Nel giardino della Cappella Espiatoria-4

2009 Parole
«Addio, consigliera!» Cominciò ad aumentare la distanza fra il transatlantico, che ripartiva, e i rimorchiatori, che navigavano verso l’entrata del porto. Come se avesse aspettato questo momento d’impunità, una voce stentorea si levò dall’ultima coperta con un accompagnamento di rumorose risate. «A più tardi! Ci rivedremo a Parigi!» E la banda musicale, la stessa banda che tredici giorni prima aveva meravigliato Desnoyers con la sua inaspettata Marsigliese, intonò una marcia guerresca del tempo di Federico il Grande; una marcia dei granatieri con accompagnamento di trombe. Così andò a smarrirsi nell’ombra, con la precipitazione di una fuga e l’insolenza di una vendetta prossima, l’ultimo transatlantico tedesco a toccare le coste francesi. Tutto ciò era accaduto la notte prima; non ancora erano trascorse ventiquattro ore, e già Desnoyers lo considerava come un avvenimento lontano, di nebulosa realtà. Il suo spirito, disposto sempre alla contraddizione, non partecipava all’allarme generale. Le spavalderie del consigliere gli sembravano ora delle bravate di un borghese, che si dà le arie di un soldato. Le inquietudini della gente di Parigi erano fremiti nervosi di un popolo, che vive placidamente, e si allarma appena intravede un pericolo per il proprio benessere. Tante volte si era parlato di una prossima guerra, ma si era trovata poi all’ultimo momento la soluzione del conflitto!... Inoltre egli non voleva che vi fosse la guerra, perché questa rovinava i piani del suo avvenire e l’uomo accetta come logico e ragionevole tutto ciò che conviene al suo egoismo, mettendolo più in alto della realtà. «No, non vi sarà guerra», ripeteva mentre passeggiava nel giardino. «Queste persone sembrano matte. Come mai può scoppiare una guerra in questi tempi?...» E dopo aver scacciato i suoi dubbi, che immancabilmente rinascevano dopo, pensò alla realtà del momento, consultando il suo orologio. Le cinque. Lei sarebbe giunta da un momento all’altro. Credette di riconoscerla in una signora, che attraversava il cancello che dava nella rue Pasquier. Gli sembrava poco distinta; ma gli attraversò la mente il pensiero che le mode estive potessero aver cambiato l’aspetto della sua persona. Prima che si avvicinasse si convinse del suo errore. Non andava sola; un’altra signora si unì a essa; forse erano inglesi o nord-americane, di quelle che tributano un culto romantico alla memoria di Maria Antonietta. Desideravano visitare la Cappella Espiatoria, antica tomba della regina giustiziata. Julio le vide mentre salivano gli scalini, attraverso il cortile interno, nel cui suolo sono sepolti ottocento svizzeri, morti nella giornata del dieci agosto, con altre vittime dell’ira rivoluzionaria. Scoraggiato da questa delusione, continuò a passeggiare; il suo cattivo umore gli fece vedere considerevolmente aumentata la bruttezza del monumento, con cui la restaurazione borbonica aveva ornato l’antico cimitero della Maddalena. Il tempo passava senza che lei arrivasse; in ciascuno dei suoi giri guardava cupidamente verso l’entrata del giardino; e gli accadde questa volta come in tutti i suoi incontri: lei si presentò di colpo, come se cadesse dall’alto o sorgesse dal suolo, al pari di un’apparizione. Un colpo di tosse, un lieve rumore di passi, e Julio nel voltarsi quasi urtò colei che arrivava. «Margarita! Oh, Margarita!…» Era lei, ma ciò nonostante tardò a riconoscerla. Provava una certa meraviglia nel vedere nella piena realtà quel viso, che aveva occupato la sua mente durante tre mesi, facendosi sempre più spirituale e confuso per l’idealismo della lontananza. In seguito gli sembrò che il tempo e lo spazio fossero soppressi, che egli non avesse fatto alcun viaggio, e che fossero soltanto trascorse poche ore dall’ultimo colloquio. Indovinò Margarita le espansività che sarebbero seguite all’esclamazione di Julio: la veemente stretta di mano, forse qualche cosa di più, e si mostrò fredda e molto calma. «No; qui no...» disse con una smorfia di contrarietà. «Che idea darmi appuntamento in questo luogo». Andarono a sedersi sulle sedie di ferro, sotto il riparo di un gruppo di piante, ma lei si alzò immediatamente. Potevano vederla coloro che transitavano nel boulevard, solo girando gli occhi verso il giardino. In quelle ore molte amiche giravano per quei dintorni a causa della vicinanza dei grandi magazzini... Cercarono il rifugio in un angolo del monumento, ponendosi fra questo e la rue des Mathurins. Desnoyers collocò due sedie presso un gruppo di piante, e lì seduti restarono invisibili per quelli che passavano dall’altro lato dell’inferriata. Non vi era però la solitudine: a pochi passi da loro un signore grosso e miope leggeva il suo giornale; un gruppo di donne ciarlava e lavorava. Una signora con parrucca rossa e con due cani – qualche vicina, che era scesa nel giardino per far prendere aria ai suoi accompagnatori – ripassò parecchie volte innanzi alla coppia amorosa sorridendo con discrezione. «Che noia!» esclamò Margarita. «Che brutta idea quella di esser venuti in questo luogo!» Si guardavano fissi reciprocamente, come se volessero darsi esatto conto delle trasformazioni operate dal tempo. «Sei molto più scuro» disse lei; «sembri un marinaio». Julio la trovava più bella di prima, e riconosceva che il possederla valevano bene le contrarietà che avevano determinato il suo viaggio in America. Era più alta di lui, di una sveltezza elegante e armoniosa. “Ha il passo musicale” diceva Desnoyers nell’evocare l’immagine di lei. E la prima cosa che ammirò nel rivederla fu il ritmo svelto, giulivo e grazioso col quale camminava per il giardino in cerca di un nuovo posto. Il suo viso non aveva tratti regolari, però aveva una grazia provocante; un vero volto da parigina. Tutto ciò che hanno potuto inventare le arti dell’abbellimento femminile si riuniva sulla sua persona, sottoposta alle più squisite cure. Era vissuta sempre soltanto per sé stessa; soltanto da pochi mesi aveva abdicato in parte a questo dolce egoismo, sacrificando riunioni, tè e visite, per dedicare a Desnoyers le ore del pomeriggio. Elegante e dipinta come una bambola costosa, avendo per sua suprema aspirazione l’essere un manichino, che facesse spiccare con grazia corporea le invenzioni delle modiste, aveva finito col sentire le stesse preoccupazioni e le gioie delle altre donne, pur creandosi una vita raccolta. Il perno di questa nuova vita, che restava nascosta sotto la sua antica frivolezza, fu Desnoyers. Ma in seguito, mentre s’immaginava di aver messo definitivamente in ordine la sua esistenza – le soddisfazioni dell’eleganza nel mondo, e la felicità dell’amore per l’intimo segreto – una catastrofe fulminea, l’intervento del marito, la cui esistenza pareva aver dimenticata, travolse la sua felicità spensierata. Essa, che si credeva il centro dell’universo, immaginando che gli eventi dovessero svolgersi in conformità ai suoi desideri e ai suoi piaceri, soffrì la crudele sorpresa con più stupore che dolore. «E tu come mi trovi?» domandò Margarita. E perché Julio non sbagliasse nel risponderle, guardò la sua gonna ampia, soggiungendo: «Ti avverto che la moda è cambiata; è finita la gonna entravée; ora comincia a portarsi corta e con molto svolazzo». Desnoyers si occupò del vestito con la stessa passione con cui si occupava di lei, alternando gli apprezzamenti sulla recente moda con gli elogi alla bellezza di Margarita. «Hai pensato molto a me?», continuò lei. «Non mi hai tradito nemmeno una volta sola?... Dimmi la verità; bada che io mi accorgo bene quando menti». «Ho sempre pensato a te» egli rispose, portandosi una mano al cuore, come se giurasse davanti a un giudice. E lo disse francamente, con un accento di verità, giacché pur nelle sue infedeltà – che ora erano completamente dimenticate – lo aveva accompagnato il ricordo di Margarita. «Ma parlami di te!» aggiunse Julio. «Che cosa hai fatto in questo tempo?» Aveva avvicinato quanto più era possibile la sua sedia a quella di lei; le loro ginocchia si toccavano; prendeva una delle sue mani e gliela accarezzava, introducendo un dito nell’apertura del guanto. Maledetto giardino, che non permetteva maggiori intimità e li obbligava a parlare a bassa voce, dopo tre mesi di assenza!... Malgrado la sua discrezione, il signore che leggeva il giornale alzò la testa per guardarli, irritato, di sopra i suoi occhiali, come se una mosca lo distraesse col suo ronzio... Venire a parlare di sciocchezze amorose in un giardino pubblico, quando tutta l’Europa era minacciata da una catastrofe! Margarita, respingendo la mano audace, parlò tranquillamente della sua esistenza durante gli ultimi mesi. «Ho trascorso la mia vita come ho potuto, annoiandomi molto. Già sai che andai ad abitare con mia madre, la quale è una signora all’antica, che non comprende i nostri gusti. Sono andata a teatro con mio fratello; ho fatto delle visite all’avvocato, per informarmi del procedimento del mio divorzio, e mettergli fretta. E nulla più». «E tuo marito?» «Non parliamo di lui, vuoi? Il poveretto mi fa pena; tanto buono... così corretto. L’avvocato assicura che passa su tutto, e non desidera opporre ostacoli. Mi hanno detto che non viene a Parigi, che vive nella sua fabbrica, e la nostra vecchia casa è chiusa; ci sono momenti in cui ho rimorso, in cui devo confessare d’essere stata cattiva con lui». «E io?» disse Julio, ritirando la mano. «Hai ragione», rispose lei sorridendo. «Tu sei la mia vita. È crudele ma umano; dobbiamo vivere la nostra esistenza senza rammaricarci col pensare agli altri. Bisogna essere egoisti per essere felici». I due tacquero; il ricordo del marito era passato fra di loro come un soffio glaciale; Julio fu il primo a riaversi. «E non hai ballato in tutto questo tempo?» «No; come era possibile? Pensa che sono una signora che sta per divorziare!... Non sono andata in nessuna riunione chic dal momento che sei partito. Ho voluto conservare quasi un lutto per la tua assenza. Un giorno ballammo un tango in una festa di famiglia; che orrore!... Mancavi tu, maestro». Ritornarono a stringersi le mani sorridendo. Sfilava avanti ai loro occhi il ricordo di alcuni mesi prima, quando era iniziato il loro amore, dalle cinque alle sette, ballando nei palazzi degli Champs Elysées, dove si stringeva l’unione indissolubile del tango e della tazza di tè. Lei sembrò si strappasse da questi ricordi, spinta da un'ossessione tenace, che aveva soltanto dimenticato nei primi momenti dell’incontro. «Tu che sai molte cose, dì: credi che ci sarà la guerra? La gente ne parla tanto!... Non ti sembra che tutto finirà per accomodarsi?» Desnoyers la assecondò col suo ottimismo. Non credeva nella possibilità di una guerra; era proprio assurdo. «Lo stesso dico io; la nostra non è epoca da selvaggi. Io ho conosciuto dei tedeschi, persone chic e beneducate, che certamente la pensano come noi. Un vecchio professore, che viene in casa nostra, spiegava ieri a mamma che le guerre non sono più possibili in questi tempi di progresso. Dopo appena due mesi si resterebbe senza uomini; dopo tre il mondo si troverebbe senza denaro per continuare la lotta. Non ricordo più come è che accadrebbe ciò, ma egli lo spiegava chiaramente e in un certo modo che era un piacere a sentirlo». Rimase pensosa e in silenzio, volendo coordinare i suoi ricordi confusi, però contrariata per lo sforzo che sosteneva, soggiunse per suo conto: «Immagina una guerra; che orrore! La vita sociale paralizzata; finirebbero le riunioni, i vestiti, i teatri; forse sarebbe possibile che non inventassero neanche mode; tutte le donne in lutto; capisci?... E Parigi deserta... La trovavo così bella quest’oggi, mentre venivo da te... No; non può essere. Figurati che il mese prossimo dobbiamo andare a Vichy. Mamma ha bisogno delle acque, poi a Biarritz. Dopo andremo in un castello della Loira. Inoltre vi è il nostro affare: il divorzio, il nostro matrimonio, che si potrà effettuare nell’anno nuovo... E tutto ciò sarebbe disturbato, troncato da una guerra! No; non è possibile. Sono idee di mio fratello e di altri come Iui, che sognano il pericolo della Germania. Sono sicura che mio marito, cui piace occuparsi soltanto di cose serie e noiose, è anche fra coloro che credono prossima la guerra e si preparano a farla. Che insensato! Di’ con me che è un insensato; ho bisogno che tu lo dica». E tranquillizzata dall’affermazione dell’amante, cambiò il tema della conversazione. La possibilità del nuovo matrimonio evocato da lei le fece ricordare lo scopo del viaggio effettuato da Desnoyers. Non avevano avuto il tempo di scriversi durante la breve separazione.
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