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1346 Parole
«A dire il vero», rispose lui, «volevo fare una piccola donazione per la causa». «Certo, amico. Nessun problema». Dougal non tese apertamente la mano, la allungò solo verso il bordo del tavolo, dove sarebbe stata pronta in caso qualcuno avesse voluto farci scivolare dentro qualcosa. Zach recuperò un paio di banconote da venti dalla tasca e gliele consegnò. Gli occhi scuri di Dougal scintillarono, contandole con lo sguardo mentre le faceva sparire. Allungò una mano sotto al tavolo e ne trasse un libretto piuttosto alto, che offrì all’altro: I pericoli della m*******a, guarda un po’ che titolo fantasioso, gli zombi della p********a si stavano proprio dando alla pazza creatività, ultimamente. Lui si ficcò il libretto in tasca. Dougal svitò il tappo di un termos e lo riempì di una generosa quantità di caffè nero fumante. L’odore raggiunse le narici di Zach, ricco dell’aroma della cicoria. L’amico lo vide agitarsi sul posto e gli offrì la tazza di plastica. «Finiscilo pure, amico. Fresco fresco di stamattina, dal Café du Monde». Le mani di Zach fremevano per afferrare la tazza. Sapeva quanto sarebbe stata calda e confortante tra i palmi, e come quel sapore fluido e aromatico gli avrebbe avvolto la lingua. Purtroppo, sapeva anche come si sarebbe sentito dopo, con il cuore che sbatteva come una creatura ingabbiata contro il muro interno del petto, il cervello che gli si seccava come una spugna e gli occhi che sembravano tremare e formicolare dentro alle orbite. «Non posso più berlo», ammise. «Lo adoravo, ma mi fa male». Le folte sopracciglia di Dougal si aggrottarono in un’espressione di genuina costernazione. «Ma abbiamo il caffè secondo al mondo per bontà, qui. Avanti, prendine un sorso e basta, non ti farà niente». «Non posso bere neanche il decaffeinato», spiegò con tristezza lui. «Ho troppa immaginazione». «Quanti anni hai, venti?» «Diciannove». «E hai smesso di bere caffè...» «A sedici». Dougal scosse la testa. Le estremità irregolari e piene di nastri dei dreadlock gli ondeggiarono dolcemente intorno al viso. «Penso che tu abbia bisogno di un po’ di relax. Se io non potessi bere il caffè di New Orleans, penso che farei ancora più donazioni alla causa di quante non ne faccia tu». «E dunque qual è il migliore in assoluto?» «Il Jamaican Blue Mountain, amico. Friggi ogni mattina un po’ di pesce sotto sale con ackee, fatti due o tre tazze di Blue Mountain e perderai quelle brutte ombre scure sotto agli occhi». Certo, pensò Zach, e poi muori di infarto prima dei venticinque anni. Continuarono a parlare del più e del meno per qualche minuto. («C’è una festa, stasera», lo informò Dougal, «un gruppetto di gente va a fare un viaggetto da Louie», il che si traduceva con «da tre a venti persone andranno a calarsi gli acidi al cimitero di St. Louis, stasera».) Mentre lo salutava e si girava per andarsene, Dougal lo fermò. «Lo vuoi il cappello? Te lo faccio a metà prezzo, nessun problema». Zach si era dimenticato di avere ancora in mano quel copricapo Amish. Fece per lasciarlo sul tavolo, ma poi si interruppe. Non aveva un cappello, e quello l’avrebbe protetto bene dal sole. Se lo infilò e scoprì che gli stava a pennello. Dougal annuì. «Molto bello. Ti fa sembrare un predicatore finito male». Poi gli offrì di nuovo quel ghigno solare, e anche l’altro rise. Era proprio vero che quella gente riusciva a venderti di tutto. Mentre tornava indietro, si fermò davanti a uno dei banchetti e comprò qualche manciata di peperoncini rossi e verdi, sottili, contorti e mortalmente piccanti. Ogni tanto nel Market si trovavano alcuni habanero, quelli arancioni e gialli che crescevano in cespugli nella terra di Dougal. Si diceva che fossero i più piccanti del mondo, cinquanta volte più dei jalapeño, e avevano un sapore dolce e fruttato che lui adorava. Ma quelli della Louisiana sarebbero andati bene ugualmente, per il momento. Li avrebbe sgranocchiati più tardi, insieme a qualche bicchiere di latte, mentre si lanciava a tutta velocità tra le autostrade virtuali degli hacker. Immaginava che, alla fine, la strana chimica del suo corpo avesse qualche vantaggio. Gli mancava il caffè come può mancarti una persona che hai amato e perduto, ma sapeva che nessun altro era capace di hackerare sotto acidi, vivere per giorni solo di erba e b****y Mary fatti di vodka, succo di pomodoro e tabasco in parti uguali, o masticare interi peperoncini da soli senza pelarsi la lingua o bruciarsi lo stomaco. Tornò indietro lungo la Madison, controllò la posta: due cataloghi, uno di Loompanics Unlimited, che vendeva libri su come ottenere una falsa identità, disattivare un carro armato e altre cosette utili, e l’altro di Mo Hotta Mo Betta, contenente qualsiasi salsa, crema, spezia e condimento terribilmente piccanti noti all’uomo. Li posò sul letto, per goderseli più tardi, insieme al cappello nuovo. Sentiva formicolare le dita, pronte ad affrontare la tastiera. Prima di tutto prese il libretto contro la droga e staccò la bustina di erba incollata tra le pagine. Di un bel verde vivace, quasi del tutto schiacciata, legata con sottili fili rossi che formavano la parola P-O-T-E-N-Z-A. Infilò il naso nella bustina e inspirò in profondità. Il profumo da solo era già inebriante, erbaceo e aromatico. Qualsiasi cosa con quell’odore doveva per forza essere illegale. Ne sbriciolò un po’ su un foglietto di carta, tolse un paio di semi e li mise da parte per gettarli in un campo più tardi, sistemò l’erba nella sua pipa di onice nero e l’accese. L’aroma dolciastro gli si infilò denso nei polmoni, inviando tentacoli verdi nel flusso sanguigno, sciogliendogli i nodi nel cervello. Aaaahhh. Era ora di mettersi al lavoro. Accese il computer, incastrò il telefono nel modem e si connesse a un oscuro bulletin board system pirata locale denominato Mutanet. Il BBS era un nodo di scambio di informazioni per ogni sorta di hacker, freak virtuali e geni del computer assortiti. Zach ne aveva scoperto l’esistenza realizzando un programma che chiamava tutti i numeri telefonici nella zona, mantenendo una lista di quelli a cui rispondeva un modem. Aveva poi trascorso un po’ di tempo a scoprire quali conducessero a un BBS, e a cosa potessero essere utili gli altri, e infine era approdato su Mutanet; una combinazione di spavalderia, umorismo contorto e abilità indiscussa gli avevano permesso di restarci. Aveva tutta una serie di lavori in attesa e progetti in atto: conti di carte di credito da cui scremare centesimi come sottilissime fette di salame, conti in banca da rimpinzare, liste di codici telefonici da ottenere per poi rivendersele. Di recente, aveva realizzato un programma che gli permetteva di entrare nel sistema criptato di password della polizia di stato, e stava accarezzando l’idea di cancellare la fedina penale di più gente possibile tra quelli che erano stati condannati per possesso di sostanze stupefacenti. Ma al momento aveva voglia soltanto di starsene per un po’ su Mutanet. Non avrebbe saputo dire esattamente perché – di solito non cominciava così una sessione di lavoro – e non seppe mai quale divinità ringraziare, più tardi. Perché quel BBS pirata fu forse l’unica cosa che lo salvò. Comparve il logo del sistema, insieme con una schermata di avvertimenti, esortazioni e frasi minacciose, e poi uno spazio per scrivere. Zach digitò il suo nome utente su Mutanet (LUCIO) e la sua attuale password (NH3GH3), e a quel punto fu dentro. Un BBS funzionava più o meno come una normale bacheca: ci si potevano inserire messaggi indirizzati a tutti e a cui tutti potevano rispondere, oppure si potevano inviare messaggi privati a una singola persona, come se fossero imbustati e indirizzati. Era meglio di una vera bacheca, però, perché nessuno poteva eliminare i tuoi messaggi o sbirciare in quelli privati, tranne l’amministratore del sistema, a cui di solito non interessava farlo. Vide che aveva un messaggio in attesa, da parte di un tizio talentuoso che si faceva chiamare Zombi, e gli aveva offerto alcuni interessanti numeri di carte di credito ancora valide appartenute a persone decedute. Di solito, i parenti addolorati non si ricordavano di avvertire subito la compagnia della carta di credito del decesso, e nel frattempo quei numeri si potevano utilizzare o diffondere. Chissà, magari in quel messaggio c’era qualcosa di simile. Lo aprì, appoggiandosi allo schienale della sedia. E il messaggio gli riempì lo schermo, lampeggiando come l’insegna al neon di uno strip club di Bourbon Street, pulsando come una vena sulla tempia febbricitante di un tossico. LUCIO. TI HANNO TROVATO. SANNO CHI SEI. SANNO DOVE SEI. SCAPPA.
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