Vent'anni dopo

2863 Parole
VENT’ANNI DOPOMentre andava al lavoro, ogni pomeriggio, Kinsey Hummingbird si ritrovava a riflettere su diverse cose, sia filosofiche (fisica quantistica, la funzione dell’Arte nell’universo) che prosaiche (che razza di persona poteva trovare il tempo di incidere “Robin Fuks” su un marciapiede appena ricoperto di cemento; pensavano davvero che quel nome fosse così importante da essere conservato per sempre nel cemento?), ma mai noiose. Kinsey non si annoiava quasi mai. La passeggiata da casa sua al centro di Missing Mile Kinsey la affrontava due volte al giorno, usando la macchina solo quando aveva qualcosa di troppo pesante da portare, come una pentola di zuppa di fagioli fatta in casa, per esempio, o un amplificatore. La camminata lo conduceva oltre un patchwork di campi che cambiavano a ogni stagione: arati, scuri e ricchi in inverno; coperti di un velo sottile e verde chiaro in primavera; risplendenti di tabacco, viticci di zucca o altre piante piene di foglie nel corso della calda estate della Carolina, e così fino al raccolto. Lo conduceva oltre un paesaggio da fiaba fatto di kudzu, un’intera collina e una fila d’alberi coperte dall’esuberante pianta erbacea, che le trasformava in una distesa di spettrali spire, torri e avvallamenti verdi. Lo portava oltre rotaie in disuso dove i fiori selvatici crescevano in mezzo alle traversine irregolari, dove lui finiva per sbattere un alluce o storcersi una caviglia almeno una volta al mese. Lo guidava oltre la parte sbagliata di Firehouse Street, e dritto in città. Missing Mile non era una cittadina molto grande, ma era abbastanza vasta da sfoggiare una zona abbandonata. Kinsey ci passava ogni giorno, apprezzandone il silenzio, l’atmosfera un po’ inquietante dei negozi sbarrati e dalle vetrine rese opache da strati di vernice. Alcuni dei negozi vuoti mostravano ancora i cartelli di chiusura. Il migliore, che divertiva Kinsey ogni volta che lo leggeva, esclamava EVITATE IL CAOS DEL NATALE! in grandi lettere rosse alte una trentina di centimetri. I negozi che non erano sbarrati, o con le vetrine opache, mostravano interni pieni di polvere e ragnatele, con ancora qualche appendiabiti di metallo, o il torso di un manichino, liscio e solitario, a fare la guardia al nulla. Un pomeriggio piovoso di giugno, Kinsey se ne andò in città a piedi come al solito. Indossava un cappello di paglia con una piuma rovinata nella fascia, e un lungo impermeabile svolazzante che gli pendeva dalle spalle magre. Il suo aspetto, in generale, era quello di un simpatico spaventapasseri; il fatto che la sua schiena fosse un po’ curva non nascondeva il fatto che fosse ben più alto di un metro e ottanta. Nessuno sapeva quanti anni avesse (certi ragazzi erano convinti che non fosse molto più grande di loro; altri giuravano che avesse più di quarant’anni, praticamente un fossile). Aveva capelli lunghi, lisci e un po’ radi. Portava vestiti consumati dal tempo, allegri e caoticamente colorati, e perlopiù rattoppati, ma pendevano dalla sua snella figura quasi con eleganza. C’era tanto del suo paese nel suo naso aquilino, nella mandibola allungata e nella linea saggia della bocca, come nei suoi limpidi occhi azzurri troppo vicini. La pioggia tiepida picchiettava sul marciapiede e si sollevava in una cortina di vapore, formando piccoli anelli di nebbia intorno alle caviglie di Kinsey. Una pozzanghera dalla superficie coperta da un sottile strato di benzina creava spirali di arcobaleni sulla strada. Mancavano ancora un paio di isolati, lungo Firehouse Street, prima che cominciasse la parte bella della città: alcune case costruite prima della guerra, povere ma dignitose, con colonne malandate e verande sul davanti, diverse delle quali erano diventate delle pensioncine; un 7-Eleven; il vecchio Farmers Hardware Store, il cui parcheggio serviva anche come deposito delle corriere Greyhound, e qualche altro negozio aperto. Ma da quelle parti, gli affitti erano più bassi, e i ragazzi non avevano paura di spingersi fino alla parte brutta della città, dopo il tramonto. Kinsey attraversò la strada e abbassò la testa per passare sotto una porta buia. Quella porta era speciale: l’aveva fatta costruire da un artigiano a Corinth, era una lastra di legno di pino massiccio dalla superficie liscia e regolare, verniciata del colore del caramello e incisa con delle lettere irregolari, storte e nere che sembravano uscire dalle profondità del legno. THE SACRED YEW. La vera casa di Kinsey. Quella che lui aveva fatto per i ragazzi, perché non avevano altro posto dove andare. Be’... soprattutto per i ragazzi, ma anche per sé, perché neanche lui aveva mai avuto un posto dove andare. Una madre fissata con la Bibbia che vedeva il figlio come l’incarnazione del suo oscuro peccato; il suo nome da nubile era McFate, e tutti i McFate erano dei paranoici psicotici, per un verso o per l’altro. Una pallida ombra di padre, quasi sempre ubriaco o comunque lontano da casa, che era morto all’improvviso, come se non fosse mai esistito; gran parte degli Hummingbird erano anime poetiche bloccate in corpi da alcolisti, sebbene Kinsey fosse sempre riuscito a prendersi un drink o due senza dover necessariamente arrivare a tre o quattro. Negli anni ’70 aveva ereditato il lavoro da meccanico dal garage dove suo padre aveva lavorato qualche volta. Kinsey era più bravo a riparare motori di quanto Ethan Hummingbird fosse mai stato, sebbene, nel profondo del cuore, avesse sempre saputo che non era quello che voleva fare. Una volta cresciuto, man mano che i suoi amici se ne andavano per frequentare l’università o per inseguire sogni e carriere altrove, si era ritrovato a fare amicizia sempre e solo con persone più giovani di lui: gli adolescenti abbandonati e confusi che non avevano mai chiesto di essere messi al mondo e ora avrebbero preferito essere morti, i disadattati, i reietti. Andavano a cercarlo al garage, si sedevano e parlavano alle sue gambe secche che sporgevano da sotto una Ford o una Chevy col motore in panne. Era sempre stato così, e per un po’ Kinsey aveva pensato che così sarebbe stato per sempre. Poi, nel 1975, sua madre era morta nel terribile incendio che aveva fatto chiudere definitivamente il Central Carolina Cotton Mill. Due anni dopo, aveva ricevuto un notevole indennizzo, aveva lasciato il lavoro al garage e aveva aperto il primissimo nightclub di Missing Mile. Aveva provato a dispiacersi per sua madre, ma ogni volta che pensava a quanto fosse migliorata la sua vita dopo che lei era morta, lo trovava difficile. Si frugò in tasca, alla ricerca delle chiavi. Ne uscì fuori un grosso e decorato orologio da taschino, dondolando all’estremità di una lunga catena dorata, l’altra estremità della quale era agganciata all’interno della giacca. Ne fece scattare il coperchio e controllò il quadrante perlaceo. Quasi un’ora in anticipo: gli piaceva arrivare allo Yew alle quattro, per ricevere le consegne, pulire i resti della notte prima, e far entrare i gruppi per qualche prova sul palco, se lo desideravano. Ma erano appena le tre. Il cielo nuvoloso doveva averlo confuso. Kinsey si strinse nelle spalle ed entrò comunque. C’era sempre qualcosa da fare. Il club era privo di finestre, buio e tranquillo. Alla sua destra, appena entrato, c’era il piccolo palco che aveva costruito. Un lavoro non particolarmente bello da vedere, ma robusto e affidabile. Alla sua sinistra c’era la parete artistica, un murale di graffiti fatti di vernice, colori e pennarelli indelebili che si allungava sino alla partizione che divideva la zona del bancone dal resto del locale. L’intreccio di nomi di gruppi musicali sconosciuti con i loro simboli arcani, testi di canzoni e citazioni, non si leggeva nella semioscurità della stanza. Kinsey riuscì soltanto a distinguere un grosso graffito fatto con vernice spray dorata, che se ne stava lì a metà tra il muro e il soffitto: NON ABBIAMO PAURA. Quelle parole sarebbero potute essere il motto di qualsiasi ragazzino che entrava da quella porta, considerò Kinsey. Il brutto era che avevano paura, ognuno di loro, una paura terribile. Paura di non riuscire a diventare adulti e liberi, o di riuscirci solo sacrificando le loro fragili anime; paura che il mondo si sarebbe rivelato troppo grigio, troppo freddo, e che sarebbero sempre stati soli come si sentivano in quel momento. Ma nessuno di loro l’avrebbe mai ammesso. Non abbiamo paura, avrebbero cantato insieme al gruppo sul palco, coi loro visi accesi di luce dorata, non abbiamo paura, credendolo fermamente, almeno finché fosse durata la musica. Kinsey attraversò la pista da ballo. I resti appiccicosi della birra e delle bevande rovesciate sul pavimento la notte prima gli si incollavano alle suole delle scarpe a ogni passo. Rimuginando tra sé e sé, superò i bagni alla sua destra ed entrò nella stanza sul retro, che faceva da bar. Si bloccò di colpo, al grido soffocato della ragazza piegata sul registratore di cassa. La porta sul retro era aperta, e lei sembrava pronta ad andarsene in tutta fretta. La ragazza restò immobile vicino alla cassa, col viso felino coperto da una maschera di sgomento e paura, gli occhi spalancati fissi su Kinsey, qualche banconota da venti stretta in mano. La borsetta aperta era sul bancone, alle sue spalle. La scena perfetta, che inchiodava le sue intenzioni. «Rima?», mormorò lui, confuso. «Ma cosa...?» Il suono della sua voce sembrò sbloccarla. Si girò di scatto e corse verso la porta. Ma Kinsey si gettò oltre il bancone, scattò avanti allungando un braccio e la afferrò per un polso. Le banconote volarono sul pavimento. Lei scoppiò in singhiozzi. Kinsey di solito faceva lavorare un paio dei ragazzi del posto al locale, assegnava loro piccoli compiti come rifornire il bar o raccogliere i soldi dei biglietti all’entrata quando suonava un gruppo. Rima faceva da cameriera, era sveglia, allegra, carina e (o almeno così pensava Kinsey) del tutto affidabile, al punto che lui le aveva perfino consegnato una copia delle chiavi. In questo modo, quando aveva un altro cameriere, poteva evitare di restare al locale fino all’orario di chiusura; nelle serate meno affollate, qualcun altro poteva chiudere al suo posto. Era quasi come prendersi una piccola vacanza. Ma le chiavi spesso si perdevano o finivano in mani sbagliate, e Kinsey non le concedeva a molti dei suoi dipendenti. Credeva di saper giudicare il carattere della gente. Lo Yew non era mai stato rapinato. Fino a quel momento. Fece per raggiungere il telefono. Rima gli si gettò addosso, cercando di intercettare il ricevitore prima di lui. Dopo una breve lotta, Kinsey glielo tolse dalle mani e lo sollevò al di fuori della sua portata. Il cavo del telefono urtò la borsa della ragazza e la rovesciò sul pavimento. Quello che c’era dentro si sparpagliò fuori, tintinnando e rotolando. Kinsey si piazzò il ricevitore tra l’orecchio e la spalla e cominciò a comporre un numero. «Kinsey, no, ti prego!». Rima tentò di nuovo di raggiungere il telefono, inutilmente, poi si afflosciò contro il bancone. «Ti prego, non chiamare la polizia...» Lui si fermò prima di premere l’ultimo tasto. «Perché non dovrei?» Lei vide quello spiraglio e ci si tuffò. «Perché non ho preso i soldi. Sì, è vero, stavo per farlo, ma non ne ho avuto il tempo... e sono nei guai, sto lasciando la città. Lasciami andare e non sentirai mai più parlare di me». Aveva il viso inondato di lacrime. Alla luce fioca del bar, Kinsey non riusciva a vedere i suoi occhi. Il polso che stringeva tra le dita era così sottile che l’avrebbe potuto avvolgere due o tre volte; le ossa sembravano fragili come rametti secchi. Allentò leggermente la presa. «Che tipo di guai?» «Sono andata a un consultorio familiare a Corinth...» Lui si limitò a fissarla. «Vuoi che te lo dica per forza?». Il visetto affilato assunse un’espressione cattiva. «Sono incinta, Kinsey. Devo abortire. E mi servono cinquecento dollari per farlo!» L’uomo sbatté le palpebre. Era l’ultima cosa che si sarebbe aspettato. Rima era arrivata a Missing Mile appena qualche mese prima. Tra i ragazzi del luogo che le avevano chiesto di uscire, senza successo, si diceva che le piacesse il chitarrista di un gruppo speed metal che viveva nella sua nativa California. E, da quel che sapeva lui, lei non era stata in California, di recente. «Ma chi...?», riuscì a balbettare. «Non lo conosci, okay?». Lei si passò una mano sugli occhi. «Uno stronzo che non ha messo il preservativo perché secondo lui era come fare una doccia con l’impermeabile addosso. Ce ne stanno tanti così. Seminano il loro sperma in giro senza preoccuparsene più di tanto!». L’espressione cattiva era crollata; stava singhiozzando così forte da riuscire a stento a parlare. «Kinsey, sono andata a letto col ragazzo sbagliato e ora non vuole aiutarmi, non vuole neanche parlarmi. E io non voglio un dannato bambino, men che meno il suo». «Almeno dimmi chi è. Gli posso parlare. Ci sono cose che...» Lei scosse con violenza la testa. «NO! Io voglio solo andare a Raleigh e liberarmi di questa cosa. Non tornerò a Missing Mile. Andrò da mia sorella in West Virginia, o forse me ne tornerò a Los Angeles... Ti prego, Kinsey. Lasciami andare e basta. Non mi rivedrai mai più». Lui la studiò. Rima aveva ventun anni, ma il suo corpo sembrava molto più giovane: alta poco più di un metro e mezzo, con un fisico magro e acerbo, fatto soltanto di piani piatti e angoli acuti. I capelli lisci e castani erano tenuti indietro da un paio di forcine di plastica, come quelli di una bambina. Provò a immaginare quel corpo fanciullesco arrotondato dalla gravidanza, ma non ci riuscì. La sola idea faceva male. «Non posso darti soldi», disse. «No, io non voglio...» «Ma puoi prenderti l’ultima busta paga. È lì, sulla bacheca». Kinsey le lasciò il polso e le voltò le spalle. «Oh, Dio, Kinsey, grazie. Grazie». Lei si inginocchiò e cominciò a raccogliere gli oggetti rotolati fuori dalla borsa. Quando ebbe recuperato tutto alla luce fioca del bar, andò alla bacheca e prese la busta. L’uomo non si stupì di vederla controllare all’interno, come per assicurarsi che ci fosse abbastanza denaro. Poi la guardò girarsi e fissarlo per un lungo momento, come se stesse decidendo se aggiungere altro. «Buona fortuna», disse lui. Rima sembrava sorpresa, e un po’ in colpa. Poi, come se il latte della gentilezza umana fosse una pozione troppo inebriante per lei, girò i tacchi e uscì senza dire altro. Addio mini-vacanza, pensò Kinsey. Mezz’ora dopo, con le luci accese e il pavimento appiccicoso dietro al bancone ben pulito, trovò il pacchetto di polvere bianca. Era infilato in una crepa del pavimento di legno proprio sotto al punto in cui la borsetta di Rima si era rovesciata. A luci spente, come erano quando Kinsey l’aveva colta in flagrante, lei non doveva averla vista. Si chinò a raccoglierla e la osservò per un lungo, lunghissimo istante. Non sembrava molta roba: un angolo di plastica, di una bustina, con un pizzico ancora più piccolo di polvere bianca all’interno. No, non sembrava davvero molta roba. Ma lui la riconobbe per ciò che era: un torreggiante monumento alla sua ingenuità. Potrebbe comunque essere incinta, ragionò, mentre entrava nei bagni. Potrebbe davvero aver avuto bisogno dei soldi per abortire. Qualcuno potrebbe averle dato la cocaina. Magari la stava spacciando per racimolare la somma di cui aveva bisogno. Sì, certo. Quello che aveva detto del padre del bambino – sempre che quel bambino esistesse – di sicuro non faceva pensare che fosse il tipo da regalarle della droga. E Kinsey sapeva che il mercato della cocaina, a Missing Mile, era pressoché inesistente. Ovunque si guardasse, ci si poteva imbattere in erba e spinelli, e le droghe psichedeliche giravano come caramelle, ma la cocaina era un’altra faccenda. Gran parte dei ragazzi più giovani la consideravano noiosa: non raccontava storie, non regalava visioni, non cancellava il loro dolore, non faceva per loro niente più che una tazza di caffè forte non potesse fare, per una frazione infinitesima del suo prezzo. Probabilmente l’avrebbero sniffata, se qualcuno gliel’avesse data, ma non ci avrebbero speso i loro risparmi. E la maggior parte degli adulti in città non se la sarebbe potuta permettere neanche volendo. Rima, però, ora che ci pensava, sembrava sempre raffreddata, negli ultimi due mesi. Andava sempre al bagno a soffiarsi il naso, ma quando tornava, tirava su più di prima. Quanto diventava tutto ovvio, con il senno di poi. Potresti ancora chiamare la polizia, si disse, mentre la mano che stringeva la bustina si allungava sopra il gabinetto, pronta a lasciarcela cadere dentro. Mostra loro questa roba. Non può essere andata lontano. Rovesciò la mano. Un piccolo tonfo, quasi inudibile; l’involucro galleggiò tranquillo sulla superficie ferma dell’acqua. Voleva rapinarti. Inchiodala. Trovò con le dita la leva dello scarico e la tirò. Seguì un assordante ruggito liquido – secondo Kinsey, le tubature di quell’edificio dovevano essere vecchie almeno quanto quelle delle case risalenti ai tempi della Confederazione, un po’ più avanti sulla strada – e la bustina sparì. Incinta o meno, è comunque nei guai. Su questo non ha mentito. Perché renderle le cose ancora più difficili? Più tardi, mentre lavava il pavimento vicino al palco, alzò lo sguardo verso la parete artistica. Le parole NON ABBIAMO PAURA scintillarono nel suo campo visivo, e lui seppe che ovunque fosse Rima in quel momento, qualunque cosa stesse facendo, quelle parole non erano mai state reali per lei. Non riuscì a pentirsi di averle dato la sua ultima paga, comunque. C’era sempre una possibilità che utilizzasse quei soldi per uscire dai guai, per uscire da qualunque cosa (o chiunque) le avesse fatto finire quella cocaina nella borsa e l’avesse convinta a derubare qualcuno che voleva solo il suo bene. C’era sempre una possibilità. Sì, certo. E c’era sempre la possibilità che John Lennon tornasse dal regno dei morti e i Beatles si riunissero e facessero un concerto sul palco del Sacred Yew. Gli sembrava altrettanto probabile. Kinsey scosse tristemente la testa e continuò a lavare il pavimento.
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI