3.-1

2025 Parole
3. Il Greyhound era lento, rovente e quasi vuoto. Puzzava perlopiù di sudore e fumo, un odore stanco che parlava del capolinea di innumerevoli viaggi, ma di sottofondo c’era una vaga dolcezza esotica, che si aggrappava alle narici come fumo d’oppio. Probabilmente il forte disinfettante industriale che usavano per pulire il bagno in fondo alla corriera, ma per Trevor quello era l’odore del viaggio, dell’avventura. In ogni caso era un odore che conosceva bene quanto quello della propria pelle. Aveva trascorso gran parte degli ultimi sette anni a bordo di quei Greyhound, o ad attenderli nella silenziosa disperazione di un migliaio di cavernosi terminal. La campagna della Carolina scorreva oltre il finestrino, di un verde estivo che divenne il blu del tramonto e infine un viola sempre più profondo e fumoso. Quando non riuscì più a vedere nulla alla luce morente del sole che filtrava dal finestrino, accese la lampadina sopra il sedile e continuò a disegnare, con la mano che si muoveva a ritmo con la cassetta di Charlie Parker nel suo Walkman. Ogni tanto alzava la testa e guardava per qualche istante fuori. Adesso le auto avevano tutte i fari accesi, e correvano verso di lui in una fila infinita e stordente. Ben presto fu così buio che riuscì a vedere soltanto il riflesso dagli occhi spenti che lo guardava dal vetro. Il grasso zotico che occupava i due sedili davanti a lui fece sentire un profondo sospiro quando Trevor accese la luce. Lui notò vagamente il tizio che si dimenava sul sedile, abbassandosi sugli occhi il cappello John Deere con un gesto esasperato, col corpo che emanava un forte fetore di birra da due soldi e sporcizia. Infine si girò del tutto sul sedile e fissò Trevor. Senza collo, con la testa che sembrava una caraffa sistemata su un muro, aveva il viso così butterato e umido da sembrare un lebbroso. Avrebbe potuto avere diciannove anni come quaranta. «Ehi, tu», esordì. «Ehi, hippy». Trevor alzò gli occhi, ma non si tolse gli auricolari. Ascoltava sempre la musica a un volume molto basso, e riusciva a sentirci bene anche senza levarseli. «Dici a me?» «Sì, dico a te, a chi cazzo credevi che parlassi, a lui?». Lo zotico indicò un vecchio di colore addormentato sul sedile di fronte, con la caverna sdentata della bocca spalancata, e le dita nodose serrate intorno alla bottiglia quasi vuota di Night Train che aveva sulle ginocchia. Con esasperante lentezza, Trevor scosse la testa, senza mai distogliere lo sguardo dagli occhi piccoli e scintillanti dell’uomo. «Be’, comunque, potresti spegnere quella dannata luce? Ho un mal di testa feroce, sai?» O più probabilmente sei sbronzo marcio. Trevor scosse di nuovo la testa, ancora più lentamente, ancora più fermamente. «Non posso. Devo lavorare a questo disegno». «Col cazzo!». La testa dello zotico si sollevò ancora di più oltre il sedile, anche se del collo non c’era ancora traccia. Una grossa mano piena di cicatrici fece la sua comparsa sullo schienale. Trevor notò le mezzelune nere di sporcizia sotto alle unghie. «Cos’è che sta disegnando di tanto importante un freak come te?» In silenzio, lui girò il blocco da disegno per farlo vedere allo zotico. La luce mostrò ogni dettaglio dell’illustrazione: una donna snella, mezza seduta e mezza distesa contro lo stipite di una porta, con la testa rovesciata indietro e la bocca spalancata piena di sangue e denti rotti. La tempia sinistra e la fronte erano rotte, i capelli, il volto e il davanti della camicia neri di sangue. Le linee del disegno erano nette e precise, l’orrore dell’agonia eloquente in ogni tratto del corpo, in ogni particolare del viso distrutto. «Mia madre», spiegò Trevor. Il volto grasso dello zotico tremolò. Le labbra si arricciarono; gli occhi si sgranarono, sconvolti, per un attimo indifesi, e poi freddi. «Pazzo fottuto», borbottò a voce alta. Ma non disse altro riguardo alla luce accesa, per tutto il resto del viaggio. La corriera uscì dall’autostrada a Pittsboro e si immise sulla stretta statale a due corsie. Si fermò per qualche minuto in una piccola stazione di servizio a Corinth; poi non ci furono più altre fermate; fu irrevocabile, e fu vero: stava davvero tornando a Missing Mile. Trevor tornò a fissare il disegno. Una ruga gli comparve tra le sopracciglia, mentre si accigliava, osservandolo. Che strano. Nell’angolo in basso a destra, senza rendersene conto, aveva dato un nome al disegno, quello sbagliato. In grosse lettere scure, aveva scritto il nome ROSENA BLACK. Ma il nome di sua madre era Rosena McGee. Da nubile era Rosena Parks, ma era morta McGee. Black era il cognome che Trevor si era scelto anni prima, il nome con cui firmava i suoi lavori. Non cancellò l’errore, tuttavia; il tratto di matita era troppo netto e pesante, e avrebbe rovinato il foglio. In ogni caso, non amava cancellare, di solito. A volte gli errori mostravano i collegamenti più interessanti tra cervello, mano e cuore, quelli che altrimenti non avresti mai scoperto. Erano importanti, anche quando il loro significato restava oscuro. Come adesso, per esempio. Tornare in quel luogo poteva essere il suo più grande errore di sempre. Ma poteva anche essere la cosa più importante che avesse mai fatto. Non ricordava quando aveva visto per l’ultima volta Missing Mile. Gli amici di sua madre l’avevano portato fuori dalla casa, quella mattina, e per un po’ era stato tutto ciò che aveva saputo. Solo che uno di loro, un uomo dalle mani grandi e gentili, era stato abbastanza coraggioso da superare il corpo penzolante di Bobby e sollevare Trevor dall’angolo tra il gabinetto e il lavandino. Il ricordo successivo era quello di essersi svegliato in una grande stanza bianca e vuota che sapeva di medicinali e vomito, e di aver urlato alla vista di un tubicino che usciva da una sacca appesa accanto al letto, che gli si infilava dritto nell’incavo del braccio. La carne, in quel punto, era gonfia, rossa e dolente. Aveva pensato che quella cosa fosse viva, che gli si fosse infilata dentro mentre dormiva. Non si sarebbe più fidato a dormire davvero. Se ti azzardavi a chiudere gli occhi e andartene da qualche altra parte per un po’, mentre non c’eri poteva succedere qualsiasi cosa. Qualsiasi. Il tuo intero mondo poteva finire distrutto. L’infermiera aveva detto che non era stato in grado di sentire la gente che cercava di parlargli, e neanche di mangiare o bere. Quel tubicino gli faceva entrare nel braccio del cibo già pronto da assimilare, per evitargli di morire di fame, o almeno era quello che aveva capito. Si era sentito molto imbarazzato, quando aveva scoperto di indossare un pannolino. Perfino Didi aveva smesso di portarli. Poi si era reso conto che Didi non era altro che un ricordo di una forma spezzata su un materasso sporco. La sua famiglia era morta e sepolta da cinque giorni, mentre Trevor fluttuava in quel mondo confuso e buio. I medici dell’ospedale di Raleigh la chiamavano catatonia. Trevor sapeva di essere a Birdland, il luogo in cui nessuno poteva toccarti, dove potevi rifugiarti quando il mondo ti spaventava al punto da costringerti a fuggire. Quando era stato chiaro che nessun parente o amico della famiglia si sarebbe fatto carico di lui, e una serie di test cognitivi ebbe dimostrato che era ancora funzionale (sebbene molto chiuso in se stesso), il tribunale aveva deciso che Trevor McGee doveva essere affidato allo stato. Era stato portato nel North Carolina Boys’ Home, nella periferia di Charlotte, un orfanotrofio e collegio il cui budget era stato ridotto all’osso l’anno precedente. Non c’erano programmi di affiancamento a famiglie affidatarie, né corsi speciali per chi era particolarmente dotato, né terapie idonee per chi presentava dei disturbi. C’era soltanto un enorme edificio pieno di colonne e spifferi, con una scuola e quattro dormitori fatti di pietra grigia, gelidi perfino nel cuore dell’estate. C’erano soltanto trecento ragazzi, dai cinque ai diciotto anni, tutti con i capelli rasati e un’uniforme addosso, col loro personale inferno da affrontare e nessuno molto incline ad aiutare gli altri a sopportarne il peso. Quel luogo non sembrava avere alcun colore, alcuna particolarità. I tredici anni che Trevor ci aveva passato dentro erano un collage di forme indistinte, distese grigie tutte uguali, strade vuote divise in piccoli diamanti dalla rete metallica che circondava l’orfanotrofio e il cortile. La sua stanza era una fredda scatola squadrata, ma almeno era sicura, perché lì dentro poteva disegnare senza che nessuno lo spiasse. La maggior parte degli altri ragazzi usava lo sport come valvola di sfogo, costruendo sogni intorno a possibili borse di studio che li avrebbero portati in università come la State o la UNC. Trevor però era sempre stato terribilmente goffo; a parte la mano destra, non si sentiva minimamente a suo agio nel proprio corpo, come se fosse qualcosa che non gli appartenesse e che non avrebbe dovuto avere. Odiava i pomeriggi in cui era costretto a praticare degli sport, per lui non erano altro una noia infinita fatta di caldo e polvere, spezzata soltanto da occasionali momenti di panico quando qualcuno gli urlava di correre, colpire o afferrare una palla simile a una bomba che veniva giù a mille miglia orarie da un cielo troppo limpido e azzurro. La sua vita in orfanotrofio non era stata né bella né terribile. Non aveva mai provato a fare amicizia con nessuno, e perlopiù era stato ignorato. Nelle rare occasioni in cui un gruppo di bulli lo sceglieva come vittima, Trevor rispondeva alle loro provocazioni fino a spingerli ad aggredirlo. Alla fine accadeva sempre. E allora lui cercava di fare più male che poteva. Aveva imparato a colpire duro con il sinistro, a scalciare, graffiare e mordere, senza mai rischiare di ferire la mano destra, che gli serviva per disegnare. Di solito finiva anche per prenderle, ma quel gruppo di bulli poi lo lasciava in pace e Trevor poteva continuare a farsi gli affari suoi, finché non si faceva avanti un nuovo gruppo di predatori. Da quello che aveva letto, aveva iniziato presto a sospettare che quel luogo non fosse molto diverso da una prigione. Lo stato l’aveva lasciato libero a diciotto anni, con l’opzione di frequentare una scuola tecnica. Ma Trevor si era diretto alla stazione dei Greyhound e aveva comprato un biglietto per il luogo più lontano che si era potuto permettere con i cento dollari che aveva in tasca. Aveva viaggiato in lungo e in largo negli ultimi anni, senza una meta, zigzagando tra città e coste, lavorando qua e là, talvolta vendendo una vignetta o una striscia al prezzo di un biglietto della corriera, spesso anche di più. A volte, incontrava persone che, in altre circostanze, avrebbe potuto chiamare amici. In ogni caso la gente del mondo reale era più interessante di quella che aveva conosciuto all’orfanotrofio. Ma, non appena lasciava un luogo, quelle conoscenze svanivano, venivano cancellate dalla realtà. Non permetteva mai a nessuno di toccarlo. Perlopiù, preferiva starsene da solo. Se avesse smesso di essere capace di disegnare, pensava che sarebbe probabilmente morto. Era una possibilità che teneva sempre nascosta in un angolo della mente, il conforto della lametta o della corda, la sicurezza del veleno sullo scaffale che aspettava soltanto di essere inghiottito. Ma non avrebbe portato nessuno con sé, nell’andarsene in quel modo. Non si tagliava i capelli da sette anni. Non aveva mai avuto un indirizzo permanente. Raramente visitava una città o un paese più di una volta. C’erano pochi luoghi che evitava. Austin, New Orleans, e, fino a quel momento, il North Carolina. Il suo venticinquesimo compleanno era da poco arrivato e passato, festeggiato soltanto con il passaggio da uno stato all’altro, cosa che non mancava mai di entusiasmarlo un po’, a prescindere da quanto spesso lo facesse. Sovente tendeva a dimenticarsi del suo compleanno. In fondo, all’orfanotrofio significava soltanto una brutta maglietta nuova e una tortina con una singola candelina sopra, a ricordargli tutto ciò che non aveva. E poi il suo compleanno era oscurato dall’anniversario ben più importante che lo seguiva da vicino. Quello che sarebbe caduto il giorno dopo. Erano passati vent’anni, e ogni volta gli pesava sul cuore come un macigno. Quattro quinti della sua vita trascorsi a domandarsi perché fosse sopravvissuto. Era troppo. Di recente aveva iniziato a sognare la casa di Violin Road. Per tutta l’infanzia, Trevor aveva sognato quell’ultima mattina sanguinosa che sembrava filtrare nella memoria come melassa, scura e densa. Quello era un incubo che conosceva bene, e che ormai faceva di rado. Il nuovo sogno, invece, era diverso, e si ripresentava diverse volte a settimana.
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