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L’espressione sul viso del dottor Lowell diceva tutto.
Mi appoggiai con la schiena alla sedia del suo ufficio, giocando nervosamente con una ciocca dei miei folti capelli ramati. Allungandola sotto al naso, inalai il profumo di cocco del mio shampoo preferito. Già sentivo la mancanza di quell’aroma dolce.
«Kate, sono arrivati i risultati delle tue analisi.» Gli occhi del dottor Jackson Lowell si fissarono su di me per poi spostarsi su mia madre e mio padre. Fece una pausa. «Il numero dei globuli bianchi è ventiduemila.»
Non avevo bisogno di dare un’occhiata ai miei genitori per sapere cosa stavano facendo. Gli occhi di mia madre erano chiusi stretti, e la mano di mio padre le accarezzava la schiena. I deboli respiri che le sfuggivano mi riempivano le orecchie.
Mi fissai i piedi con aria assente. Mi parve che passassero ore prima che qualcuno parlasse.
«Quali opzioni abbiamo questa volta?» chiese papà con voce rotta.
Sollevai gli occhi verso Lowell. Il suo sguardo si spostò sulla scrivania. Si tolse gli occhiali e li appoggiò sopra il mio fascicolo.
«Un altro ciclo di chemioterapia.» Rivolgendo l’attenzione su di me, continuò: «E dovremo rimetterti sulla lista dei trapianti di midollo osseo.»
Annuii, non sapendo cosa dire. Avevo un nodo alla gola: stingeva così forte da rendermi difficile respirare. Avevo ascoltato quel discorso due volte e affrontarlo di nuovo non rendeva le cose più semplici. Raddrizzai la schiena per mostrarmi coraggiosa.
«Quando comincerò il trattamento?» chiesi, infilando i capelli dietro alle orecchie. Rimasi concentrata sul dottor Lowell: se avessi guardato i miei genitori, sarei scoppiata in lacrime. E non potevo farlo.
«Lunedì.»
*
La leucemia era tornata con prepotenza nella mia vita e, come era già accaduto le altre volte, pianificai una strategia di difesa, andando al supermercato, il mio nuovo migliore amico, dal momento che in effetti non ne avevo uno. Appena lasciato l’ospedale, guidai fino al parcheggio del Target.
Camminai verso il reparto di cancelleria e lo individuai subito. Non aveva il mio nome stampato sopra come quello che avevo scelto la prima volta, né la copertina con un motivo intricato come il secondo. Ma era perfetto: nero, con una rosa rossa sul davanti. Il nero per il cancro e la rosa rossa per me, che lo avrei sconfitto.
Quando rientrai a casa, crollai sul letto e lo aprii.
29 ottobre
Caro Diario,
un anno. Tutto qua. Un misero anno di remissione e adesso è tornata. Non so se il mio corpo può sopportare un altro ciclo di chemio. Ma non è solo questo, posso resistere mentalmente al trambusto emotivo che ne consegue… di nuovo?
Comunque, non si tratta solo di me. Sei anni di tira e molla continuo di trattamenti di chemioterapia hanno segnato profondamente anche i miei genitori. Hanno sacrificato così tanto per me, come posso chiedere loro di più? So che è stupido, ma mi domando come sarebbe stata la loro vita se avessero avuto una figlia sana, anziché una cagionevole. Mi amano. Odio deluderli dopo tutto quello che hanno fatto.
I capelli mi sono finalmente ricresciuti e ricadono oltre le spalle. Non mi va di svegliarmi ogni mattina con ciocche rosse sul cuscino. Se ci penso, già mi manca la sensazione delle dita che scorrono tra i riccioli. A che serve lavarsi i capelli quando so già che andranno a finire nello scarico della doccia? Presto scompariranno. Ogni. Singola. Ciocca.
Ho diciassette anni, sopravvivo alla leucemia da quando ne avevo undici. Ma non so per quanto a lungo posso continuare a combattere. Sto cercando di essere coraggiosa. Non voglio morire. Non sono nemmeno mai stata baciata.
Chiusi gli occhi, combattendo il sopraggiungere delle lacrime. Non potevo piangermi addosso. Ok, avevo il cancro, non potevo fare nulla se non accettarlo, ma una voce fastidiosa in un angolo della mia testa continuava a insistere.
Forse c’era stato un errore al laboratorio.
I numeri potevano essere sbagliati?
Perché io? Perché di nuovo?
Come potevo sentirmi così bene, ma avere un cancro che stava devastando il mio corpo?
Sospirando, rotolai sulla schiena e fissai il soffitto. Già, ancora bianco. Mi asciugai le lacrime dalle guance. Avevo appena iniziato ad avere una vita e, adesso, sarei tornata a essere un’emarginata. La vita faceva schifo.
Anziché continuare ad autocommiserarmi, mi impegnai in qualche futile lavoretto per tenere la mente occupata. Mi alzai e sprimacciai i cuscini sul divanetto sotto alla finestra. Quando ebbi finito con quelli, lisciai le tende velate e rimossi qualche pelucco in un angolo del pavimento. Non servì a niente.
Durante la cena, notai gli occhi gonfi di mia madre. Odiavo quello che le faceva la mia malattia. Provava a essere forte, positiva. Ma gli occhi la tradivano. Combattere era il mio lavoro, sopravvivere il suo. Papà non aveva lanciato in aria nessuna sedia, un buon segno; voleva dire che stava prendendo questa batosta meglio dell’ultima volta. Sedeva tranquillo e taciturno.
Nessuno di noi mangiò molto. I nostri appetiti, come il nostro fondo vacanze, erano scomparsi con i risultati delle analisi.
Il fine settimana trascorse più lento di un corteo funebre... Scusate, pessima battuta. Scivolò via in uno stato di stordimento, come se volessimo evitare la novità invece che affrontarla, il che mi andava bene. Papà si recò a lavorare in centro a Des Moines; mamma lesse la rivista Better Homes and Gardens e trafficò con le aiuole in giardino. Io scrissi alcune pagine del mio diario prima di decidere di oziare in cucina. Non ci sarebbe voluto ancora molto tempo, prima di vomitare anche le budella, quindi mi convinsi che tanto valeva godermela con qualcosa di dolce e del tutto malsano. Preparai un’infornata di biscotti e me li mangiai da sola.
Per farsi degli amici era necessario stare in mezzo alla gente, non negli ospedali. Avevo saltato talmente tanti mesi di scuola a causa dei trattamenti che mi ero iscritta alle lezioni estive per cercare di restare al passo. Aveva funzionato soltanto per farmi ammettere in seconda superiore, un anno indietro. In pratica, tutti i ragazzi a scuola sapevano che avevo la leucemia. Provavano pena per me, perciò non mi dicevano nulla. Non penso che sapessero cosa dire. Ero “la ragazza con il cancro che prima era pelata”. Lo capivo.
«Ciao, Kate» mi salutò Leslie, mentre entravo nella piccola stanza d’ospedale il lunedì pomeriggio. Ero in confidenza con tutte le infermiere e i membri dello staff del reparto. «Speravo sul serio di non vederti mai più qui.»
«Anche io.» Mi sedetti sul lettino reclinabile.
Mamma mi aveva permesso di venire da sola. Averla lì non avrebbe reso le cose più facili e adesso ero abbastanza grande per recarmi agli appuntamenti medici senza che lei sottraesse delle ore al suo lavoro.
Strinsi gli occhi mentre Leslie sfregava l’alcol sulla mia mano, prima di inserire la flebo. Guardare mi faceva rivoltare lo stomaco. Sentire l’ago era abbastanza sgradevole, vederlo mi ricordava soltanto quanto tutto ciò fosse reale. Il catetere centrale, il primo di molti promemoria visivi, sarebbe stato presto collegato al mio torace.
«Finito» annunciò Leslie. «Il dottor Lowell sarà qui a minuti. Sono certa che tu non ne abbia, ma devo chiedertelo: hai domande?»
Non ne avevo. In realtà, avrei potuto scrivere un manuale delle procedure, oramai.
Feci segno di no con la testa.
Leslie si sedette sul letto accanto a me e mi fece scorrere le dita tra i capelli. «I tuoi capelli sono magnifici, Katie. Mi piace molto questo taglio.»
Avevo i capelli scalati che mi incorniciavano il viso tondo e pieno. «Grazie.»
L’ultima volta, quando avevano cominciato a cadere, Leslie si era seduta accanto a me e mi aveva tenuto la mano, mentre piangevo. Sapevo che erano solo capelli, ma erano i miei capelli. A breve, sarei di nuovo sembrata un vecchietto calvo. Le parrucche prudevano. Ne avevo una dello stesso colore dei miei capelli, ma odiavo indossarla. Quando la mettevo per uscire, le persone mi fissavano; forse provavano compassione per me e questo era irritante. Non erano gli sguardi o i bisbigli, o perfino il silenzio. Non volevo che le persone provassero pena per me. Ero una combattente. Avevo sconfitto il cancro due volte e potevo farlo ancora, quantomeno era quello che mi ripetevo.
Il dottor Lowell entrò e ci rivolse un debole sorriso. Nonostante tenesse la mia cartella in mano, non la guardò. Di sicuro l’aveva imparata a memoria. Un’altra infermiera, una che non conoscevo, stava in piedi accanto a lui. Era giovane e carina, con capelli castano scuro e un sorriso rassicurante.
«Ciao, Kate» disse il dottore, accendendo le luci del soffitto. «Questa è Tammy. Sono certo che voi due farete amicizia molto in fretta.»
«Ciao.» Le feci un cenno.
«Allora, sei pronta?» chiese Lowell.
«Mai stata così pronta, credo.» Chi mai poteva essere pronto per essere tagliuzzato e farsi mettere dei tubi dentro le vene?
Leslie mi diede una pacca sulla spalla. «Sei la mia eroina» sussurrò.
Feci scivolare il braccio destro fuori dalle spalline del reggiseno e della canottiera. Avrei voluto che mi mettessero fuori combattimento, ma sapevo che la procedura doveva essere svolta mentre ero cosciente. Grazie all’anestesia locale, non provavo dolore, però sentivo strattonare. Ah, e potevo udire il rumore che facevano i piccoli strumenti nel vassoio di metallo: quei suoni, da soli, erano sufficienti a farmi venire la nausea.
Leslie mi passò una salviettina imbevuta di alcol sul lato destro del torace. Quell’odore pungente avrebbe bruciato per sempre nelle mie narici, inciso come le iniziali di un nome su una fiaschetta d’argento, che, peraltro, ero abbastanza sicura non fosse mai stata usata per quel tipo di alcol.
«Sentirai un po’ pizzicare» disse il dottor Lowell.
Pizzicare? Dubitavo che trafiggere qualcuno con enormi aghi, più volte sul torace, potesse essere considerato “pizzicare”.
Feci un respiro profondo.
Leslie mi strinse la mano e io gliela strinsi più forte, mentre la siringa di anestetico mi bucava la pelle. Sentii le lacrime addensarsi, ma le ricacciai indietro. Potevo farcela. Questo non era niente.
Quando il dottor Lowell finì, il letto cominciò a muoversi. La mia testa scese piano verso il basso, mentre i miei piedi salivano con altrettanta lentezza. Accanto a me, Leslie non mi lasciò mai la mano. La sua espressione dolce mi dava coraggio. Chiusi l’altra mano a pugno più forte che potei; poi, piano piano, lasciai che le dita si aprissero e mi concentrai per mantenere il respiro costante.
Lowell iniziò a lavorare. Sapevo con esattezza cosa stava facendo. Per prima cosa avrebbe inserito l’ago in una vena del mio petto. Poi, con l’aiuto di Tammy, avrebbe messo un filo guida nella vena. In seguito, avrebbe inciso una piccola fessura nel petto e un’altra nel collo. Quella parte non mi avrebbe dato fastidio. Non percepii nulla quando mi tagliò; era “il dopo” ciò che temevo. Leslie lo sapeva, essendo stata al posto di Tammy la volta precedente, così afferrò il cestino della spazzatura bianco e me lo mise accanto alla bocca, per sicurezza.
Serrai gli occhi.
Sentii il dottor Lowell far scivolare il catetere nel taglio inferiore sul petto, per poi farlo uscire dalla fessura nel collo. Ne percepii la pressione. Lo stomaco iniziò a rivoltarsi e la bocca a riempirsi di saliva. Tentai di trattenere un conato. Davvero, lo feci, ma non potei evitarlo.
«Fai pure, Kate» mi rassicurò il medico.
Vomitai nel cestino. Per fortuna, le infermiere del terzo piano del Blank Children’s Hospital erano abituate ai pazienti che vomitavano. Leslie mi asciugò la bocca con un pezzo di carta umida che aveva afferrato prima di sedersi. Mi tirò indietro i capelli e sospirò. Le feci un cenno d’assenso.
Il resto della procedura si svolse con rapidità. Non riaprii gli occhi finché i punti intorno ai nuovi tagli non furono cuciti. Il catetere mi sembrava già “strano”, ma sapevo che, quando mi ci fossi abituata, sarebbe diventata soltanto un’altra appendice.
«Tutto a posto» disse Lowell, mentre riallineava il letto. «Riesci a metterti seduta?»
Leslie, che mi teneva ancora la mano, mi aiutò. Avevo le vertigini e la testa leggera. La stanza iniziò a girare. Scossi il capo e lei mi rimise sdraiata. Sentendo il bruciore salirmi in gola, le strinsi due volte la mano: il nostro codice. Era il vantaggio di avere le infermiere dell’ospedale come migliori amiche. Non appena mi girai di lato, vomitai nel cestino che Leslie aveva preparato. La parte peggiore non era il vomito, in realtà, ma il retrogusto della bile che ti rimaneva in bocca.
Mollai la presa sulla mano di Leslie e mi portai entrambe le braccia sugli occhi. Inspirai in modo profondo e feci uscire l’aria a piccoli getti. Avevo bisogno soltanto di un attimo.
La prima volta, il dottor Lowell mi aveva mostrato un video della procedura e mi ero lasciata prendere dal panico. Ero stata sul punto di scappare dal suo studio, urlando. E l’avrei fatto se… non fossi svenuta prima. Quando mi ero ripresa, il catetere centrale era già stato posizionato.
La seconda volta, avevo pianto e vomitato durante l’intera procedura. Tutto sommato, questa volta era andata alla grande.
Abbassai le braccia e sfiorai involontariamente la mia nuova appendice. Conoscevo già la sensazione che si provava, ma la mia mano ci si era posata comunque. Sentirla lì, sporgere dal petto come il cavo di una lampada, rese tutto più reale. Fino a quel momento, non era stato difficile convincermi che gli ultimi giorni fossero stati soltanto un sogno. In un sogno, puoi pizzicarti e risvegliarti. Adesso che avevo aghi e fili spinti dentro di me, non potevo più fingere. Era tutto vero.
«Sei pronta per scendere a fare la radiografia?» chiese il dottor Lowell.
Sospirai e lasciai che Leslie mi aiutasse. Il dottor Lowell mi aveva avvicinato una sedia a rotelle. Odiavo essere spinta per tutto l’ospedale, ma, in tutta onestà, non ero nelle condizioni di camminare. Sedetti come una brava paziente e permisi a Leslie di condurmi al secondo piano, dove i tecnici avrebbero fatto i raggi X alla mia nuova “decorazione”, per assicurarsi che fosse stata posizionata nel modo corretto. Tuttavia, non avevo dubbi su questo punto: Lowell era uno dei migliori oncologici pediatrici della Nazione. Ecco il motivo per cui ci eravamo trasferiti qui.
Dopo la conferma della posizione impeccabile del catetere, Leslie lo fissò con del nastro adesivo. Poi, mi condusse in un’altra piccola stanza in cui c’erano un paio di poltrone reclinabili, un letto e una tv da sessanta pollici appesa al muro. Mi spostai su una delle poltrone in pelle, mettendomi comoda. Il mio diario nero, posato sulle gambe, era pronto ad accogliere le mie successive parole.
Leslie attaccò la flebo con la chemio al mio catetere. «Succo alla mela o all’arancia?»
«Arancia.»
«Devi berlo tutto, Kate» mi raccomandò. «Ti conosco. Oggi nessun altro è qui per assicurarsene, e io odio pulire i cestini pieni di succo.»
Alzai gli occhi al cielo. «D’accordo. Lo berrò.»
«E ti porterò anche dei cracker.» Uscì dalla stanza prima che potessi protestare.
Una volta rimasta da sola, aprii il diario e lessi l’ultima annotazione. Avevo bisogno di scrivere cosa stavo provando, ma in quel momento mi sentivo solo stordita e un po’ affamata. Anche se non volevo ammetterlo, ero grata a Leslie per l’offerta dei cracker. Odiavo disturbarla.
Giocherellai con la penna, picchiettandola sulla carta e poi infilandone l’estremità in bocca. Non sapevo cosa scrivere. La mia mente era vuota. No, non volevo essere lì; sì, questo faceva davvero schifo. Era tutto ciò a cui riuscivo a pensare. Forse potevo dare la colpa al mio stomaco vuoto. Mi sentivo distaccata, come un’anima che guardava il corpo che aveva appena abbandonato. Non c’era connessione. Probabilmente, era quello che si intendeva con esperienza “extracorporea”.
Il rumore secco della porta mi riportò indietro dallo stato d’intorpidimento in cui ero sprofondata. Forse i cracker e il succo avrebbero contribuito a suscitare qualche emozione reale da scrivere.
«Grazie, Leslie» dissi, alzando lo sguardo.
Per quanto ne sapevo (ed ero piuttosto sicura che l’avrei saputo se fosse successo), il mio cuore non si era mai tecnicamente fermato prima; eppure, di fronte a quello spettacolo, mi chiesi se non fosse appena accaduto. Era come trovarsi in uno di quei film in cui la donna muore e il super ragazzo sexy inizia a rianimarla. Poi, all’improvviso il cuore di lei ricomincia a battere, i suoi occhi si spalancano, e la prima cosa che vede è l’uomo dei suoi sogni che le sta facendo la respirazione bocca a bocca. Per mia sfortuna, quel magnifico esemplare dai capelli biondo scuro e dagli occhi azzurri, in piedi sulla soglia, non mi stava baciando; il resto, però, era esattamente come l’avevo immaginato.
«Oh, scusa. Non sapevo che ci fosse qualcuno qui.» Sorrise. «Ciao. Io sono Damian.»