Binario morto

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Binario morto Capita non di rado che uno sconosciuto ci fermi per chiederci un’informazione: gli abituali frequentatori delle stazioni o dei terminal aeroportuali hanno dimestichezza con domande e richieste su binari, orari, voli e depositi bagagli: non è altrettanto comune essere fermati da un personaggio che, dopo aver posto un quesito, si smaterializza e scompare nel nulla. Vi sono passeggeri che viaggiano oltre le rigide regole imposte dalle compagnie ferroviarie, spostandosi a proprio piacimento non in confini materiali bensì attraverso porte del tempo che li proiettano fino ai nostri giorni. Cagliari, con la sua propensione verso la magia, non è immune da apparizioni che coinvolgano esseri provenienti da altre epoche: è recente la testimonianza di alcune persone che hanno dichiarato di essere state fermate, alla Stazione delle Ferrovie dello Stato, da un individuo vestito elegantemente ma in maniera strana, curiosa, fuori dal comune. Il personaggio, dopo aver chiesto ripetutamente l’orario di partenza di un non meglio specificato treno, spariva alla vista dell’interlocutore. Scomparso nel nulla, quasi inghiottito dalle mura. È chiaro che certi fenomeni inspiegabili, come apparizioni, manifestazioni di spiriti, avrebbero per teatro luoghi che – in qualche maniera – mantengono un ricordo di eventi tragici: una sorta di memoria del passato che si proietta con i suoi protagonisti valicando i confini delle epoche. Per cercare di dare una spiegazione a quanto parrebbe verificarsi nella centralissima stazione di via Roma è necessario riandare al 18 aprile del 1899, un martedì di festa; la città era da alcuni giorni in pieno fermento per la visita di Umberto I e della Regina Margherita, città tirata a lucido e ripulita sotto l’impulso del pragmatico sindaco Ottone Bacaredda. Lo stesso Palazzo Viceregio, abbandonato oramai da una cinquantina d’anni, era stato in tutta fretta riattato per ospitare la coppia reale e tutto il loro seguito. I regnanti erano arrivati a Cagliari, a bordo dello yacht reale Savoia, un imponente tre alberi di circa 94 metri di lunghezza. L’incrociatore della famiglia sabauda era arrivato nella mattinata del 12 aprile con un impressionante spiegamento di nobili, valletti, accompagnatori e uomini d’equipaggio: i sovrani erano giunti per compiere una serie di visite istituzionali, incontri e celebrazioni che li avrebbero visti protagonisti di rilievo nell’arco di sei giorni. Cagliari e la Sardegna tutta s’erano preparate all’evento, organizzato scenicamente per rinsaldare – in un momento di profonda crisi economica e sociale – il legame tra l’Isola e la terraferma: con le stesse motivazioni si doveva svolgere il pranzo d’onore organizzato a bordo della corazzata francese Brennus, giunta a Cagliari per rendere omaggio al sovrano dopo un periodo di rapporti difficili e tesi con la Francia. La mattina di martedì 18 aprileuna gran folla si era radunata alla stazione per rendere nuovamente omaggio ai reali, in procinto di lasciare temporaneamente Cagliari per visitare il resto dell’Isola. Tra la popolazione in festa c’erano anche le alunne della Scuola Normale che la sera prima avevano atteso invano la visita della Regina nel loro istituto. La sovrana, stanca per un lungo giro compiuto a Quartu, aveva spostato l’incontro all’indomani, prima della partenza. Le ragazze, guidate dalla direttrice Caterina Crespi, erano state quindi ricevute alle otto in punto dalla Regina Margherita nelle sale di Palazzo Viceregio: un lungo colloquio con tutto il corpo docente e le giovani allieve in un clima di festa e di gioia. Per questo la folta rappresentanza della Scuola Normale aveva deciso di raggiungere la stazione per un ulteriore saluto ai regnanti. La piazza antistante le ferrovie era talmente gremita dai cagliaritani da rendere impossibile il passaggio; fu la direttrice Crespi a muovere a compassione il capostazione che, dietro numerosi solleciti, ospitò la rappresentanza femminile nel balcone della sua abitazione situata dentro le ferrovie. Un luogo d’osservazione privilegiato destinato a trasformarsi in una trappola mortale. Mentre la coppia reale salutava il pubblico festante la balaustra del balcone dove erano le ragazze cedette improvvisamente. Forse fu la troppa foga delle giovani, forse l’eccessivo carico di spettatrici: resta il fatto che l’intera struttura venne giù con un frastuono terribile. Qualche istante dopo il tremendo boato, accompagnato da un silenzio d’attesa, s’iniziarono a sentire le urla disperate dei feriti e le grida dei soccorritori. La situazione apparve immediatamente grave; dopo un volo rovinoso di otto metri numerose ragazze erano ferite in modo grave, così come alcuni curiosi che si trovavano sotto la balconata. I soccorsi, coordinati dagli ufficiali al seguito dei regnanti, furono immediati e dettero l’esatta dimensione della tragedia. Ventidue feriti in maniera grave vennero trasportati in ospedale mentre per il facchino Raffaele Costa, rimasto schiacciato dai detriti, non rimaneva altro che la constatazione di morte. Tra le allieve, le più gravi apparvero Rosa Verdura e Giuseppina Pani: quest’ultima, dopo una lunga agonia, morirà il 29 aprile alle 14,30 vegliata dal padre, notaio di San Pantaleo, paese d’origine della giovane. Rosa Verdura rimarrà menomata per il resto della vita portando con sé il triste ricordo della giornata. Il profondo cordoglio per la tragedia coinvolse tutta la città, che si mostrò generosa, raccogliendo una cospicua somma per la famiglia del facchino Raffaele Costa. Altrettanto vasto fu il cordoglio e la partecipazione per i funerali della tredicenne Giuseppina Pani: il corteo funebre si mosse dall’Ospedale Civile e la bara venne portata a spalle per tutto il lungo percorso dagli studenti universitari cagliaritani. Uno dei giornali che venivano stampati a Cagliari, in maniera significativa, aprì la prima pagina con un titolo d’effetto: “La tragica fine delle feste”. La commozione per la tragedia delle Ferrovie sembrò adagiarsi sulla città come una cappa di malinconia: da un lato per la vicinanza alle giovani rimaste ferite e dall’altra per le vittime di una giornata di festa. Fu in questo clima che iniziarono a circolare, con molta insistenza, una serie di voci che riguardavano fenomeni inspiegabili che si verificavano dentro il recinto della stazione cagliaritana. In parecchi parlavano di folate gelide di vento che si manifestavano all’improvviso; altri di oggetti che venivano mossi, anche di qualche metro, da mani invisibili. Ma ciò che destò più preoccupazione era l’apparizione di un distinto signore in cerca di informazioni. Lo strano personaggio, oltre a chiedere lumi sugli orari e sui binari, andava disperatamente in cerca di un facchino. E furono in molti ad associare questi avvenimenti alla tragica fine di Raffaele Costa, defunto nel fiore degli anni, la cui anima sembrava vagare ancora nella zona. I fenomeni presero una brutta piega quando, in concomitanza con l’anniversario della tragedia, all’interno della stazione iniziarono a udirsi lamenti e urla: ciò poteva magari passare inosservato quando l’affollamento nei binari era cospicuo ma non certamente al calar della sera quando, nello snodo ferroviario cittadino, il silenzio era profondo e le luci flebili e confuse. I più malevoli o forse i più informati sugli eventi mondani di Casa Savoia addebitarono sia la tragedia che le successive manifestazioni delle anime in pena alla ben nota propensione dei regnanti per l’aldilà: la corte sabauda viveva con un piede sull’altare del Cattolicesimo e con l’altro poggiava sul mistero, e amava circondarsi di maghi e cartomanti, praticando abitualmente i salotti nei quali le sedute spiritiche erano l’attrazione del momento. Correlare le abitudini magiche di Umberto I e Margherita alla disgrazia cagliaritana fu cosa facilissima, soprattutto nell’ambiente del facchinaggio e tra i viaggiatori. Il ripetersi degli eventi misteriosi, accompagnati dalle urla disumane, spinsero alcuni abituali frequentatori della stazione a far celebrare numerose messe in suffragio dei morti: per un breve, forse troppo breve lasso di tempo, ogni manifestazione sembrò affievolirsi fino a quando, in prossimità del secondo anniversario dell’evento, la figura del viaggiatore misterioso prese nuovamente corpo. Nella sua ricerca spasmodica furono in molti a vederlo passare attraverso i vagoni fermi in stazione, per materializzarsi poi dietro le spalle di ignari passeggeri. Lo spazio temporale che ci separa dall’aprile del 1899 appare ai nostri occhi come una distanza enorme seppure, come ha ben sottolineato chi si occupa di manifestazioni spiritiche, il tempo per i fantasmi non esista ed ogni istante venga fossilizzato in un continuo ripetersi del tempo. Così ancora oggi, seppure affievolita dalla distrazione del quotidiano, può accadere di essere avvolti da una folata gelida e di percepire alle nostre spalle una presenza misteriosa: a volte l’apparizione legata all’incessante ricerca di quel povero facchino di nome Raffaele Costa sembra vagare nel nulla, girovagando per i binari cagliaritani. Di qualche tempo fa è il racconto di una giovane studentessa, giunta in città da Oristano. Arrivata a Cagliari venne avvicinata da un anziano signore distinto. Mentre la giovane era seduta in attesa di alcuni amici l’uomo si accomodò al suo fianco, sulla panchina, e iniziò a fare una serie di domande sulla vita e le aspettative della ragazza. La studentessa, forse incuriosita o forse per estrema educazione, intavolò un lungo discorso con il personaggio, confidando i suoi interessi e i progetti futuri; provando curiosità verso l’uomo anche lei fece qualche domanda; quesiti rimasti in parte inevasi o molto vaghi nelle risposte. Ciò che colpiva la ragazza era lo sguardo di quel personaggio, triste e profondo allo stesso tempo. Bastò volgere il viso, per un solo attimo, verso l’ingresso della stazione in cerca degli amici, che la ragazza si accorse di essere sola: dell’uomo non vi era nessuna traccia ed era materialmente impossibile che in una frazione di secondo si fosse allontanato di corsa. Restò nella mente della studentessa una delle risposte che l’uomo le diede, alla domanda su cosa questi facesse nella vita: “Sono alla ricerca di un facchino”. Queste le poche parole pronunciate. E poi quel freddo curioso e penetrante, nonostante fosse già agosto inoltrato, che invase il corpo della giovane. Nel suo soggiorno a Cagliari Elisa, questo il nome della studentessa, tornò diverse volte nella stazione di Cagliari, alla ricerca dell’uomo: lo notò una sola volta ancora mentre svoltava in uno degli angoli della stazione. Dalle sue labbra, seppur in lontananza, capì che le pronunciava delle parole d’augurio, forse un “buona fortuna” che la accompagnò durante gli studi. Che la stazione delle Ferrovie Reali non fosse nata sotto un buon auspicio lo attestano i numerosi incidenti che si verificarono già all’atto della costruzione. Progettata dal torinese Luigi Polese e inaugurata nel 1879, già nel 1930 venne profondamente trasformata ad opera dell’architetto Roberto Narducci. L’epoca d’oro dei trasporti su rotaia in Sardegna vede Cagliari e la sua stazione protagonisti di un’era destinata velocemente a sparire: così nel viavai di viaggiatori si confondevano presenze ultraterrene, le stesse che nel febbraio del 1943, pochi giorni prima dei pesanti bombardamenti che sconvolsero la città, lanciarono preoccupanti avvisi, mettendo in guardia numerose persone dall’avvicinarsi alla stazione. Così in una città resa già irriconoscibile dagli sventramenti delle bombe alleate, i pochi che si aggiravano per le vie cagliaritane erano impegnati in lavori necessari. Venerdì 26 febbraio, verso le 3 del mattino, nella sua abitazione che si trovava a poca distanza della stazione, Marco R. fu svegliato da una serie di pesanti rumori che provenivano dalla porta d’ingresso. Allarmato dal continuo e fastidioso battere sul legno, il giovane operaio delle ferrovie si precipitò nell’andito; aprì, ancora assonnato, la porta, trovandosi davanti agli occhi una ragazzina dal viso smunto e con grandi occhi infossati. Marco fece per chiederle cosa volesse ed il motivo di tanto chiasso quando la ragazza sollevò le mani, quasi a voler bloccare ogni reazione dell’uomo: dalla sua voce, decisamente mal abbinata ad un corpicino esile e minuto, uscirono parole che risuonarono come una eco profonda nel ballatoio del palazzo. “Domenica non andrai a lavorare. Tu non devi andare alle ferrovie”. Prima che Marco potesse pronunciare qualche sillaba, la ragazza s’era girata di scatto verso le scale, scendendo di corsa in direzione dell’ingresso del palazzo. Nonostante la velocità con cui la ragazza aveva imboccato i gradini alle orecchie di Marco non arrivò nessun suono, non un rumore, non un suono di tacco. Restò per qualche minuto stupito e indeciso davanti alla porta di casa; come scosso da un tremito chiuse l’anta ancora aperta e si diresse velocemente verso una delle finestre che davano sulla strada. Sfidò, ancora in pigiama, il freddo pungente della notte per affacciarsi verso la via Sassari per guardare quale direzione prendesse la ragazza: la vide uscire dal portone del palazzo, e lei, come attratta dallo sguardo indagatore di Marco, sollevò il viso e gridò ancora una volta con quella sua voce profonda: ”Ricordati. Domenica”. Forse fu il buio intenso della strada mal illuminata, o un gioco del piccolo lampione posto all’ingresso del palazzo dei ferrovieri, che inghiottì improvvisamente quella giovane il cui abbigliamento rimase impresso negli occhi dell’uomo per tutto il giorno seguente. Marco, una volta tornato a letto, non riuscì a riaddormentarsi, pensando e ripensando all’astruso atteggiamento della giovane, alle mille stranezze che avevano costellato quei minuti dell’incontro tra i due. E poi l’abito della giovane. In pieno febbraio, con il maestrale gelido che sferzava Cagliari; come era possibile che una giovinetta si aggirasse per la città con un abitino bianco tipicamente estivo? Le domande correvano veloci nella mente dell’uomo, lasciando l’amara constatazione di risposte concrete che non arrivavano. Il suo turno di lavoro sarebbe iniziato tra poche ore, per cui Marco decise di prepararsi e anticipare l’uscita da casa. La famiglia del ferroviere si era rifugiata, come molti cagliaritani, in uno dei paesi del circondario, lasciando la grande abitazione in maniera frettolosa, con tutti i ricordi e le amarezze di uno sfollamento fatto di ristrettezze e fame, privazioni e dolori. Marco uscendo di casa dette, come abitualmente faceva, uno sguardo colmo di tenerezza alla fotografia del più giovane dei fratelli andato volontario in guerra, pregando in cuor suo perché dall’alto qualcuno lo proteggesse. La giornata di lavoro trascorse velocemente, nella fatica delle numerose riparazioni che il suo reparto – in piena attività in quel febbraio cagliaritano – doveva effettuare: tra gli operai precettati per i turni di lavoro si percepiva il timore per i continui allarmi della contraerea, mentre le poche pause erano dedicate al commento delle notizie che arrivavano dal fronte di guerra o più tristemente alla conta dei deceduti nelle incursioni aeree. Cagliari aveva accompagnato già fin troppi morti verso il cimitero: in quel mese di febbraio si erano succedute tre incursioni aeree che avevano lasciato una scia di sangue e morte nella città. Amici, conoscenti, volti consueti di una vita normale erano stati trascinati nel valzer amaro della morte. La settimana precedente, il mercoledì 17 febbraio, uno spezzone di bomba aveva colpito nella vicina piazza Del Carmine uno dei suoi più cari conoscenti, il pittore Tarquinio Sini, mentre durante il bombardamento cercava la salvezza nel vicino rifugio della Cripta di Santa Restituta. Era uno dei tanti nomi, noti e meno conosciuti di una città fantasma, popolata da spettri. L’alba di domenica 28 febbraio era fredda e cupa: Marco indugiò a lungo tra le pesanti coperte sperando di mandar via quell’apparizione che si era ripresentata durante la notte: sempre la stessa ragazzina che lo esortava, questa volta apparendo in camera da letto, a non andare a lavorare. L’uomo pensò di aver avuto incubi profondi perché l’apparizione era durata un attimo, giusto uno sprazzo nel sonno che era stato interrotto da una voce che proveniva dal fondo della stanza. Nella penombra Marco aveva rivisto la giovane, abbigliata con lo stesso vestito; ammutolito e incapace di reagire era rimasto ad ascoltare le poche parole pronunciate dalla ragazza. Il tutto era durato alcuni istanti, forse una manciata di secondi ai quali aveva fatto seguito la sparizione della giovane. Ora che il turno di lavoro lo attendeva l’ansia si faceva sempre più spazio nel cuore di Marco; era diviso e combattuto tra il dovere e il prestar fede a quelle due apparizioni. Seppure titubante varcò il portone di casa per dirigersi verso l’officina delle ferrovie, dove avrebbe preso servizio alle otto in punto. Il breve tragitto che lo separava dall’ingresso secondario delle ferrovie gli apparve interminabile ed ogni passo sul selciato bagnato sembrava un viaggio in una palude di fango. Superata la grande vetrata delle officine meccaniche, su cui erano stati incollati pesanti fogli di carta per pacchi a prevenire le micidiali schegge di vetro in caso di bombardamento, Marco prese le consegne della giornata dirigendosi verso un banco su cui lo aspettavano alcuni pistoni da revisionare. Erano passate forse due ore quando ad un tratto nel frastuono delle officine si udì un grido, un avvertimento. Da uno dei ponti semoventi, utilizzati per trasportare pesanti parti meccaniche, si era sganciata dal fermo una lastra di ferro. Marco fece giusto in tempo a vedere sia la lastra che si avvicinava pericolosamente al suo corpo che, in secondo piano, la figura della misteriosa ragazza notturna che gli sorrideva in maniera beffarda. L’uomo, seppur estremamente agile, non fece in tempo a scansare completamente il pesante oggetto che lo colpì con violenza sul lato destro del corpo. Si ritrovò sul pavimento oleoso attorniato dai suoi colleghi di lavoro; la prima e forte sensazione fu quella di una fitta profonda che attraversava tutto il corpo, una continua scarica di elettricità che si muoveva ritmicamente sul corpo. Marco perdeva sangue dal braccio che forse, come suggerirono alcuni colleghi, era anche fratturato. Il giovane venne caricato su una macchina di servizio e trasportato velocemente verso il vicino Ospedale Civile. Mentre era adagiato su una barella di fortuna, in attesa di essere visitato e curato, Marco udì in lontananza dei boati, oramai tanto familiari, avvisaglie di un massiccio bombardamento. Mancavano pochi minuti alle 13 quando su Cagliari l’olezzo della guerra assunse i caratteri di un mostro vendicativo. Sulla città, a più ondate, vennero sganciate tonnellate d’odio sotto forma di bombe. Mentre Marco si trovava in uno dei rifugi di fortuna dell’ospedale sentiva distintamente ogni spostamento d’aria, ogni boato, ogni sibilo di bomba. L'incursione sulla città durò circa due ore, colpendo il porto, il palazzo della Dogana e la stazione delle Ferrovie dello Stato. La via Roma subì pesantissimi danni. I morti, sul finire della giornata furono più di duecento. Verso le 15, mentre iniziavano ad arrivare in ospedale i feriti più gravi, il giovane ferroviere, scampato al bombardamento che aveva interessato le ferrovie, udì sul lato del suo letto una voce che lo chiamava. Voce oramai ben conosciuta. Si girò di scatto, incurante della fitta che il movimento repentino gli aveva causato: davanti a lui, ben visibile nel suo pallore spettrale, la ragazza lo guardava con una tenerezza profonda. “Ti avevo raccomandato di non andare al lavoro - mormorò cupamente la giovane - e tu non mi hai dato ascolto; così ho dovuto sganciare un fermo che teneva la lastra di ferro sapendo che non t’avrebbe fatto più male del dovuto. Ora sei qui… quasi sano ma salvo. Saresti potuto morire, e oggi il mio secondo avvertimento è ancora più pressante. Starai lontano da Cagliari per un breve periodo nel quale ti rimetterai in sesto”. Nonostante il dolore lancinante Marco ebbe il tempo di chiederle chi fosse e perché tenesse tanto alla sua vita. “Mi chiamo Giuseppina, Giuseppina Pani e vivo nel mio stato di non vita tra la stazione, dove sono stata ferita a morte nel 1899, e l’attesa di un passaggio verso una dimensione diversa… Perché tengo a te? Semplicemente perché a breve il tuo fratello più giovane morirà in guerra e la tua famiglia non può avere due lutti così profondi. Tu, fra i due, sei destinato a salvarti”. Marco restò un attimo frastornato da quelle parole, trasformando lo sbigottimento in un pianto dirotto. Quando gli consegnarono il foglio di dimissioni e la relativa lettera di esonero dai servizi i suoi occhi erano ancora pieni di lacrime e di disperazione. Raggiunse con mezzi di fortuna Senorbì, paese dove la madre, sorelle e fratelli erano riusciti a trovare un alloggio temporaneo. Evitò di parlare di ogni avvenimento che riguardava sia l’apparizione di Giuseppina Pani che il messaggio riguardante la morte del fratello Luciano, il più giovane della famiglia. La notte del 13 maggio Marco ricevette nuovamente la visita di quello che oramai chiamava spirito angelico. Il fantasma di Giuseppina gli apparve subito dopo la mezzanotte per annunciargli che quella mattina l’officina delle ferrovie era stata nuovamente colpita dai bombardamenti. Durante l’incursione aerea erano morti 17 ferrovieri, i suoi colleghi ed amici. Lui era stato nuovamente risparmiato da morte certa, grazie anche ad un piccolo sotterfugio architettato dalla giovane Giuseppina, che s’era presa la briga di sostituire una delle date del foglio di congedo, prolungando di due mesi il riposo del ferroviere. Purtroppo la profezia di Giuseppina Pani era destinata a trovare un triste riscontro: finita la guerra e rientrati in una città irriconoscibile, i familiari di Marco ricevettero la notizia della scomparsa, in azione di guerra, del loro congiunto. Di Luciano, nonostante le ricerche, non si ebbero notizie se non vaghe testimonianze che parlarono di un’imboscata, nella quale venne ucciso il giovane paracadutista del Battaglione Nembo, nei pressi del Santuario di Boca in provincia di Novara. A distanza di pochi anni dalla fine del conflitto mondiale, in una città in piena ricostruzione, Marco venne invitato dalla più grande della sorelle, Rosanna, ad una festa di battesimo; la donna era stata scelta come madrina della figlia di una loro lontana parente. La cerimonia religiosa era stata breve e gli ospiti erano attesi per un piccolo rinfresco organizzato dalla famiglia Pani, desiderosa di condividere la gioia della nascita della loro primogenita. Quando Marco si avvicinò alla bimba, ancora avvolta nell’abitino del battesimo, ebbe un tuffo al cuore: la neonata aprì gli occhi e lo guardò intensamente, con uno sguardo che il ferroviere conosceva bene. Istintivamente pose una mano sulla fronte della bambina e rivolgendosi alla madre le chiese che nome avessero scelto per la figlia. “Giuseppina, Giuseppina Pani…” sorrise la madre. Dopo alcune ricerche Marco R. ebbe modo di individuare la tomba del suo spirito angelico: nel registro del cimitero di Bonaria figurava infatti quella Giuseppina Pani, nata a San Pantaleo, deceduta il 29 aprile del 1899 alle ore 14,15 all’Ospedale Civile di Cagliari, tumulata in una delle cappelle gentilizie del cimitero il 2 maggio dello stesso anno, alle ore 8 del mattino. Marco non mancò mai, ad ogni ricorrenza, di dedicare un pensiero e una visita al sepolcro della giovane.
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