Se fosse riuscita ad andare a Raleigh o Chapel Hill, le dissero, avrebbe potuto guadagnare parecchio facendo la modella per i corsi d’arte delle università. Lei parlò con Kinsey all’officina, che le permise di organizzarsi con un pagamento a rate. Una settimana più tardi, la Rambler aveva un motore nuovo, e la mamma lasciò il lavoro al negozio di vestiti e iniziò a recarsi a Raleigh diverse volte a settimana.
Il papà si era sistemato con le sue cose in una piccola stanza sul retro della casa, con il suo caos di inchiostri e pennelli e il tavolo da disegno, l’unico pezzo di mobilia che si erano portati dietro da Austin. Si chiudeva lì ogni mattina, dopo che la mamma usciva, e ci restava per la maggior parte della giornata. Trevor non aveva idea se disegnasse o meno, là dentro.
Ma lui invece disegnava di sicuro. Aveva trovato un vecchio album del papà, quando la mamma aveva scaricato la macchina. Gran parte dei fogli era stata strappata via, ma ne restava ancora qualcuno. Trevor di solito portava fuori Didi a giocare, durante il giorno: la mamma gli aveva assicurato che il Cerchio del Diavolo era a più di quaranta miglia di distanza, quindi non doveva preoccuparsi di incontrare per sbaglio il demone intento a girare in tondo, perso nei suoi pensieri.
Quando Didi si addormentava – come accadeva sempre più spesso, negli ultimi tempi – Trevor esplorava la casa, osservando le assi nude dei pavimenti e le pareti macchiate di muffa, domandandosi se qualcuno avesse mai amato quell’abitazione. Un pomeriggio, si ritrovò nella squallida cucina scarsamente illuminata, appollaiato su una delle sedie traballanti che avevano trovato al loro arrivo, con un pennarello in mano e l’album da disegno sul tavolo davanti a lui. Non aveva idea di cosa avrebbe disegnato. Non aveva mai pensato di farlo, prima; quello era il lavoro del papà. Trevor ricordava di aver scarabocchiato della carta da giornale con matite colorate, quando aveva l’età di Didi, disegnando grandi teste rotonde da cui partivano braccia e gambe fatte di linee, come fanno tutti i bambini piccoli. Questo cerchio con cinque punti dentro è la mamma, quest’altro è il papà, e quest’altro ancora sono io. Ma non disegnava più da almeno un anno. Da quando anche il papà aveva smesso di farlo.
Lui, una volta, gli aveva spiegato che il trucco era di non pensarci, perlomeno non sull’album degli schizzi. Doveva semplicemente trovare la strada tra la mano, il cuore e il cervello e vedere cosa ne veniva fuori. Trevor tolse il cappuccio al pennarello e ne posò la punta sul foglio immacolato (sebbene un po’ ingiallito) dell’album. L’inchiostro iniziò a spandersi sulla carta, creando un piccolo punto che si andava allargando, un microscopico sole nero in un pallido vuoto. Poi, lentamente, la sua mano aveva cominciato a muoversi.
Poco dopo, si rese conto che stava disegnando Skeletal Sammy, uno dei personaggi del fumetto del papà, Birdland. Sammy era fatto di linee dritte e punti netti: era facile. La sua faccia mezza ghignante e mezza disperata, il lungo cappotto nero che gli pendeva dalle spalle come un paio di ali spezzate, le mani come zampe di ragno, le lunghe gambe secche e le ginocchia esageratamente sporgenti sotto ai pantaloni dritti e neri: tutto, di lui, cominciò a prendere forma.
Trevor si appoggiò allo schienale e osservò il disegno. Non era neanche lontanamente paragonabile al Sammy del papà, certo; le linee non erano dritte, la sagoma nera era piuttosto scarabocchiata. Ma non era neanche un cerchio con cinque punti. Si riconosceva subito che era Skeletal Sammy.
Il papà lo vide appena entrò in cucina. Si chinò sopra la sua spalla per diversi secondi, osservando il disegno. Una mano gli restò appoggiata delicatamente sulla schiena; l’altra tamburellava nervosa sul tavolo, con dita lunghe e magre come quelle di Sammy, le leggere linee color lavanda delle vene visibili sotto la pelle pallida, la fede nuziale d’argento troppo larga all’anulare. Per un attimo, Trevor temette che gli avrebbe portato via il disegno, forse anche l’intero album; si sentì come se fosse stato colto a fare qualcosa di sbagliato.
Ma lui si limitò a baciarlo sulla testa. «Hai disegnato un gran bel tossico, piccolo», gli sussurrò, tra i capelli biondi. E poi uscì dalla cucina silenzioso come un fantasma, senza prendersi la birra, un bicchiere d’acqua o qualunque altra cosa fosse venuto là a cercare, lasciando il figlio per metà euforico e per metà spaventosamente, misteriosamente in preda alla vergogna.
Le dita della mano sinistra di Sammy, disegnate con tanta attenzione, si fecero indistinte. Una goccia umida cadde sulla pagina, facendo spargere l’inchiostro del pennarello. Trevor la toccò, per poi portare i polpastrelli alle labbra. Sale. Una lacrima.
Del papà, oppure sua?
La cosa peggiore accadde una settimana dopo. Si scoprì che il papà aveva disegnato, nel suo piccolo studio. Era riuscito a finire una storia di una singola pagina, e l’aveva inviata a una delle solite riviste. Trevor non ricordava se fosse il Barb o il Freep, o forse uno degli altri: a volte li confondeva.
La rivista non accettò la storia. Il papà lesse ad alta voce la lettera di rifiuto, in tono piatto e sarcastico. Era stata una decisione difficile, aveva scritto l’editor, tenendo conto della reputazione e della forza del suo nome in termini di vendite. Ma non gli era sembrato che si avvicinasse alla qualità dei precedenti lavori, e aveva considerato che pubblicarla avrebbe causato danni sia al magazine che alla carriera del papà.
Era stato il modo più gentile che fosse riuscito a trovare per dire Questo fumetto è una merda.
Il giorno dopo, il papà andò in città e telefonò all’editore di Birdland. Le storie del quarto numero erano già in ritardo di più di un anno. Gli disse che non avrebbe mandato altre storie. Né ora, né mai. Poi appese il ricevitore del telefono pubblico e camminò per un miglio fino al negozio di alcolici. Quando tornò a casa, aveva già vuotato un’intera bottiglia di bourbon.
La mamma aveva cominciato a restare sempre di più in città, per la sua attività da modella: magari una sera si fermava a bere con qualche collega, per poi andare a casa di qualcuno a sballarsi quella dopo. Al papà questo non piaceva, aveva perfino rifiutato lo spinello che lei gli aveva portato in regalo dai suoi amici. Gli aveva detto che volevano conoscere lui e i bambini, ma il papà le aveva proibito di invitarli a casa.
Trevor era andato a Raleigh con la mamma, un giorno. Si era portato l’album da disegno e si era sistemato nell’angolo di uno studio spazioso, che sapeva di acquaragia e polvere di carboncino. La mamma se ne stava distesa con grazia, nuda, su una pedana di legno al centro della stanza, e scherzava con gli studenti durante le pause. Alcuni di loro avevano riso di lui, chino sul suo foglio, così serio e silenzioso. Ma avevano smesso subito quando avevano visto le caricature che aveva fatto di loro durante la lezione: la ragazza dai capelli lisci con gli occhiali da vecchia che le stringevano il naso aquilino come uno strumento di tortura fatto di fil di ferro; il ragazzo con gli occhi calanti e la barba irregolare, che gli finiva direttamente nel colletto del dolcevita che indossava, perché non aveva mento.
Quel giorno, tuttavia, Trevor era rimasto a casa. Il papà restò seduto in soggiorno per tutta la sera, semidisteso su una malandata poltrona reclinabile che avevano trovato in casa quando ci si erano trasferiti, con i piedi che tamburellavano sulle tavole gonfie del pavimento, creando un disegno privo di senso. Aveva acceso il giradischi e messo su un disco dopo l’altro, tutto quello che riusciva a trovare: Sarah Vaughan, Country Joe and the Fish, musica orchestrale frenetica degli anni Venti; sembrava roba su cui degli scheletri avrebbero volentieri ballato scuotendo le ossa... tutto unito insieme in un unico, lungo grido di dolore musicale. Soprattutto, a Trevor restò impresso il modo in cui il papà si mise a cercare una serie di dischi di Charlie Parker: Bird with Miles, Bird on Fifty-second Street, Bird at Birdland. Li trovò e ne sbatté uno sul piatto del giradischi. Il sassofono fece danzare le sue note nelle stanze della vecchia casa, trovò le crepe nei muri e uscì nella notte, un suono esaltato, terribilmente triste ma in qualche modo libero. Libero come un uccello a Birdland.
Il papà sollevò la bottiglia e inghiottì lunghi sorsi di bourbon, attaccandosi direttamente. Un attimo dopo si lasciò sfuggire un lungo rutto, profondo e vibrante. Trevor si alzò dall’angolo dove se n’era rimasto seduto, tenendo d’occhio la finestra nella speranza di vedere i fari della macchina che segnalavano il ritorno della mamma, e fece per lasciare la stanza. Non voleva vedere il papà star male. Gli era già successo, e si era quasi sentito male anche lui, non tanto per la vista del vomito liquido e filamentoso dovuto al troppo whisky, quanto per la vergogna e l’impotenza del padre.
Colpì inavvertitamente con un piede un pezzo di legno staccatosi dal pavimento, facendolo schizzare via. Il papà aveva fatto qualche riparazione in casa, pochi giorni prima, inchiodando una tavola che aveva iniziato a staccarsi dal muro. Lunghi chiodi di metallo e un martello erano ancora abbandonati vicino alla porta del corridoio. Trevor iniziò a raccogliere i chiodi, temendo che Didi potesse camminarci sopra e farsi male, ma poi cambiò idea. Il fratellino era abbastanza sveglio da non girare per casa a piedi scalzi, con tutte le schegge che sporgevano dalle tavole del pavimento. Forse al papà potevano ancora servire quei chiodi. Magari avrebbe finito di riparare il muro.
Al rumore metallico dei chiodi raccolti, il papà alzò lo sguardo dalla bottiglia. Mise a fuoco il figlio, bloccandolo dove si trovava. «Trev. Che stai facendo?»
«Vado a letto».
«Va bene. Ti prendo il succo». Di solito la mamma dava ai due fratelli del succo di frutta da portarsi a letto, quando ce n’era. Il papà si alzò e barcollò oltre Trevor, entrando in cucina e appoggiandosi con una mano allo stipite della porta per sostenersi. Lui sentì lo sportello del frigo aprirsi, e il tintinnio delle bottiglie. Il papà tornò e gli porse un bicchiere di succo di pompelmo. Qualche goccia scivolò fuori, bagnandogli le dita. Si portò la mano alla bocca e le leccò via. Il succo di pompelmo era il suo preferito, per il gusto piacevolmente aspro, quasi salato. Ma quello aveva un sapore amaro, come se avesse iniziato a guastarsi.
Doveva aver fatto una smorfia, perché il papà cominciò a fissarlo. «Qualcosa non va?»
Lui scosse la testa.
«Lo bevi oppure no?»
Si portò il bicchiere alle labbra e ne svuotò la metà, poi prese un respiro profondo e finì tutto. Quel sapore amaro gli fremette sulla lingua, rimanendogli in gola.
«Bravo bambino». Il papà si allungò ad abbracciarlo. Aveva addosso un odore pungente di alcol, di sudore e di vestiti sporchi. Tuttavia, Trevor ricambiò l’abbraccio. Mentre appoggiava la tempia contro di lui, si sentì assalire da un terrore indicibile, qualcosa che non avrebbe saputo spiegare. Si afferrò alle spalle del papà, cercando di aggrapparglisi al collo.
Ma, dopo un attimo, lui se lo staccò di dosso e lo allontanò con gentilezza.
Trevor si incamminò lungo il corridoio, sbirciando nella camera di Didi. A volte il piccolo si spaventava, di notte, ma ora dormiva profondamente, nonostante il volume della musica, col viso affondato nel cuscino e la luce fioca che filtrava dal corridoio, disegnandogli un’aureola intorno ai capelli biondi. Ad Austin, lui e Didi avevano diviso una stanza; questa era la prima volta che dormivano separati. A Trevor mancava di svegliarsi al suono delicato del suo respiro, al profumo di talco e caramelle quando il fratellino si infilava nel suo letto durante la notte. Per un attimo, pensò che avrebbe potuto dormire con lui, quella volta, che avrebbe potuto abbracciarlo per non addormentarsi da solo.
Ma non voleva svegliarlo. Quindi raggiunse la sua stanza in fondo al corridoio, facendo scivolare una mano lungo il muro. Le vecchie tavole di legno che lo coprivano erano umide, un po’ appiccicose. Si asciugò le dita sul davanti della t-shirt.
La sua camera era spoglia quasi quanto quella del fratello. Non avevano potuto portare i mobili della casa di Austin, e quasi nessun giocattolo. Il materasso era disteso sul pavimento, con una coperta spiegazzata sopra. Aveva appeso alcuni dei suoi disegni alle pareti, ma non Skeletal Sammy; non aveva più provato a disegnare nessuno dei personaggi del papà. Altri disegni erano sparsi sul pavimento, insieme ai fumetti che aveva preso in prestito dal padre. Raccolse un albo dei Fabulous Furry Freak Brothers, per leggerlo a letto. Le buffonate di quei simpatici idioti gli avrebbero potuto far dimenticare il papà afflosciato sulla poltrona, intento a versare whisky puro sul suo dolore.