2.Zachary Bosch si svegliò da sogni affascinanti, si tirò via il cuscino dalla faccia, si stropicciò gli occhi e sbatté le palpebre, notando la lucertola verde sul soffitto, proprio sopra la sua testa.
Dormiva in una piccola nicchia su un lato della stanza, dove il soffitto era più basso e accogliente che nel resto del suo antico e signorile appartamento nel Quartiere Francese. Lì l’intonaco era più morbido e leggermente umido, coperto di crepe e ingiallito dai due anni in cui Zach aveva continuato a fumare a letto. Sull’intonaco rovinato, il rettile appariva di un verde vivido, iridescente. I bambini di New Orleans chiamavano quelle creature camaleonti, anche se lui sapeva che in realtà erano anolidi.
Allungò una mano verso il posacenere accanto al letto, e la lucertola sparì in un vivace lampo di colore e movimento. Zach sapeva per esperienza che, se si riusciva a essere abbastanza rapidi da acchiapparle per la coda, l’appendice si staccava, restandoti ancora pulsante tra le dita. Era un gioco che spesso aveva fatto con quei piccoli animaletti, ma che raramente vinceva.
Trovò il posacenere senza guardare, lo sollevò e lo sistemò tra le pieghe del lenzuolo, in mezzo alle piccole e affilate sporgenze delle ossa del bacino. Dentro c’era uno spinello ben arrotolato, grande quanto un cigarillo. Una panatela, o comunque si chiamassero quei cosi. Zach odiava il sapore del tabacco e il bruciore scuro e ruvido che gli lasciava nei polmoni; non ne usava mai. Eddy la metteva in modo semplice e diretto: «Se è verde, fumala. Se è marrone, buttala nel cesso».
Lui si era fumato metà di quella roba verde, la sera prima, mentre lavorava a un articolo da far pubblicare sul Times Picayune, riguardante parti mummificate di feto rimosse dall’utero di una donna dieci anni dopo un aborto illegale. Anche se non era un fatto vero, doveva sembrarlo, o meglio, i lettori avrebbero dovuto pensare che lo fosse. Nel clima morale di quel momento (nebuloso, con un possibile ritorno di fiamma fascista), gli aborti illegali necessitavano di tutta la pubblicità negativa possibile.
Si era assicurato di sottolineare a sufficienza che la donna aveva sofferto di dolori lancinanti, che si era gonfiata in modo grottesco e ovviamente era diventata sterile. Una volta finito di scrivere l’articolo, si era reso conto di provare una strana tenerezza, che sfociava quasi in un senso di protezione nei confronti di quella triste storia. Quella donna era una vera martire, il capro espiatorio perfetto, il contenitore di dolori immaginari che avrebbero permesso a quelli veri di essere evitati.
Zach cercò a tentoni una scatola di fiammiferi sul pavimento, ne trovò una del Commander’s Palace, si accese lo spinello e prese un tiro profondo. Il sapore gli riempì la bocca, la gola e i polmoni; un gusto verde e brillante come la lucertola. Fissò il contenitore, che era di un verde più scuro. Il ristorante era uno dei più antichi e costosi della città. Un amico di un amico, con un debito enorme sulla sua American Express, aveva portato di recente Zach al bar di quel ristorante, e gli aveva offerto quattro b****y Mary extra-piccanti, pagandoli con la sua Visa. Facevano sempre stronzate del genere. Stupidi calcoli, tele complicate che intessevano e che finivano per incastrarli, peggio di prima.
Imbranati, facili bersagli e creduloni. Alla fine, diventavano tutti la stessa cosa: fonti di guadagno per Zachary Bosch, che non era nulla di quanto appena elencato.
Il suo appartamento al terzo piano era pieno di polvere, luce e tonnellate su tonnellate di carta. Gli amici che conoscevano le sue abitudini di lettura, il modo in cui fumava e la sua ossessione per accumulare le cose, affermavano che quel posto rappresentasse uno dei più grossi e terrificanti rischi di incendio di tutta New Orleans. Zach invece era certo che fosse abbastanza umido là da scoraggiare qualsiasi fiamma libera potesse sfuggire al suo controllo. Nel pieno dell’estate, delle macchie di umidità si formavano sul soffitto, e il vecchio e delicato intonaco cominciava a gocciolare.
La vernice aveva cominciato a staccarsi da tempo, ma a lui non importava perché la maggior parte delle pareti era coperta di pezzi di carta. C’erano foto strappate da pagine di riviste sconosciute che gli avevano ricordato qualcosa; ritagli di giornale, titoli, o a volte singole parole che aveva attaccato per il loro effetto mnemonico. C’era una grande testa di J. R. “Bob” Dobbs, fondatore della Chiesa del Subgenio, oltre che uno dei messia personali preferiti di Zach. “Bob” predicava la dottrina dello Slack, che (tra le altre cose), significava che il mondo ti doveva davvero uno stipendio, sempre che tu fossi sveglio abbastanza da chiedergli la busta paga. C’erano numeri di telefono, codici di accesso e password scribacchiati su post-it gialli che poi finivano per scivolare via dai muri umidi. Infatti, non facevano che staccarsi e svolazzare giù, creando mucchietti giallo canarino tra gli altri resti sul pavimento, e attaccandosi alle suole delle scarpe da ginnastica di Zach.
C’erano scatoloni di vecchia corrispondenza, riviste, giornali ingialliti provenienti da tutto il mondo e in diverse lingue – se non sapeva leggere qualcosa, riusciva a trovare qualcuno che gliela traduceva nel giro di un’ora – distinti quotidiani e squallidi rotocalchi. E libri, libri ovunque, stretti su scaffali che occupavano un’intera parete quasi fino all’alto soffitto, aperti o con orecchie a fare da segnalibro, vicino al letto, oppure ammucchiati in torri da storia di Dr. Seuss negli angoli. C’erano romanzi di ogni genere, elenchi telefonici, manuali di computer, volumi consumati con titoli come The Anarchist Cookbook, High Weirdness by Mail, Principia Discordia, Ruba questo libro, e altre bibbie alquanto utili. Un videoregistratore da due soldi e un decoder fatto in casa si trovavano sotto un piccolo televisore, il tutto nascosto dietro pile di videocassette.
Contro la parete più lontana c’era il cuore del caos: un grosso tavolo di metallo. Non era visibile di per sé, sebbene Zach riuscisse a trovarci qualunque cosa sopra, dentro o intorno, nel giro di pochi minuti. Era coperto di altre carte, altri libri, scatole da scarpe piene di floppy disk, e l’inconfondibile firma dell’amante dell’erba: un assortimento di posaceneri che strabordavano di cenere e fiammiferi, ma senza mozziconi dentro. Chi fumava m*******a, al contrario dei comuni tabagisti, non lasciava in giro cicche.
Al centro del bancone, al di sopra dei posaceneri e dei mucchi di carta, come un monolite di plastica e silicio, c’era un computer. Un Amiga con tanto di scheda IBM ed emulazione di ambiente Mac che gli permetteva di leggere dischetti per diversi tipi di computer, insomma, un macinino niente male. Non mancava di hard disk capiente, di una stampante decente e, fondamentale per i suoi scopi, un modem a 2400 baud. Quell’economica scatoletta tecnologica, che permetteva al suo computer di comunicare con gli altri attraverso le linee telefoniche, era ciò che gli dava da mangiare, il suo cordone ombelicale, la sua chiave per raggiungere altri mondi, e parti di questo mondo che non avrebbe mai dovuto vedere.
Quel modem si era già ripagato da solo migliaia di volte, e lo aveva da appena sei mesi. Aveva anche un cellulare OKI 900 e un portatile, con tanto di modem integrato per permettergli di spostarsi, in caso di emergenza.
Zach si sollevò sui gomiti, si ficcò lo spinello in bocca e si passò una mano tra i folti capelli neri. Certi cantanti death rock del Quartiere Francese passavano ore davanti allo specchio per ottenere la precisa combinazione di capelli dall’innaturale sfumatura blu-ebano e pallore diafano e quasi traslucido di cui Zach era dotato per gentile e semplice concessione della genetica.
Quei tratti venivano dalla famiglia di sua madre. Sembravano tutti cresciuti in qualche sotterraneo. Non che la gran parte di loro non avesse mai visto un sotterraneo, considerando che vivevano in Louisiana da più di cinque generazioni. Il nome da nubile della madre era Rigaud, proveniva da un piccolo paesino fangoso nella zona del bayou, dove la cosa più entusiasmante che potesse capitare era l’annuale Sagra del Gambero. Quei capelli e gli occhi scuri e a mandorla dovevano avere radici dal suo sangue cajun. La pelle così chiara, invece, non si sapeva. Forse era dovuta a tutto il tempo che aveva trascorso in vari ospedali psichiatrici, in stanze buie e corridoi illuminati da crude luci al neon. Come se poi una cosa del genere si potesse trasmettere ai figli.
Probabilmente lei adesso si trovava in qualche manicomio, se era ancora viva. Suo padre, un Bosch rinnegato che dichiarava di discendere da Geronimo, ma le cui uniche visioni erano sempre venute dal fondo di una bottiglia di whisky, era sparito da tempo in qualche orifizio fumante del lato oscuro della città. Zach aveva appena diciannove anni, e sebbene avesse vissuto a New Orleans per tutta la vita, non vedeva nessuno dei due da quasi cinque anni.
Il che gli stava bene. Tutto ciò che voleva da loro era quello che si portava dietro: gli strani colori di sua madre, l’intelligenza acuta e originale di suo padre, e una tolleranza per i superalcolici che superava quella di entrambi. Bere non lo rendeva mai cattivo, né amareggiato, né gli faceva venire voglia di picchiare chi era giovane, piccolo e indifeso, di riempire di lividi carni troppo tenere, di sporcarsi le mani di sangue. Riteneva che fosse quella la più grande differenza tra lui e i suoi genitori.
Zach aveva l’abitudine di tirarsi i capelli e arrotolarli intorno alle dita, mentre leggeva o guardava lo schermo senza digitare sulla tastiera. Il risultato era una specie di pettinatura Pompadour mutante che riempiva d’ombre i piani spigolosi e gli incavi del viso, esagerando le linee del mento appuntito e delle sottili sopracciglia aguzze, rendendo più evidente il grigio delle occhiaie di notti trascorse al computer.
L’anno prima, a Bourbon Street, un ragazzino di dieci anni gli era corso dietro strillando “Ehi, Edward Mani di Forbice!”. Lui non aveva capito cosa intendesse, al tempo, ma quando Eddy gli aveva fatto vedere una locandina del film con quel titolo, Zach era rimasto quasi scioccato. La somiglianza era spaventosa. Si era messo davanti allo specchio con quella foto accanto per un sacco di tempo. Alla fine, si era consolato pensando che lui almeno non portava il rossetto nero, e che Edward Mani di Forbice non indossava mai dei grossi occhiali da nerd, rotondi e con una pesante montatura nera, come faceva lui.
Il film lo aveva infastidito, però, quando Eddy l’aveva portato a vederlo. Gli piaceva sempre vedere i film di Tim Burton, in primo luogo perché erano uno spettacolo per gli occhi, ma ogni volta lo lasciavano con l’amaro in bocca. Sembravano tutti nascondere un’instancabile e sicura normalità sotto a un sottile velo di follia. Aveva adorato Beetlejuice fino all’ultima scena, che l’aveva fatto uscire furioso dal cinema pronto a prendere a calci qualunque cosa per tutto il resto della giornata. La vista del personaggio di Winona Ryder, che prima era strano e bellissimo con la sua pettinatura assurda e l’eyeliner sbavato, di colpo così perfetto, con tanto di gonnellina elegante, calze da educanda e un grande sorriso ipocrita, rivoltante per quanto era normale... no, era stato davvero troppo per sopportarlo.
Ma quella, supponeva Zach, era Hollywood.
Prese un altro tiro dallo spinello e lo spense nel posacenere. Era roba di prima qualità, verde brillante e appiccicosa di resina che profumava di alberi di Natale, che ci metteva un attimo a far vibrare e formicolare il cervello. Sperò che qualcuno al Market ne avesse ancora. Mosse una mano a tastoni sul pavimento, trovò gli occhiali e li infilò. Il mondo restò offuscato agli angoli, ma quello era semplicemente un effetto degli stupefacenti.
Qualcosa gli premette contro il fianco, da sotto il lenzuolo. Il telecomando della TV e del videoregistratore. Lo puntò verso lo schermo e sorrise, premendo il pulsante di accensione.
Si ritrovò a guardare un film splatter italiano dal titolo Le porte dell’inferno. Il buon vecchio Lucio Fulci; le sue trame erano follie senza senso, ogni personaggio più stupido di un sacco di chiodi arrugginiti, ma quanto a scene granguignolesche, sapeva il fatto suo. E poi, nei suoi film non succedeva mai niente di normale. Altro che Burton.
Una ragazza cominciò a sanguinare dai bulbi oculari – Fulci amava i bulbi oculari – e poi prese a vomitare l’intero tratto digestivo in una scena lunga forse un minuto. Si era appartata in macchina con il ragazzo: erano quelle le conseguenze del peccato. Zach premette il pulsante per rimandare indietro la pellicola e osservò l’attrice risucchiare i propri intestini come un piatto di spaghetti alla marinara. Gustoso.