Trevor si sentì di nuovo sul punto di piangere. Cosa sarebbe successo se il papà avesse scoperto che lui stava desiderando che la macchina si rompesse proprio in quel momento? Cosa avrebbe fatto? Abbassò gli occhi e notò quanto forte stava serrando i pugni contro le ginocchia dei jeans. Con cautela, aprì una mano, poi l’altra. Le unghie gli avevano creato rosse e brucianti mezzelune nella pelle morbida dei palmi.
Il papà aprì lo sportello della Rambler con un calcio e uscì con uno scatto nervoso. Avevano già superato il centro della cittadina, ora la strada era fiancheggiata da campi coltivati, verdi e profumati di erba umida. Trevor notò qualche cespuglio di viticci contorti punteggiato di fiori viola dall’odore di succo d’uva. Erano miglia che ne vedevano. La mamma li chiamava kudzu, e diceva che fiorivano solo una volta ogni sette anni. Il papà sbuffò aggiungendo che era una maledetta pianta infestante che uccideva i raccolti e che non moriva neanche se la bruciavi con la benzina.
Si allontanò dalla macchina, puntando verso un gruppetto di alberi non lontano dalla strada. Si fermò e restò immobile con la schiena rivolta alla Rambler, con le mani piantate sui fianchi. Perfino da quella distanza, Trevor si rese conto che stava tremando. La mamma diceva che il papà era un fascio di nervi, non gli preparava più neanche il caffè perché lo rendeva ancora più nervoso. Ma a volte, lui aveva qualcosa in più, qualcos’altro che non andava. Quando succedeva, Trevor avvertiva una rossa furia cieca emanare da lui a ondate, più rovente del motore della stessa macchina, una rabbia che non conosceva parole come moglie o figli.
Non riusciva più a disegnare, era quello a tormentarlo. Ma perché? Come era possibile che quello che aveva fatto per tutta la vita, la cosa che amava di più al mondo, semplicemente sparisse così?
Lo sportello dal lato della mamma si aprì. Quando Trevor alzò gli occhi, le sue lunghe gambe fasciate dai jeans erano già fuori dalla macchina, e lei lo stava guardando oltre lo schienale del sedile. «Per favore, tieni d’occhio Didi per qualche minuto», lo pregò. «Leggi un po’ con lui, se ti va». Lo sportello si chiuse e lei attraversò il prato per raggiungere la figura tesa e tremante del papà.
Trevor li guardò mentre lei lo affiancava, portandogli le braccia intorno al corpo. Sapeva che le mani fredde e gentili della mamma ora stavano accarezzando il petto del papà, e che lei gli stava sussurrando all’orecchio parole di conforto, con quella sua voce calda dall’accento del sud, proprio come faceva con lui o con Didi quando si svegliavano da un incubo. In quel momento, la sua mente scattò una foto dei suoi genitori in piedi sotto a quegli alberi, un’immagine che avrebbe ricordato per molto tempo: suo padre, Robert Frederic McGee, un uomo esile, dai lineamenti affilati, con gli occhiali scuri che gli nascondevano lo sguardo e una sottile zazzera biondo-rossiccia che si sollevava in un ciuffo in cima alla testa, le linee del corpo tese come corde di violino; sua madre, Rosena Parks McGee, alta e snella, vestita alla moda del momento, con un paio di jeans sbiaditi e ricamati e un’ampia camicia indiana con piccoli frammenti di vetro intorno al collo e alle maniche, i lunghi capelli ondulati stretti in una treccia che le arrivava a metà schiena, folta e intessuta di grano, mais e oro d’autunno.
I capelli di Trevor avevano lo stesso colore di quelli di suo padre. Quelli di Didi erano biondi, come fili di seta, del colore delle ciocche più chiare della mamma, ma lei diceva che anche i capelli di Trev erano stati di quel colore, quando era più piccolo, e che quelli di Didi si sarebbero probabilmente scuriti, quando avrebbe raggiunto la sua età.
Trevor si domandò se la mamma stesse consolando il papà, convincendolo che non aveva importanza se la macchina si era guastata, e che quello sarebbe stato un buon posto dove sistemarsi. Lo sperava. Poi prese un libro, un fumetto di Robert Crumb, e scivolò sul sedile, avvicinandosi al fratello. Didi non capiva tutto ciò che succedeva in quelle storie – e neanche lui, per quel che importava – ma entrambi adoravano i disegni, e pensavano che quelle ragazze con i sederoni giganti fossero davvero buffe.
Quando erano ancora in Texas, il papà scherzava con la mamma dicendole che aveva un classico sedere da Crumb, e lei lo colpiva con un cuscino. C’era un grande e comodo divano verde, in quella casa. A volte, Trevor e Didi partecipavano anche loro alla lotta con i cuscini. Se la mamma e il papà erano molto sballati, finivano a ridere così tanto da non avere più fiato, e loro riuscivano a vincere.
Il papà non scherzava più sul sedere della mamma, ormai. Non leggeva neanche più i suoi fumetti di Robert Crumb; li aveva dati tutti a Trevor. E lui non riusciva a ricordare l’ultima volta in cui si erano presi a cuscinate ridendo.
Abbassò il finestrino per far entrare l’aria che profumava di verde. Sebbene aleggiasse ancora l’odore acre del motore fuso, era più fresca di quella all’interno dell’auto, che puzzava di fumo e di latte acido. Poi iniziò a leggere il fumetto a voce alta, indicando ogni parola mentre la pronunciava, così che il fratellino potesse seguirlo. Didi continuava a cercare di vedere cosa stavano facendo la mamma e il papà. Con la coda dell’occhio, Trevor vide che il papà si era scostato dalla mamma e stava camminando a passi veloci lungo l’autostrada, allontanandosi dalla macchina e dalla città. Lei gli andava dietro, quasi correndo. Trevor attirò Didi a sé e lo costrinse a non guardare, a concentrarsi sulle parole, le immagini e le storie che si andavano formando.
Dopo qualche tavola, fu tutto più chiaro: il fumetto parlava di Mr. Natural, il suo personaggio preferito, tra quelli di Crumb. La vista del vecchio saggio hippy lo confortò, facendogli dimenticare la rabbia del papà e la tristezza della mamma. La storia lo portò via con sé.
E poi, sapeva che sarebbero tornati. Lo facevano sempre. I tuoi genitori non potevano prendere e andare via lasciandoti sul sedile posteriore di un’auto rotta, non quando presto avrebbe fatto buio ed eri in un luogo strano, nel nulla, senza niente da mangiare e nessun posto dove dormire; specialmente se avevi solo cinque anni.
Giusto?
La mamma e il papà non erano più tanto vicini, adesso, apparivano come piccole figure gesticolanti in lontananza. Ma Trevor si era accorto che avevano smesso di camminare, erano fermi in piedi. Stavano litigando, sì. Urlando, probabilmente. Forse piangendo. Ma non se ne stavano andando via.
Tornò ad abbassare lo sguardo sul fumetto e si lasciò nuovamente fagocitare dalla storia.
Si scoprì che non potevano andare da nessuna parte. Il papà chiamò un meccanico, un giovane alto e magro che sembrava quasi un adolescente, con un viso lungo, pallido e gentile come quello dell’Uomo della Luna. Cucito con un vivace filo arancione sul taschino della tuta sporca di grasso c’era l’improbabile nome Kinsey.
Kinsey disse che alla Rambler si era rotta una biella e che se non erano dell’idea di spendere diverse centinaia di verdoni per quel vecchio, bolso motore, avrebbero fatto prima a spostare la macchina dalla strada e ringraziare il cielo che si fosse fermata così vicino a un centro abitato. Dopotutto, puntualizzò il meccanico, era probabile che dovessero restarci per un po’.
Il papà lo aiutò a spingere l’auto avanti di pochi metri, così da spostarla del tutto dall’asfalto. La scocca si afflosciò sulle gomme, era bicolore, verniciata di turchese sbiadito sopra la polverosa striscia cromata che correva lungo la fiancata, e di bianco sporco sotto. Trevor pensò che sembrava già morta. Il viso del papà era molto pallido, quasi bluastro, coperto da una patina di sudore oleoso. Quando si tolse gli occhiali da sole, notò delle ombre violacee che gli si allungavano intorno alle orbite.
«Quanto le dobbiamo?», chiese il papà. Era ovvio, dal tono della sua voce, che temeva la risposta.
Kinsey lanciò uno sguardo alla mamma, a Didi in braccio a lei, a Trevor, ai vestiti e alle altre poche cose ammucchiate sul sedile posteriore, alle borse di tela che sporgevano dal bagagliaio chiuso da qualche giro di spago, e ai tre materassi legati sopra al tettuccio dell’auto. I suoi svegli occhi azzurri, vivaci almeno quanto quelli di Trevor e del papà, sembrarono intuire subito la situazione. «Per essere venuto qui? Niente. Il mio tempo non è così prezioso, gliel’assicuro».
Abbassò appena il viso per guardare il papà negli occhi. A Trevor venne in mente di colpo una giraffa curiosa. «Ma... per caso l’ho già vista da qualche parte? Non è forse... no... non è Robert McGee, vero? “Il fumettista che ha fatto saltare il cervello all’underground americano”, per dirla con le parole di San Crumb in persona? ... No, no, certo che non può essere. Non qui a Missing Mile. Mi scusi, sono uno sciocco».
Si stava già voltando, e il papà non avrebbe detto nulla. Trevor non riusciva a sopportarlo. Avrebbe voluto inseguire il ragazzo alto, e gridargli dritto su quella faccia gentile e curiosa: Sì, è lui, è Robert McGee, è tutto quello che hai detto, ed è anche IL MIO PAPÀ! In quel momento, si sentì scoppiare d’orgoglio per lui.
Ma la mamma gli strinse un braccio intorno, tenendolo fermo. Un’unghia laccata gli picchiettò un avvertimento sull’avambraccio. «Shh», la sentì sussurrare piano.
E il papà, Robert McGee, Bobby McGee, creatore dell’incredibile, folle, bellissimo fumetto Birdland, le cui opere erano comparse accanto a quelle di Crumb e Shelton su Zap! , sul Free Press di Los Angeles, sull’East Village Other e in tutte le altre riviste importanti in tutto il paese... che aveva ricevuto e rifiutato offerte da quella stessa Hollywood che una volta aveva disegnato come una gigantesca zecca attaccata al cadavere in decomposizione di un cane di nome Arte... che un tempo aveva avuto una mano ferma e una visione pura e acuta...
Il papà si limitò a scuotere la testa e a distogliere lo sguardo.
Subito dopo il centro di Missing Mile, una strada svicola verso sinistra da Firehouse Street, e si addentra in una brulla campagna. I campi, lì, sono quasi abbandonati e il suolo sterile: la maggior parte della gente ritiene che sia accaduto per via dell’eccessivo sfruttamento del terreno e per la mancata rotazione delle colture. Solo i più anziani affermano che quella terra è maledetta, e che un tempo vi fu sparso sopra il sale. I terreni fertili sono dall’altra parte della città, dal lato di Corinth, dove si trovano la ferrovia abbandonata e i boschi più fitti. Firehouse Street si immette sulla Statale 42. La strada che si allontana verso sinistra diventa presto una sterrata, e infine un sentiero polveroso. La zona più povera di Missing Mile, chiamata Violin Road.
Laggiù i luoghi migliori per vivere sono delle decrepite fattorie, enormi edifici cadenti dai soffitti alti e dalle ampie stanze fredde, per la maggior parte abbandonati o venduti anni fa, dopo annate di raccolti magri. Poi ci sono le roulotte di alluminio e i tuguri di legno, con gli spiazzi polverosi disseminati di giocattoli rotti, carcasse di auto arrugginite e immondizia, e cani scheletrici e insonnoliti a fare la guardia.
Lì, soltanto ciò che è selvatico se la cava bene, i vecchi alberi le cui radici trovano sostentamento ben più in profondità dello strato superficiale e malato del terreno, qualche roseto diventato un cespuglio verde e pieno di spine, e l’inarrestabile kudzu. È come se avessero deciso di riprendersi quella terra.
Trevor adorava quel luogo. Era lì che aveva scoperto di saper disegnare, anche se il papà non ci riusciva più.
La mamma aveva parlato con un agente immobiliare in città e aveva appreso che potevano permettersi di affittare per un mese una delle fattorie abbandonate. A quel punto, diceva, avrebbe trovato un lavoro a Missing Mile e il papà avrebbe ripreso a disegnare. In effetti, pochi giorni dopo essersi trasferiti in quella casa, un negozio di vestiti aveva assunto la mamma come commessa. Quel lavoro non era molto piacevole: non poteva indossare i jeans, quando ci andava, quindi o si metteva una gonna con stampe indiane con una camicia, o un vestito patchwork. Però poteva pranzare al diner in città, e talvolta si fermava a prendere un caffè dopo il turno. Ben presto conobbe alcuni dei ragazzi che avevano visto davanti al negozio di dischi, e altri come loro.