1972-4

1420 Parole
Ma era troppo stanco; gli si stavano già chiudendo gli occhi. Spense la lampada sul comodino e si infilò sotto la coperta. I contorni familiari del materasso lo avvolsero come una mano accogliente. Dal soggiorno, sentì Charlie Parker lanciarsi in una splendida, tremula scala. Birdland, pensò di nuovo. Quello era il luogo dove si potevano fare magie, dove nessuno poteva toccarti. Poteva essere un posto vero, oppure immaginario, che viveva dentro di te. Il papà riusciva a raggiungere la sua Birdland soltanto bevendo, ormai. Si addormentò, e la musica intessé di note incerte i suoi sogni. Sentì Janis Joplin che cantava Me and Bobby McGee, e ricordò di colpo che era morta l’anno prima. Per la droga, gli aveva detto la mamma, prendendosi anche la briga di spiegargli che la roba che prendeva Janis era molto più pesante e pericolosa dell’erba che ogni tanto lei e il papà fumavano. Gli si formò nella mente un’immagine del padre che camminava mano nella mano con una ragazza più bassa e grassa della mamma, con piume colorate tra i capelli. Girandosi verso di lui Trevor vide che il suo viso era una massa gonfia e violacea di carne, con i buchi degli occhi neri e senza fondo dietro grandi occhiali rotondi, i lineamenti spaccati nella mostruosa imitazione di un sorriso, mentre si allungava nella sua direzione per dargli un bacio profondo e passionale. E il papà ricambiò quel bacio... Fu la luce del sole a svegliarlo, filtrando attraverso i vetri opachi e sporchi della finestra, infilandoglisi negli angoli degli occhi. Aveva un leggero mal di testa, sentiva il capo troppo pesante sul collo. Si girò sulla schiena, si stiracchiò e si guardò intorno, salutando in silenzio i suoi disegni. Ce n’era uno che ritraeva la casa, con la mamma che teneva in braccio Didi, e diversi che era quasi certo di poter trasformare in un fumetto. Sapeva che non sarebbe mai riuscito a disegnare il mondo acuto e appariscente di Birdland come il papà, ma avrebbe potuto creare il suo, esercitandosi magari a formare caratteri più piccoli, così avrebbe potuto scrivere anche la storia. Con la testa un po’ confusa ma piena di idee, Trevor scivolò giù dal materasso, aprì la porta della stanza e si avviò in cucina. Vide il sangue sul muro prima ancora di vedere la mamma. Sarebbe stato riportato nell’autopsia – che lui non avrebbe letto se non anni dopo – che il papà l’aveva aggredita vicino alla porta d’ingresso, che dovevano aver litigato, che c’era stata una lotta e lui l’aveva trascinata verso il corridoio prima di ucciderla. Era lì che doveva aver raccolto il martello. La mamma era afflosciata sotto l’arco della porta che dava sul soggiorno, con la schiena appoggiata allo stipite e la testa reclinata sullo stelo fragile del collo. Aveva gli occhi aperti, che mentre Trevor girava lento intorno al corpo, sembrarono seguirlo. Per un attimo, mentre il suo cuore perdeva un battito, pensò che fosse viva. Poi vide che gli occhi di lei erano vitrei e rossi. Le braccia erano coperte di sangue e lividi, gli anelli d’argento che scintillavano in mezzo ai resti devastati delle sue mani (sette dita rotte, recitò l’autopsia, insieme alla maggior parte delle ossa delle mani, sollevate nel vano tentativo di difendersi dai colpi del martello). C’era un avvallamento profondo nella tempia sinistra e un altro al centro della fronte. Aveva i capelli sciolti, sparsi intorno alle spalle, ingrommati di sangue. Un fluido trasparente era uscito dalle ferite alla testa, asciugandosi sul viso, dove aveva lasciato tracce argentee in mezzo a tutto il rosso. E sul muro dietro di lei c’era un caos di manate insanguinate che scendevano giù, sempre più giù... Trevor si girò e tornò in corridoio, scattando verso la camera del fratello. Non si rese conto che la vescica gli aveva ceduto, non sentì l’urina scorrergli lungo le gambe e il suono che stava emettendo, un lungo e acuto gemito. La porta della stanza di Didi era chiusa. Non era così quando lo aveva controllato, la sera prima. In alto, sulla porta, c’era una piccola macchia di sangue, appena visibile, che gli disse tutto ciò che doveva sapere. Entrò comunque. L’aria della stanza era densa dell’odore di sangue e feci, che si mescolava in un’essenza soffocante, quasi dolce. Trevor si avvicinò al letto. Didi giaceva nella stessa posizione in cui l’aveva lasciato prima di andare a dormire: con la testa affondata nel cuscino e una piccola mano stretta a pugno vicino alla bocca. La sua nuca era come una palude, una poltiglia scura di schegge d’osso e sangue denso e pieno di grumi. A un certo punto, durante la notte – a causa del caldo, o negli spasmi della morte – Didi doveva aver scalciato via le coperte. Trevor notò la macchia marrone scuro tra le gambe del fratello. Era da lì che veniva il fetore. Sollevò il lenzuolo e lo posò su di lui, coprendo la macchia, la testa spaccata e quella insopportabile piccola mano chiusa a pugno. Il lenzuolo si appoggiò sulla piccola sagoma immobile, rivelando una macchia rossa poco dopo, all’altezza della forma del capo. Doveva trovare il papà. La sua mente si aggrappò alla minuscola, scintillante speranza che non fosse stato lui, che un pazzo fosse entrato in casa e avesse ucciso la mamma e Didi, ma che per qualche motivo lo avesse risparmiato, e che anche il papà fosse ancora vivo. Uscì barcollando dalla stanza, avanzò a tentoni lungo il corridoio e corse a capofitto in bagno. Fu lì che lo trovarono, ore dopo, gli amici della mamma, quando si presentarono per non averla vista andare al lavoro; era una donna così affidabile che si erano subito preoccupati. La porta d’ingresso era aperta. Videro prima il corpo di lei, e già si erano quasi lasciati andare all’isterismo quando qualcuno aveva sentito un lamento acuto e monocorde. Trovarono Trevor schiacciato in un angolo tra il gabinetto e il vecchio lavandino di porcellana, raggomitolato in posizione fetale, con gli occhi fissi sul corpo del padre. Bobby McGee era impiccato alla guida metallica della tendina della doccia, di quelle vecchio tipo, avvitate al muro; aveva sostenuto il suo peso per tutta la notte e per tutto il giorno. Era nudo. Il pene gli pendeva floscio e asciutto come una foglia morta; niente ultimo orgasmo nella morte, per lui. Il corpo era così magro da sembrare emaciato, pallido e traslucido, le mani e i piedi pieni di sangue, il viso così gonfio da non mostrare più i lineamenti, tranne gli occhi che sporgevano fuori dalle orbite. La ruvida corda di canapa gli aveva aperto una ferita profonda sul collo. Le mani e il torso erano coperti del sangue della sua famiglia. Mentre qualcuno lo prendeva in braccio e lo portava via, Trevor, ancora raggomitolato, ebbe il primo pensiero razionale dopo ore di vuoto, nonché l’ultimo che avrebbe avuto per molti giorni a seguire. Non si sarebbe dovuto preoccupare di imbattersi per caso nel Cerchio del Diavolo, ecco cosa pensò. Il Cerchio del Diavolo era venuto da lui. Dal Weekly Eye di Corinth, 16 giugno 1972 di Denny Marsten MISSING MILE – Una sanguinosa tragedia si è consumata in un’abitazione della piccola cittadina. Quasi nessuno sapeva che il famoso fumettista “underground” Robert McGee viveva in North Carolina, finché non ha ucciso a colpi di martello due membri della sua famiglia, per poi suicidarsi in una casa in affitto nella periferia di Missing Mile. McGee, che in precedenza viveva ad Austin, in Texas, aveva 35 anni. Le sue opere erano comparse su riviste studentesche e di controcultura di tutto il paese, e aveva creato il controverso fumetto per adulti Birdland. Le vittime sono sua moglie, Rosena McGee, 29 anni, e uno dei due figli, Frederic McGee, 3 anni. Sopravvissuto l’altro figlio, di cui non si conoscono nome ed età. Un poliziotto, di fronte alla scena, ha commentato: «Riteniamo che sia una storia di droga... Con questo genere di persone, di solito è così». Un altro poliziotto ha rimarcato che si è trattato del primo omicidio plurimo a Missing Mile dal 1958, quando un uomo aveva ucciso sua moglie e i suoi tre fratelli a colpi di pistola. Kinsey Hummingbird di Missing Mile aveva riparato l’auto dei McGee qualche settimana prima degli omicidi. «Non avevano niente di strano», ha dichiarato Hummingbird. «E anche se avessi notato qualcosa di strano, non sarebbero stati affari miei. Solo i McGee sapranno cosa è successo in quella casa». Poi ha aggiunto: «Robert McGee era un grande artista. Spero che qualcuno si prenda cura del bambino». Nessuno sa perché McGee abbia scelto di risparmiare il figlio maggiore. Il bambino è stato preso in custodia dallo stato e sarà affidato a un orfanotrofio o a una famiglia adottiva, se non saranno rintracciati dei parenti in vita.
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