Capitolo 10

522 Parole
10 Nella hall del Levante, Lino Comunalazzi fa per alzarsi e cedermi il posto. Preferisco restare in piedi, perciò gli appoggio una mano sulla spalla. Franco riassume: «Dunque, signor Procaccioni: stamattina, alle 9.30, lei era atteso dalla direttrice per...». L’ispettore viene interrotto da sei pensionate inglesi, entrate da Calle del Libécio. Pochi istanti e un taxi-acqueo fa sosta al molo. Nell’hotel si aggiunge una famiglia di polacchi: quattro nonni, due genitori e tre maschietti biondi. Inglesi e polacchi, sicuramente, immaginano che anche noi siamo turisti. Guardo il barman: «Ha modo di dirottare queste persone verso altri alberghi?». Procaccioni si concentra, prima di aprire bocca. «Ho qualche numero in rubrica», dice. «Su, telefoni. Liberi l’albergo dai nuovi ospiti». Lui attiva il cellulare. Accede alla rubrica. Individua un numero e chiama. «Ciò, Dante… A go siè veciàzze inglísi, nove polàchi e stasíra me ’riva trédexe giaponísi. Posso mandarte on fià de ’sta zente? …Eh, sì òstrega, qua ghe xe sta un problema. Un groso problema! No, vècio! No’ domandàrme gnente, te lezarà tuto sul giornale. Te digo ca… No!! No’ posso dírte gnente, òstrega!». Alla parola “giornale”, comprendo che da un momento all’altro si farà vivo il Rompiballe: Matteo Malatesta, direttore di Venezia Notizie, autore di… PAGATO PER FUMARE? «Presto, Lino», ordino al vicecommissario. «Appiccichi nastro bianco-blu fuori dagli ingressi. Guai a chi entra o esce senza autorizzazione». «Provvedo, dottore». Il vicecommissario va al motoscafo. Torna con quattro paletti e un rotolo di nastro. Rientra dalla porta a vetri, attraversa la hall ed esce in Calle del Libécio. Contemporaneamente, attracca il battello dei necrofori. La comparsa delle bare di zinco aiuta i neoarrivati a comprendere perché li stiamo dirottando altrove. Inglesi e polacchi spariscono. La morte mette fretta, penso. La hall ora è semivuota, nonostante gli specchi alle pareti tentino di ingannare le cose. Procaccioni è ancora lì, che parla al telefono. «Senti Dante, fame ’sta cortesia: pàssame el parón. Sì, ghe parlo un atimín… Siór Fulgenzio, ’giorno! Sono il barman Antonio Procaccioni. Ricorda che… Esatto, barman Procaccioni! Se è ancora disponibile… Ecco, benissimo, mi farò vivo appena mi libero da... Insomma… Cari ossequi». Il barman riattacca. A bruciapelo, gli chiedo: «Come mai ha tanta fretta di cambiare albergo?». Procaccioni spinge al massimo sull’autocontrollo: «…E quando me ne vado, sennò?». «Non si trova bene qui?». «Mi trovo benissimo», farfuglia. «Però è capitata la disgràssia e...». «…E?». «E tutti noi dipendenti dovarémo trovàr qualcossa d’altro». No, intuisco. Tu ci soffri, qui al Levante. Mi avvicino a lui. Annuso l’aria. Deve aver ingurgitato un intero pacchetto di caramelle balsamiche. A tre dita dal suo naso, dico: «Accompagni il dottor Bonora in giro per l’albergo. Lo aiuti a verificare che ci siano tutti: lavoratori e ospiti. Fateli scendere al piano terra». Il barman e Francesco “Franco” Bonora si dirigono verso l’ascensore. Fingo un ripensamento: «Procaccioni, torni qui, per favore. Ho una domanda da farle». Osservo con attenzione i movimenti dell’uomo. «Comandi!», esclama. «C’è modo di fumare senza uscire dall’albergo?». «Dovrebbe salire nella stanza della sióra direttrice, la 201. La sióra apriva la finestra della camera. Fumava lì. Appena alzata e prima di dormire: due sigarette al giorno». «Speravo che anche al piano terra…». «No, al piano tera non ghe xe sale per fumatori… Gnànca ai piani». Lascio che vada insieme a Bonora. Mi rivolgo a Comunalazzi: «Non è stato lui. È ipercontrollato per nascondere che beve. Per il resto, non è sul “chi va là”». «L’ho notato, dottore», conferma il vice. Poi aggiunge: «Ciò può bastare a scagionarlo?». «Noi cerchiamo contraddizioni, Lino. Dati e contraddizioni». «E se non ne salta fuori neanche una, di contraddizione?». Questo è il mio incubo, penso.
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