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2018 Parole
2 1 novembre Caro Diario, Damian, il figlio del dottor Lowell, fa volontariato all’ospedale. A quanto pare, si è perso ed è finito nella stanza della chemio in cui mi trovavo io. Non m’importa. Affatto. Certo, i suoi capelli, color della sabbia, sono tenuti su, sparati verso alto, da troppo gel, ma è attraente. Molto attraente. Anche nel camice azzurro cielo, troppo grande. È rimasto nella stanza della chemioterapia abbastanza a lungo per chiedermi come mi chiamassi e dove fosse il magazzino. I suoi occhi continuavano a guizzare verso la flebo di chemio che pendeva dall’asta di fianco a me. Non so, forse, visto che è figlio di un oncologo, mi aspettavo qualcosa di più. Sembrava a disagio, come se non volesse trovarsi lì. Suppongo di non poterlo incolpare per questo. Mi chiedo quante volte lo faccia. Se dovrò vederlo ancora. Già, lo so, è stupido, ma non riesco a farne a meno. È troppo sperare che forse, dico forse, possa guardare oltre il cancro e vedermi? * Il giovedì, entrai in ospedale quasi saltellando. Era la prima volta. Mentre camminavo lungo il corridoio, verso la temuta stanza della chemio, continuavo a guardarmi intorno, nella speranza di intravedere dei capelli biondi, sparati in alto. Non vidi nulla: nessuna traccia, nemmeno del suo camice azzurro cielo, troppo grande. L’entusiasmo scomparve, passo dopo passo, ed entrai nella stanza della chemio, pronta per essere agganciata al tubo. Leslie mi sorrise. «Come stai oggi, Kate?» «Ok» risposi mentre mi sedevo sulla sedia blu. «Di nuovo sola?» Annuì. «Per ora.» «È una cosa positiva, però, giusto?» le domandai, mentre inseriva il tubo nel catetere sul mio torace. «Sì. È un bene. Un gran numero di bambini in remissione.» Valutai se chiederle di Damian: si sarebbe accorta del mio interesse? Non volevo dare quell’idea, ma Leslie era stata al mio fianco per anni. Avermi tenuto i capelli mentre vomitavo le budella doveva contare pur qualcosa, no? «Sai niente del figlio del dottor Lowell, Damian?» domandai, evitando sia il suo sguardo sia di osservarla mentre collegava i tubi fra loro. «Tu non devi avere a che fare con Damian.» «Perché no? Cosa c’è che non va in lui?» Si sedette sulla poltrona di fianco alla mia. «Damian è qui in modo che suo padre possa tenerlo d’occhio. Due anni fa, la moglie del dottor Lowell e il figlio maggiore, Liam, sono morti in un incidente d’auto. Da allora, Damian sta cercando un modo per distruggersi.» La foto che ritraeva il matrimonio del mio medico e di sua moglie, e che lui teneva sulla sua scrivania, mi balenò alla mente. «Oh, non lo sapevo...» Fui investita da un’ondata di pietà. Quanto poteva essere terribile perdere tua moglie in modo così tragico e inaspettato? E, ancora peggio, dover seppellire anche tuo figlio, nello stesso momento. In quel periodo, ero in cura dal dottor Lowell, ma non mi aveva mai mostrato il suo dolore. Era un oncologo pediatrico e, benché il suo lavoro fosse incentrato sul tentativo di salvare bambini che stavano morendo, c’era della macabra ironia nel fatto che potesse salvare i figli degli altri, senza aver potuto far nulla per il suo. Era davvero sconvolgente. E Damian? Sembrava mio coetaneo. All’epoca dei fatti, poteva aver avuto quindici anni, e aveva dovuto subire già così tante perdite. Il mio cuore soffrì per lui. Era ovvio che cercasse un modo per distruggersi. Chi non l’avrebbe fatto? «Be’,» iniziai «se sta ancora male, forse, allora...» «Katie,» m’interruppe Leslie, «è più di questo. È... be’, è stato cacciato dalla Dowling High School, e ora è stato espulso dalla Lincoln. La situazione è solo peggiorata. È stato arrestato due volte quest’anno.» Arrestato? Damian è un criminale? «Cos’ha fatto?» «Non so cosa abbia fatto per farsi cacciare dalla Dowling, ma due mesi fa suo padre è dovuto uscire in fretta e furia da qui, per tirarlo fuori di prigione, per un furto d’auto. La scorsa settimana, è stato arrestato per guida in stato di ebbrezza e danneggiamento di proprietà privata, qui in ospedale, per giunta.» «La finestra del corridoio?» chiesi, ricordandomi di alcuni operai il giorno in cui il dottor Lowell mi aveva comunicato i miei ultimi risultati. Leslie sospirò. «Per gentile concessione di Damian Lowell.» Annuii, valutando la situazione. Non sembrava un piantagrane. Pensai al suo sorriso e al modo in cui le fossette sulle guance gli donassero un’aria innocente. Me lo immaginai in una cella di prigione con indosso un’orribile tuta arancione. Non coincideva con la mia idea di ragazzaccio, che invece includeva giacche di pelle nera, motociclette, tatuaggi lungo tutte le braccia, più orecchini di quanti ne avessi io e una sigaretta che spuntava dalla bocca. Ma cosa ne sapevo, in realtà? Avevo passato la maggior parte della mia vita in un ospedale sotto l’effetto di farmaci. Per questo, a scuola ero invisibile. Ero io la persona da evitare. Leslie interruppe i miei pensieri. «Arancia o mela?» Mi ci volle un momento per rendermi conto delle sue parole. «Ehm, mela» risposi senza alzare lo sguardo. Non appena la porta si chiuse alle sue spalle, sprofondai nella poltrona. Infilai le gambe sotto di me e tirai fuori il diario, fissandolo. Quando Leslie ritornò con il mio bicchiere di succo, la ringraziai, ancora persa nei miei pensieri. Se Damian stava male, perché dovevo stargli lontano? Forse aveva bisogno di un’amica, di qualcuno con cui confidarsi. Certo, non avevo idea di cosa significasse perdere un genitore o un fratello, ma conoscevo il dolore e sapevo come, in un solo istante, la vita potesse venire stravolta. E poi comprendevo bene cosa significava essere un emarginato, quando tutti, così dispiaciuti per te, non riuscivano a fare altro se non ignorarti o lanciarti sguardi tristi e sorrisi comprensivi. Guardai la porta, sperando che Damian si perdesse di nuovo, ma l’unica persona che entrò alla fine del mio trattamento, due ore più tardi, fu Leslie. Quella notte, andai a letto pensando a Damian e sentendomi in colpa per essermi sempre autocommiserata. Lui aveva perso molto più di me. Almeno io avevo ancora tutta la mia famiglia a supportarmi. A Damian era rimasto solo il padre, e forse non era abbastanza per lui. I disgustosi effetti della chemio mi colpirono durante il fine settimana. La mia forza scivolò via, come l’acqua nello scarico di un lavandino. Ero stanca e debole, avevo a malapena voglia di mettere i piedi fuori dal letto. Lo stomaco iniziò a ribellarsi presto, il sabato mattina, e non si fermò fino alla domenica sera. La mamma mi aiutò e mise accanto al mio letto un piccolo cestino vuoto, per le volte in cui non riuscivo ad alzarmi e raggiungere il bagno. Mi portò anche una pila di libri dalla biblioteca, che però rimasero chiusi sul mio comodino. Riuscii ad aprire il mio diario e annotai alcune cose, relative al non sentirmi bene, ma cercai di restare forte, soprattutto di fronte a mia mamma. Un paio di volte, pensai anche a Damian e il solo immaginarlo riuscì a farmi ricordare quanto fossi benedetta. Lo conoscevo appena, eppure, quel fine settimana, lui mi diede forza. Forse, in qualche modo, avrei potuto restituirgli il favore. Anche se Leslie mi aveva raccomandato di non farmi coinvolgere, questo non significava che non potevo parlargli, se mi fosse capitato d’incontrarlo. Non era come se mi avesse chiesto di uscire per un appuntamento. E comunque, cosa intendeva con “coinvolgere”? Il lunedì ero abbastanza in forma per affrontare una mezza giornata di scuola, prima di recarmi in ospedale per il trattamento; quel giorno, però, in reparto non vidi Damian. E non lo vidi nemmeno il giovedì, mentre mi sottoponevo al trattamento successivo. Mi ero infine decisa ad avere a che fare con lui e non avevo più avuto modo di incontrarlo! Stavo vagando per il corridoio, trascinandomi dietro l’asta della flebo, che mi seguiva come una compagna indesiderata, quando decisi di entrare nella sala infermieri per fare due chiacchiere con Leslie: una parte di me voleva chiederle di Damian, ma l’altra sapeva che non era affatto una buona idea. Come Leslie stessa mi aveva detto, l’unica ragione per cui lui faceva volontariato lì era perché suo padre potesse tenerlo d’occhio. «Kate, come ti senti?» mi chiese il dottor Lowell durante il suo giro di visite. «Il fine settimana non è andato bene, ma oggi mi sento meglio.» Mi studiò da sopra il bordo degli occhiali. «Bene, non dimenticare che ti somministro una dose più forte rispetto a due anni fa, quindi è molto importante che tu riposi il più possibile.» Già, lo supponevo. Non c’era nulla di più riposante che stare sdraiata a letto e vomitare per tutto il fine settimana. Non volevo proprio sforzarmi con dell’attività eccessiva o altre cose di quel genere. Mi sfuggì una piccola risatina. «Va bene, lo farò.» Il dottor Lowell borbottò: «Kate, sono serio. Il tuo sistema immunitario non sarà in grado di gestire più di un semplice raffreddore.» «Lo so» replicai. «Ci sto andando piano.» «Bene.» Sospirò, poi chiese a Leslie qualcosa in merito ai risultati di un altro paziente. Leslie mi seguì nella stanza della chemio dove mi staccò dalla flebo, mi costrinse a bere un altro bicchiere di succo e mi ripeté ciò che, poco prima, mi aveva detto il dottor Lowell. Alzai gli occhi al cielo. Non avevo incrociato Damian, quel giorno. Forse aveva evitato il piano dei malati di cancro, oppure suo padre. Delusa, mi diressi verso la macchina. Di certo, Lowell non l’aveva cacciato dall’ospedale: sarebbe stato controproducente. Passai le dita fra i capelli, conscia che mi restavano al massimo un paio di settimane prima di cominciare a perderli. Il vento freddo sibilò e annusai una zaffata di fumo di sigaretta. Il mio stomaco iniziò a ribellarsi. Mi basta arrivare alla macchina, pensai. Ci sono quasi. Provai a ripetermelo con convinzione, ma sapevo che non ci sarei riuscita. E poi anche se fossi arrivata all’auto? Non potevo di certo vomitare sul sedile posteriore del mio Maggiolino giallo. Istintivamente, mi raccolsi i capelli e corsi verso la piccola macchia d’erba a pochi metri da me. Per mia fortuna, nello stomaco avevo solo del succo di mela; non ci volle molto per svuotarlo. Quando mi raddrizzai, mi guardai attorno, sperando che nessuno mi avesse vista. Fu in quel momento che mi accorsi di lui. Damian. Calpestò una sigaretta e s’incamminò nella mia direzione. Avevo due opzioni: fingere di non averlo visto e precipitarmi dritta alla macchina, oppure aspettare che confessasse di aver assistito alla mia piccola tragedia privata. I nostri sguardi s’incrociarono e non riuscii a muovermi. Merda! Troppo tardi per l’opzione numero uno. Dal nostro primo incontro, avevo elaborato nella testa un’intera conversazione su cose banali, nessuna delle quali prevedeva una scena come quella a cui aveva assistito. Ora, lui mi aveva vista vomitare nel parcheggio dell’ospedale e io l’avevo sorpreso a fumare in un’area riservata ai non fumatori. Bel modo di iniziare una chiacchierata. «Ehi» disse, fermandosi di fronte a me. «Stai bene?» Annuii, augurandomi che il mio alito non fosse così orribile come pensavo. «Sì. Grazie.» Inclinò la testa di lato, le ciglia scure che nascondevano in parte l’azzurro dietro di esse. «Io ti conosco.» «Sì, ehm, ti ho fatto vedere dov’era il magazzino un paio di settimane fa.» Mentre parlavo, mi voltai e indicai l’ospedale, come se non sapesse che era alle nostre spalle. No, senza dubbio quella conversazione non era come l’avevo immaginata. Mi sentii in imbarazzo, mentre Damian sembrava del tutto a suo agio, nei suoi jeans blu sbiadito e con l’enorme camice da ospedale. «Oh, sì, Kate, giusto? Sei sicura di star bene? Posso portarti dentro o hai bisogno di qualcosa?» «No. Va tutto bene. Grazie.» Sorrisi. Era preoccupato. Che dolce... E ricordava il mio nome. Ancora più dolce. «Sei sicura? È il mio lavoro.» Strattonò l’uniforme per dare enfasi alle sue parole. «No, davvero. Va tutto bene.» Mi schiarii la gola. Non se ne stava ancora andando via. «Allora, fai volontariato qui ogni giorno? Non ti ho visto in giro.» «Ogni dannato giorno» sospirò, non aggiungendo altro. «Non ti piace stare qui, vero?» Fece segno di no con la testa. «Non mi piacciono gli ospedali.» «Nemmeno a me» dissi troppo in fretta, mordendomi il labbro inferiore. «È noioso, ha un cattivo odore e ci sono un sacco di aghi.» Sorrise. «Ceno qui ogni sera. Fidati, in quell’edificio ci sono cose peggiori degli aghi. Spero tu non abbia avuto il piacere.» Ridacchiai e Damian iniziò a ridere con me. Di botto, la tensione scomparve. «Hai ragione. Non sono mai riuscita a tenere nello stomaco il cibo dell’ospedale» replicai, ancora sghignazzando. «Forse, sarebbe più sopportabile se avessi un po’ di compagnia.» Mi allontanò dal viso una ciocca di capelli che svolazzava per via del vento. Il mio respiro fu catturato dal suo tocco. Era gentile in modo sorprendente. Arrossii. «Già. Può essere. Almeno ti distrarrebbe dal gusto.» Sollevò un angolo della bocca. «Sei qui spesso?» «Ogni lunedì e giovedì per le prossime dieci settimane.» «Ahi. Be’, immagino di sapere dove trovarti lunedì.»
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