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2114 Parole
Un attimo dopo si rese conto che la visione di quel film gli stava facendo venire fame, il che significava che era davvero ora di mettere qualcosa sotto ai denti. I resti di una muffuletta presa al Central Grocery erano impacchettati nel suo piccolo frigo in stile dormitorio universitario. Zack scalciò via le lenzuola, portò le gambe oltre il bordo del materasso, attese per un minuto che il capogiro conseguente passasse e poi si alzò, svicolando con la grazia dell’esperienza in mezzo ai mucchi di carte e oggetti sul pavimento, per raggiungere il frigo. Il profumo intenso del prosciutto e delle spezie italiane, del pane all’olio e dell’insalata di olive si sollevò nell’aria quando aprì la carta oleata rosa. Quei grandi panini imbottiti rotondi erano costosi ma anche deliziosi, e uno poteva bastare anche per due o tre pasti, se ci si accontentava di porzioni limitate, come era per Zach. Non che non potesse permettersi una muffuletta ogni volta che ne voleva una. Aveva una riserva pressoché illimitata di denaro: tutto quello che poteva servirgli era a portata delle dita, ogni volta che si sedeva alla scrivania e accendeva il computer. Ma non si era mai realmente abituato ad avere abbastanza da mangiare. La dispensa nella cucina dei suoi era sempre stata piuttosto vuota, a parte gli alcolici. Il film, intanto, proseguiva. Un prete si era impiccato nella città di Dunwich – che nome originale – cosa che aveva spalancato le porte dell’inferno, o qualcosa del genere. Zombi dalla pelle in pessime condizioni sembravano capaci di teletrasportarsi in giro come rifugiati dell’Enterprise. Zach ripensò all’unico prete che avesse mai conosciuto, padre Russo, che celebrava le messe a cui sua madre lo trascinava di quando in quando, nei brevi periodi in cui riusciva a restare sobria. A dodici anni, Zach era andato a confessarsi da solo, un giorno, si era inginocchiato nel confessionale e aveva appoggiato la testa dolorante alla grata, mormorando: Benedicimi, Padre, perché qualcuno ha peccato contro di me. Calde lacrime gli erano scivolate sulle guance, mentre le sue labbra formavano quelle parole. Non è così che comincia il rito della confessione, aveva replicato il sacerdote, e le speranze di Zach si erano di colpo affievolite. Tuttavia, aveva continuato: Mia madre mi ha preso a calci in pancia fino a farmi vomitare. Mio padre mi ha sbattuto la testa contro il muro. Non può aiutarmi? Cattivo ragazzo, mentire in questo modo sui tuoi genitori. Non sai che devi obbedirgli? Se ti puniscono, è perché hai peccato. Il Signore dice di onorare il padre e la madre. E PERCHÉ LORO NON ONORANO ME? aveva gridato, allora, sbattendo la mano contro la parete sottile del confessionale, mentre un lampo di dolore gli risaliva violento il braccio già compromesso da una distorsione. Scostando con uno strattone la tendina, era entrato nella parte del cubicolo destinata al prete, sollevandosi la maglietta per mostrare i lividi di ogni tonalità possibile e i segni delle cinghiate sulle costole in rilievo . CHE MI DICI DI QUESTO, BRUTTO STRONZO, CHE COSA NE DICE DIO DI QUESTO? Fissando il volto sgomento del prete, notando la rete di capillari rotti su quella faccia passare dal rosso al violaceo, e quei deboli occhi acquosi lampeggiare di rabbia bigotta, aveva capito con un violento senso di nausea, che non avrebbe trovato aiuto lì, che il prete non lo stava davvero vedendo, che era ubriaco quanto i suoi genitori la notte prima. Era stato cacciato dalla chiesa e gli era stato intimato di non tornarci mai più, come se davvero potesse anche solo pensare di rimetterci piede; era crollato sui gradini di pietra ed era rimasto lì a singhiozzare per un’ora. Poi si era alzato, sputato un’enorme boccata di muco su quei gradini e si era allontanato con dentro un dolore silenzioso che andava più in profondità dei lividi e delle abrasioni, giù fino a quell’anima ferita che la Chiesa cattolica non avrebbe mai più toccato. Sarebbe stato bello vedere Padre Russo impiccato, bruciato e sanguinante dagli occhi. Forse ormai quel prete era morto, comunque; magari aveva ottenuto il ruolo da protagonista in qualche infernale film di Lucio Fulci. Zach lo sperava. Masticò l’ultimo boccone di muffuletta, si leccò via l’unto dalle labbra e andò a tuffarsi tra le carte per pescare qualche vestito. Tornò fuori con un paio di pantaloni dell’esercito tagliati all’altezza delle ginocchia e una t-shirt con la faccia di JFK che offriva al mondo un sorriso tutto denti mentre il cranio gli esplodeva in un caos di colori serigrafici. Un paio di sbiadite Converse rosse senza calzini andò a completare il tutto. Era ora di andare a rimediarsi un paio di scorte, come ogni giorno. E poi sarebbe potuto tornare a casa per mettersi un po’ al lavoro. Giugno, per quanto riguardava Zach, era il mese più insopportabile a New Orleans, fino a metà autunno. Le giornate erano già torride, ma non così avvolte dall’afa umida e pesante di luglio, agosto e gran parte di settembre. In quei mesi osceni, dormiva per tutta la mattina e il pomeriggio, coi sogni punteggiati dal rantolo e dal gocciolio del suo affannato condizionatore. Passava le notti a riempirsi la testa di informazioni, parole e immagini, e della sottile semiotica che gli facevano scattare nel cervello, o a scavarsi sentieri attraverso gli infiniti labirinti di sistemi proibiti, oppure semplicemente a navigare tra i forum dove non era soltanto il benvenuto, ma addirittura una leggenda. Soltanto dopo che il sole era tramontato da tempo si avventurava nel Quartiere Francese, battendo i vicoli laterali illuminati da lampioni a gas, mischiandosi a turisti ubriachi ed euforici e lavoratori su una Bourbon Street al neon, per incontrare i suoi amici che si passavano una bottiglia di vino di fronte a Jackson Square, trascorrere un po’ di tempo nei locali semibui e nei club fumosi di Rue Decatur, o talvolta organizzare una piccola festa a Saint Louis #1, il vecchio cimitero sul confine del Quartiere. Ma quel giorno scese le scale fino al marciapiede, aprì con una spinta il cancello di ferro e annusò l’aria umida come se fosse profumo. E lo era, in un certo senso; sembrava cotone umido nei polmoni, ma si portava dietro la fragranza del Quartiere, un inebriante misto di migliaia di odori diversi: frutti di mare e spezie, birra e sterco di cavallo, pittura a olio e incenso, fiori, immondizia, fango di fiume, e in sottofondo, onnipresente, il chiaro odore diroccato del tempo, del ferro vecchio, dei mattoni che si sfarinavano, della pietra pestata da milioni di piedi, registrando l’infinitesima impronta di ognuno. L’appartamento al terzo piano di Zach dava sulla minuscola Rue Madison, una delle due strade più corte del Quartiere, insieme con la sua gemella Wilkinson, dall’altra parte di Jackson Square. La sua fila di edifici era decorata da intricati cancelli di ferro battuto nero. Lunga soltanto un isolato, la piccola e tranquilla Madison si gettava dritta nel caos in technicolor del French Market. Zach superò il negozio di vestiti vintage all’angolo, bussò alla porta aperta e rivolse un cenno di saluto al proprietario hippy (che di recente gli aveva offerto a un prezzo speciale, in onore delle regole del buon vicinato, una redingote nera foderata di seta viola, anche se il caldo non gli avrebbe permesso di indossarla prima di Natale), per poi attraversare un’area che ospitava un bazar informale dove si poteva trovare robaccia inutile quanto i più preziosi tesori di Lafitte, a seconda della giornata e della fortuna. E poi arrivò al French Market, circondato da ogni lato da deliziosi profumi e colori armoniosi, e da tutta la simmetria e la ricchezza del regno vegetale commestibile, ammucchiato in torri scintillanti sotto a una vecchia tettoia di pietra. C’erano piramidi di pomodori così rossi da far male agli occhi, enormi cesti di melanzane come lucido cuoio verniciato di viola, il verde vivido dei peperoni e quello cremoso e delicato delle piccole zucche tenere che si chiamavano mirliton. C’erano cipolle grosse quanto la testa di un neonato, rosse, dorate e di un bianco perlaceo. C’erano noci e banane mature, fredda uva ghiacciata, erbette fresche a mazzi, grosse trecce d’aglio e rossi peperoncini tabasco secchi appesi alle travi. C’erano canne da zucchero fresche, vendute a pezzi in modo da poterle masticare e succhiare il dolce succo mentre si passeggiava per il mercato, annusando tutti quegli odori e meravigliandosi di tutti quei colori. C’era riso locale, e barili pieni di scintillanti fagioli rossi da cuocerci insieme, e lunghe file di salsicce cajun da aggiungerci per dare sapore. C’era un mercato del pesce, di lato, dove si potevano comprare granchi freschi, gamberi e pesci gatto, gamberoni azzurri del golfo lunghi quanto una mano, e perfino carne di alligatore. E davanti a ogni banco c’erano i venditori che presentavano a gran voce le loro merci, vecchi giunti lì con i loro pick-up carichi prima dell’alba, con visi che sembravano di cuoio, neri o dalla pelle scura, cajun, cubani, talvolta asiatici. Il Market, pensava Zach, era probabilmente uno dei punti della città in cui si mischiava il maggior numero di culture ed etnie. Karma positivo per un luogo in cui, meno di due secoli prima, erano gli schiavi a fare la spesa mattutina. Ogni venditore aveva i prodotti più buoni, più freschi e più economici di tutto il Market; ognuno di loro lo proclamava a gran voce, gridando più degli altri, finché quelle clamorose lodi di frutta e verdura non si alzavano fino al soffitto, viaggiando tra le colonne di pietra. Vendevano i loro prodotti al pezzo, al chilo, o perfino a intere casse, se così voleva l’acquirente. Ma Zach voleva altre cose. Attraversò il luogo, osservando tutto ma senza fermarsi, fino a raggiungere il confine del mercato delle pulci sul retro del grande edificio. Lì le merci tendevano più al pacchiano o alla stranezza, con tavoli pieni di magneti a forma di conchiglia e saliere di ceramica a forma di aragosta che si alternavano a banchi che vendevano monili di cuoio, coltelli da stivale, oli essenziali e mucchi di incenso, oltre a sospette copie su cassetta di qualsiasi CD il venditore avesse acquistato di recente. Diversi proprietari dei banchetti più strani gli rivolsero un cenno di saluto. C’era Garrett, un ragazzo nervoso con i capelli biondo platino e grandi, tragici occhi da angelo, che realizzava dipinti fin troppo spaventosi per chi andava in cerca di un ritratto a Jackson Square; aveva un tavolo pieno di ciondoli di crocifissi e occhiali da sole dalla forma allungata e pieni di strass, e gli affari gli andavano bene. E c’era Serena, una sacerdotessa dai capelli viola e dal profumo di patchouli, placida come suggeriva il suo nome, che lo salutava con un sorriso dal suo altare di bootleg di Cure e Nirvana; serena, sì, finché qualche ignaro cliente dalla mano lesta capitava da quelle parti e la scambiava per una preda facile. Allora diventava un fulmine di violenza, bloccando lo sfortunato ladro con una mano e recuperando la refurtiva con l’altra. E poi c’era l’inquietante Larese, con il suo eyeliner nero da Cleopatra e il vestito di velluto a brandelli, che leggeva i Tarocchi sulla piazza quando non vendeva le sue bambole voodoo fatte a mano nel Market. Le sue letture non le garantivano buone entrate: sbatteva in faccia ai suoi clienti tutti i loro peggiori difetti in un modo così diretto e dettagliato che quelli rivolevano sempre indietro il loro denaro, e lei glielo restituiva sempre... ma con una data scribacchiata sopra con un pennarello indelebile: un giorno e un anno a volte lontani nel futuro, a volte minacciosamente vicini. Zach controllò i vari banchi e tavoli. Il cartello cambiava posto ogni giorno, ma qualcuno ce l’aveva sempre. Infine lo trovò attaccato con il nastro adesivo a un tavolo di cappelli gestito da un giovane snello dalla pelle del colore del caffè nero e una massa di dreadlock che sembrava esplodergli fuori dalla sommità del cranio come un mucchio di serpenti, scendendogli fino a metà schiena, con alcune ciocche intrecciate a nastri viola, rossi, gialli e verdi: i colori dei Rasta e del Mardi Gras. Quel tipo rispondeva al mellifluo nome di Douglas St. Clair. Il cartello attaccato al bordo del suo tavolo, preciso e discreto, recitava: AIUTACI NELLA LOTTA ALLE DROGHE! QUALSIASI DONAZIONE È BEN ACCETTA. «Zachary! Io dico che ti serve un cappello, amico!». Il viso di Douglas si spaccò in un sorriso solare e stonato come la sua nativa Giamaica, mentre faceva cenno a Zach di avvicinarsi. Aveva una voce profonda e gioviale, con un accento scuro e dolce come sciroppo. Raccolse un cappello nero a tesa larga dal mucchio sul tavolo. Era un cappello Amish, circondato da una splendida striscia di pelle nera e conchiglie argentee. In sua difesa, in effetti Dougal non glielo piazzò rudemente in testa, ma si limitò a tenderglielo finché Zach non si sentì obbligato a prenderlo. Lo tenne tra le mani, senza tuttavia provarlo. Certa di quella gente sarebbe stata capace di venderti qualunque cosa.
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