri. Thraversa el Canal Grandhe. Voltha ancora a dhestra. Dha lì, segui le indhicazión». «Ma quanto ci vuole?». «Eh… l’è longha. Ciapa el vaporetho, di fronthe ala stasión de Santha Lucia!». «Farò così». La ragazza lascia il bar. Prima di voltare l’angolo, sorride al barista attraverso la vetrata». «Quela là, la thorna ’ndrío tra massimo dièze minuthi. Che bel thoco de mona, òsthrega…». Alora, Calabria, visto che te prevedi de trombàr, fame contento anca mi e dame la rob... Inaspettatamente, Michele Muttò afferra il cellulare e chiama qualcuno. Gli parla in calabrese stretto. Riappoggia il telefono. Neanche dieci secondi, e dalla porticina a lato del bancone appare un secondo barista. Ecco Guarino Muttò, cugino di Michele. I due non si somigliano per niente: il primo è moro, ha la pelle olivastra; nel caso del secondo, la pelle è chiara e i capelli biondi. Chissà se i xe cugini veramente, pensa El Guanza. «Calabria 2: la vendémia…», fa imbarazzato. Quando non sa che dire, Stefano Guanzanín spara cazzate. «Thip Thap… Pigghj’a!», esclama Guarino. Uno zainetto nero, vola sopra il bancone e atterra sulla scritta REGULAR. Tip Tap sorride, con la sua boccaccia larga: «Gràssie Guarín. Gràssie anca a ti, Miki. Se vedemo pi’ tardi, ché saldarò el conto». El Guanza nota che i cugini lo stanno fissando in modo strano. «Torno dopo, pa’ saldàr el conto», ripete. La turista che aveva chiesto informazioni rientra al Camillero. Come da programma. «Scusa», dice a Michele, «credo proprio di essermi persa…». «No’ the prehocupar!» la tranquillizza il moro. «Risolvo mhi el problemha. Guarín, servi i clienthi. A vagho dhe là con la thósa, a sthampàr el perc-horso da Google Maps». Michele le apre la porticina. Fa segno di entrare. Segue la giovane, chiudendosi il minuscolo uscio alle spalle. El Guanza, finalmente, si decide a lasciare il Camillero. «’Sto pomeriggio!», ribadisce dalla soglia. «Saldo tuto!». Quando l’avventore sparisce, Guarino Muttò commenta: «Thip thap… Fissa! Cchiù fissa dha funthana i Rhiggiu!».
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