Il centauro Madariaga-1

2020 Parole
Il centauro MadariagaNel 1870 Marcelo Desnoyers aveva vent’anni. Nato nei dintorni di Parigi, era figlio unico, e suo padre, dedito a piccole speculazioni di costruzioni, manteneva la famiglia in un modesto benessere. Il muratore volle fare di suo figlio un architetto, e Marcelo cominciava gli studi preparatori quando suo padre morì repentinamente, lasciando ingarbugliati i suoi affari. In pochi mesi lui e sua madre si videro ridotti all’estrema rovina e costretti a rinunciare alle loro comodità borghesi e a vivere come gli operai. Allorché raggiunse i quattordici anni e dovette scegliere un mestiere, si fece decoratore. Questo mestiere aveva un che di artistico e stava in relazione con l’affetto per l’arte, risvegliato in Marcelo dagli studi forzatamente abbandonati. La madre si ritirò in campagna cercando asilo presso alcuni parenti; egli progredì con rapidità nell’officina, aiutando il suo maestro in tutti i lavori importanti che questi portava avanti in provincia. Le prime notizie della guerra di Prussia lo sorpresero a Marsiglia mentre lavorava per la decorazione di un teatro. Marcelo era nemico dell’impero come tutti i giovani della sua generazione. Inoltre era influenzato dagli operai vecchi, che avevano preso parte alla Repubblica del ‘48, e conservavano vivo il ricordo del colpo di Stato del 2 dicembre. Un giorno vide nelle vie di Marsiglia una manifestazione popolare in favore della pace, che equivaleva a una protesta contro il governo. I vecchi repubblicani in lotta implacabile con l’Imperatore, i compagni dell’Internazionale, la quale finiva allora di organizzarsi, e un gran numero di spagnoli e italiani fuggiti dai loro paesi per le recenti insurrezioni, componevano il corteo. Uno studente tisico e dalla lunga chioma portava la bandiera. «È la pace che noi desideriamo: una pace che unisca tutti gli uomini», cantavano i dimostranti. Però sulla terra rare volte sono uditi i propositi più nobili; poiché il destino si diverte a contorcerli e deviarli. Appena gli amici della pace entrarono nella Cannebière col loro inno e il loro stendardo, s’incontrarono proprio con la guerra, e dovettero fare appello ai pugni e ai bastoni. Il giorno precedente erano sbarcati alcuni battaglioni di zuavi di Algeria, che andavano a rinforzare l’esercito della frontiera, e questi veterani abituati alla vita coloniale, poco scrupolosi in materia di provocazione, credettero opportuno intervenire nella manifestazione, alcuni con le baionette, altri col cinturino sciolto. «Viva la guerra!». E una pioggia di nerbate e colpi cadde sui cantori. Marcelo vide il candido studente che inneggiava alla pace con una gravità sacerdotale, rotolare avvolto nel suo stendardo, sotto l’allegro pestare degli zuavi. Desnoyers non ebbe poi più cognizione di nulla, poiché lo raggiunsero parecchie staffilate, una leggera coltellata in un omero, e dovette fuggire come gli altri. Quel giorno si rivelò per la prima volta il suo carattere tenace, superbo, irritabile davanti alla contraddizione, fino al punto da adottare lo più estreme risoluzioni. Il ricordo dei colpi ricevuti lo irritò come qualche cosa che chiedeva vendetta. «Abbasso la guerra!» Ora che non gli era possibile protestare in altro modo, avrebbe lasciato il proprio paese. La lotta doveva essere lunga, disastrosa, secondo i nemici dell’impero, e fra qualche mese egli sarebbe stato chiamato al servizio militare. L’imperatore poteva accomodare i suoi affari come meglio gli sembrasse; Desnoyers rinunciava all’onore di servirlo. Esitò un po’ al ricordo di sua madre; però i suoi parenti di campagna non l’avrebbero abbandonata, ed egli aveva il proponimento di lavorare molto per inviarle del denaro. Chi sa se lo attendeva mai la ricchezza dall’altra parte del mare!... Addio Francia! In cambio dei suoi risparmi un commissario del porto gli offrì l’imbarco, senza i documenti regolamentari, su tre piroscafi. Uno andava in Egitto, un altro in Australia, e un altro a Montevideo e Buenos Aires; quale preferire?... Desnoyers, ricordando le sue letture, volle consultare il vento, e seguire la rotta che gli indicava, come aveva visto fare a diversi eroi di romanzi. Ma quel giorno il vento soffiava dalla parte del mare, internandosi in Francia. Volle anche lanciare una moneta, perché gli indicasse il suo destino. Infine si decise per la nave che partisse prima. Soltanto quando si trovò col suo magro bagaglio sopra la coperta di un piroscafo prossimo a salpare, si interessò a conoscere la sua rotta: «Per il Rio de la Plata....» E accolse queste parole con un gesto da fatalista. «Vada per l’America del Sud». Non gli dispiaceva il paese. Lo conosceva per alcune pubblicazioni di viaggi, le cui incisioni rappresentavano bianchi cavalli in libertà, indiani seminudi e ornati di penne, gauchos irsuti che volteggiavano sulle loro teste lacci serpeggianti e strisce di cuoio con palle. Milionario, Desnoyers ricordò sempre il suo viaggio in America: quarantatré giorni di navigazione su di un vapore piccolo e sconnesso, che risuonava come ferro vecchio, gemeva in tutte le giunture alla minima ondata, e che si fermò quattro volte per troppo lavoro della macchina, restando alla mercé delle onde e delle correnti. A Montevideo ebbe notizia dei rovesci sofferti dalla sua patria, e come l’impero non esistesse più. Sentì vergogna nel sapere che la nazione fosse quasi in completa anarchia, e dovesse difendersi disperatamente dietro le mura di Parigi. Ed egli era fuggito! Qualche mese dopo gli avvenimenti della Comune lo consolarono della sua fuga: se fosse rimasto lì, l’ira per gli insuccessi nazionali, le sue relazioni con i compagni, l’ambiente nel quale viveva lo avrebbero trascinato alla rivolta. A quest’ora sarebbe già stato fucilato o in un presidio coloniale, come tanti dei suoi antichi compagni. Lodò la sua risoluzione, e non pensò più agli avvenimenti della sua patria. La necessità di guadagnarsi di che vivere in un paese straniero, la cui lingua appena cominciava a conoscere, fece sì che egli non si occupasse di altro che della sua persona. La vita agitata e avventuriera dei popoli nuovi lo trascinò attraverso i più diversi mestieri e le più impensate sorprese. Si sentì forte, con un’audacia e un tatto che mai aveva avuto nel vecchio mondo. «Io sono buono a tutto», diceva, «se mi danno il tempo per esercitarmi». Fu persino soldato (egli che era fuggito dalla sua patria per non prendere il fucile), e ricevette una ferita in uno dei tanti combattimenti fra i bianchi e i rossi della Riviera Orientale. In Buenos Aires ritornò a lavorare da decoratore. La città cominciava a trasformarsi, rompendo il suo involucro di grosso villaggio. Desnoyers passò diversi anni ornando saloni e facciate. Fu una esistenza laboriosa e sedentaria remunerativa; però un giorno si stancò di questo regime lento che poteva riservargli, a lungo andare, soltanto una fortuna mediocre: egli era andato nel nuovo mondo per essere ricco, come tanti altri. E a ventisette anni si lanciò di nuovo in piena avventura, fuggendo dalle città, volendo strappare il denaro dalle viscere di una natura vergine. Intraprese coltivazioni nelle selve del Nord, ma le cavallette gliele distrussero in poche ore. Fu commerciante di bestiame, conducendo con due soli mandriani un esercito di vitelli e di muli, che faceva passare in Cile o in Bolivia, attraversando le solitudini nevose delle Ande. In questa vita perse l’esatta nozione del tempo e dello spazio, intraprendendo traversate che duravano mesi per pianure interminabili. Più si considerava vicino alla fortuna più la perdeva tutto di un colpo, per una speculazione disgraziata. E fu in uno di questi momenti di rovina e di sgomento, quando aveva già trent’anni, ch’egli si mise al servizio del ricco proprietario di fattorie Julio Madariaga. Conosceva già questo rustico milionario per i suoi acquisti di bestiame: era uno spagnolo arrivato molto giovane in quel paese, piegandosi con piacere ai suoi costumi, e vivendo come un gaucho, dopo aver acquistato enormi proprietà. Generalmente lo soprannominavano il galiziano Madariaga, a causa della sua nazionalità, quantunque fosse nato in Castiglia. Le persone di campagna anteponevano al cognome il titolo di rispetto che precede il nome, chiamandolo don Madariaga. «Compagno», disse a Desnoyers un giorno che era di buon umore, cosa rara in lui «lei deve versare in cattive acque; la mancanza di denaro la si sente da lontano. Perché continua in quella vita da cane? Abbia fiducia in me, gabacho, resti qui; divento vecchio e ho bisogno di un uomo». Stabilitosi il francese presso Madariaga, i proprietari dei poderi vicini, che vivevano a quindici o venti leghe di distanza, fermavano lungo il cammino il nuovo impiegato per predirgli ogni sorta di disgrazie. «Lei non durerà molto. Non vi è nessuno che possa resistere a don Madariaga. I suoi amministratori non li contiamo più. È un uomo che bisogna ammazzare o abbandonare. Ben presto anche lei se ne andrà via!» Desnoyers non tardò a convincersi che vi era qualche cosa di vero in tali voci. Madariaga era di un carattere insopportabile; però preso da una certa simpatia per il francese, cercava di non molestarlo con la sua irritabilità. «È una perla quel gabacho» diceva, quasi volesse spiegare le prove di considerazione che gli tributava. «Gli voglio bene perché è molto serio... Così mi piacciono gli uomini». Lo stesso Desnoyers non sapeva con sicurezza in che cosa consistesse veramente questa serietà tanto ammirata dal suo padrone; però provava un segreto orgoglio nel vederlo aggressivo con tutti, persino con la sua famiglia, mentre nel parlare con lui prendeva un tono rude sì, ma paterno. La famiglia era costituita dalla moglie Misià Petrona, che egli chiamava la china, e due figlie già signorine, che erano state in un collegio di Buenos Aires; però queste, al ritorno alla fattoria, ripresero in parte la rusticità originaria. La fortuna di Madariaga era enorme. Aveva vissuto in campagna fin dal suo arrivo in America, allorché la gente bianca non si azzardava a stabilirsi fuori delle città, per paura dei feroci indios. I primi denari li guadagnò come venditore ambulante portando mercanzie in una carretta, di fattoria in fattoria. Uccise indiani, fu ferito due volte da essi, fu in prigione per un po’ di tempo, e finì con l’essere amico di un cacicco. Con i suoi guadagni comprò della terra, molta terra, poco desiderata perché malsicura, dedicandosi all’allevamento dei vitelli, che era costretto a difendere col fucile alla mano dai briganti delle praterie. Poi si sposò con la sua china, giovane mulatta che andava scalza, ma che possedeva diversi campi ereditati dai suoi genitori. Costoro avevano vissuto in una povertà quasi selvaggia sulle terre di loro proprietà, che esigevano diverse giornate di cammino per percorrerle. Dopo, quando il governo spinse gli Indios verso le frontiere, e mise in vendita i territori senza padroni – stimando come un'abnegazione patriottica quella di colui che volesse acquistarli – Madariaga comprò a prezzi irrisori e a rate a lunga scadenza. Acquistare terreni e popolarli di animali fu la missione della sua vita. Alle volte galoppando in compagnia di Desnoyers per i suoi campi interminabili, non poteva reprimere un sentimento di orgoglio. «Dica, gabacho, si dice che vi siano in Europa paesi il cui territorio non è più vasto delle mie fattorie. È vero?...» Il francese confermava... Le terre di Madariaga erano superiori a molti principati. Ciò metteva di buon umore il proprietario delle fattorie. «In questo caso non sarebbe una sciocchezza se un giorno io mi proclamassi re. Si figuri, gabacho: Don Madariaga primo!... Il brutto è che sarebbe anche l’ultimo, perché la china non vuole darmi un figlio.... È una vacca pigra». La fama dei suoi vasti possedimenti e delle sue ricchezze costituite da greggi, arrivava fino a Buenos Aires. Tutti conoscevano Madariaga di nome, quantunque molto pochi erano quelli che lo avessero visto. Quando andava nella capitale passava inosservato per il suo aspetto rustico, con gli stessi gambali che usava in campagna, il mantello avvolto come un fazzoletto da collo, mentre si affacciavano sopra di questo le punte aggressive di una cravatta, ornamento tormentoso impostogli dalle figlie, che invano l’accomodavano con mani amorose, affinché conservasse una certa regolarità. Un giorno era entrato nell’ufficio del negoziante più ricco della capitale. «Signore, so che lei ha bisogno di vitelli per l’Europa, e io vengo a venderle una puntita». Il commerciante guardò con alterigia il povero gaucho. Poteva mettersi d’accordo con uno dei suoi impiegati; lui non aveva tempo per i piccoli affari. Però davanti al sorriso malizioso del contadino, si incuriosì.
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