CANDELINA-1

2129 Parole
CANDELINA 1988 La decappottabile fucsia era immobile, addossata al palo di legno contro cui aveva finito la sua corsa. La bella, bellissima ragazza bionda giaceva inerme nell’abitacolo, le mani ancora sul volante, lo sguardo fisso, i lunghi capelli sciolti sul succinto vestito rosa che aveva scelto per farsi quell’ultimo giro. Solo che lei non lo sapeva che sarebbe stato l’ultimo, non poteva saperlo. Da sotto l’auto usciva un rivolo che andava allungandosi sul terreno seguendone la lieve pendenza, come se il veicolo stesse orinando. E via via aumentava la sua lunghezza e la sua portata, fino a raggiungere il ragazzino che assisteva compiaciuto alla scena. Stava acquattato dietro un grosso cespuglio di rose e vedeva tutto distintamente. Aveva visto tutto e non c’era nessun altro intorno. Il liquido lo raggiunse nel punto preciso dove stava, come una rabdomanzia alla rovescia, ma non era acqua. Benzina. Il suo odore pungente e inebriante, irresistibile aroma postmoderno, gli solleticò le narici provocandogli quel familiare senso di euforia e di eccitazione. Si mise una mano in tasca e mosse le dita fino trovarlo, in mezzo a monetine e caramelle, fino a sentirne la forma quasi cilindrica, ellittica a esser precisi. Lo estrasse, un accendino Bic arancione, lo avvicinò al rivolo e girò la rotellina metallica. Prese fuoco all’istante e le fiamme ripercorsero a ritroso il tracciato fino alla macchina avvolgendola in un attimo e raggiunsero la fanciulla avviluppandola interamente e divorandone fameliche i capelli; il vestito evaporò pochi secondi dopo e poi fu la carne. Prima prese fuoco, poi iniziò a sciogliersi lentamente, a cadere a gocce infuocate, le braccia le gambe il volto si deformarono come la cera di una candela. La ragazza non emise un gemito, non si mosse, non gridò, andò via via liquefacendosi. “Che cazzo stai facendo??? Io ti ammazzooooo, razza di cretino!” queste erano urla vere, non di dolore, ma di furore e in quel momento erano indice di grave pericolo. “Rolando, sei un deficiente, è inutile che scappi tanto prima o poi ti piglio e ti gonfio” gridava Rebecca. Ma Rolando, abituato alle fughe dalla sua imponente sorellona, era già al riparo sulla sophora, appollaiato su un robusto ramo a tre metri dal suolo. “Tanto quassù non ci arrivi, culona che non sei altro” disse, facendo seguire una pernacchia sputacchiosa. “E poi cosa rompi, ne hai a decine di quelle stupide Barbie!” “Quale hai preso? Com’era vestita? Dimmelo!! Ti strozzo!” “Era vestita di rosa, il vestito brillava e aveva una borsetta verde con un cuore. Perché, cosa ti cambia?” “Razza di demente! Era Barbie shopping, me l’aveva regalata papà, era un ricordo! Sei solo uno stupido ragazzino, ecco cosa sei!” aveva gli occhi pieni di lacrime nervose. “Se è per questo te le ha regalate tutte papà, o quasi. Hai le altre, Barbie shopping è morta in un incidente d’auto, capita nella vita, sai? E poi va bene così, tanto anche papà è morto.” “Smettila! Stupido stupido stupido!! Non è morto, è solo andato via, tornerà.” “Smettila tu, scema, è la stessa cosa, se ne è andato e ci ha lasciati qui, è come se fosse morto! Comunque tu pensala come vuoi, illuditi pure.” “Spero che caschi da quel ramo e ti spacchi la testa!” “Certo, se cadessi tu, faresti una voragine! O forse rimbalzeresti, palla come sei. Anzi, si romperebbe prima il ramo mentre cerchi di salire. Perché non sali a buttarmi giù? Dai, vieni.” “Stronzo!” sentenziò Rebecca, quindi raccolse una manciata di ghiaia e la scagliò verso il fratello, colpendolo solo di striscio, si voltò e se ne andò. “Ecco brava, vattene e metti al sicuro le tue bamboline, potrebbero bruciare all’inferno!” Senza voltarsi lei alzò la mano destra mostrando il dito medio e sparendo dalla sua vista. Era estate, faceva caldo, un caldo umido e afoso; tra le fronde della sophora, in maglietta e calzoncini, si stava divinamente bene. Tutto a un tratto avvertì un tonfo leggerissimo alle sue spalle sul ramo su cui poggiava e qualcosa gli si strusciò contro il polpaccio. Era un qualcosa di caldo e peloso. “Ciao Buio, eccoti qui micione, dove sei stato negli ultimi giorni?” Il gatto proseguì fino a pararglisi di fronte, strofinò il suo naso umido contro quello del ragazzino e iniziò a far le fusa. Era completamente bianco, il naso rosa pallido e gli occhi quasi trasparenti. Era un raro caso di felino albino. Il suo manto era candido come le neve, sempre, le rare volte in cui si sporcava pochi minuti dopo era di nuovo bianco brillante, come se si fosse fatto un bagno nella candeggina. Pesava quasi dieci chili, una stazza di tutto rispetto, considerato il fatto che fosse un maschio non castrato. E dire che ci avevano provato a fargli recidere i sacri gioielli, ma ogni volta che era atteso il veterinario lui spariva con sapiente anticipo e in nessun caso eran riusciti a metterlo in gabbia, vuoi per fughe rocambolesche accompagnate da graffi e morsi, vuoi per la sua assenza fisica, era come se lo sapesse. Dopo una decina di tentativi ci avevano rinunciato, in fin dei conti poteva anche andar bene così. Era il gatto alfa di Primiglio, o almeno tentava di esserlo, come testimoniavano le molte cicatrici e le punte delle orecchie frastagliate da troppi morsi. Era un gatto impegnato a controllare il territorio e nelle sue lunghe assenze pattugliava e controllava che tutto fosse a posto e che, soprattutto, gli altri gatti stessero al posto loro. “Ho bruciato una Barbie a quella scema di mia sorella, sai?” gli disse Rolando. Gli occhi del gatto sembrarono cambiare espressione, allungò una zampa poggiandogliela sul dorso della mano, dopodiché estrasse repentinamente le unghie, conficcandogliele dentro. “Ahia! Ma che ti prende? Cos’è, ho detto qualcosa che non va?” Le unghie si ritrassero. Sembrava un sì. Il ragazzino rimase un attimo pensieroso, un po’ incredulo, non era certo la prima volta che aveva la sensazione che il gatto lo capisse e volesse parlargli a sua volta. Provò a formulare un’altra domanda: “Ho fatto male a bruciare la bambola?” niente unghie. Era un sì o un no? Pensò, se la cosa è sbagliata mi graffia, altrimenti no. È una follia, dai! Ma vabbè, vediamo “Ho fatto male a salire sull’albero?” Niente unghie. “È qualcosa che ho fatto o detto a quella stupida?” Unghiata. “Ahi! Cos’è, perché ho detto che è scema?” Ancora unghie. “Aspetta gatto, aspetta. Mi vuoi dire di non insultare mia sorella?” Unghie rimosse. “Di aver rispetto di lei?” Niente unghie. “Ma tu che ne sai di cosa vuol dire avere una sorella così rompipalle?” Rimasero a guardarsi qualche secondo. “È pur sempre mia sorella ed è l’unica che ho. Questo vuoi dire?” Mosse la zampa come per accarezzargli la mano, o così parve a Rolando. Emise un miagolio e saltò agilmente giù dal ramo zampettando rapidamente verso casa, sicuramente a cercare cibo, lasciandolo pensieroso su quanto appena accaduto. Il ragazzino salì qualche ramo più su, dove, tra le fronde, si aprivano delle feritoie da cui osservare in un arco di circa 180 gradi da est verso ovest passando per il lato sud, l’altra metà del cerchio offriva invece una panoramica sulla casa e sulla collina che continuava a salire per almeno altri cinquanta metri. Nelle giornate limpide si vedeva una buona fetta dell’arco alpino occidentale dove svettava il Viso, ma oggi era afoso e c’era ben poco da osservare. Si vedevano comunque il bosco sottostante e le colline d’intorno e, proprio diritto e verso l’alto a occidente Corveglia, il borgo abbandonato. Rimase a guardarlo per qualche minuto, chiedendosi chi mai avesse avuto l’idea di costruire quelle abitazioni una in fila all’altra proprio sul crinale della collina, sul filo di lana che faceva da séparé tra due piccole vallate. Un piccolo agglomerato di case in fila indiana, con un’esposizione molto improbabile, dal punto di vista di Rolando il borgo era quasi sempre in ombra, qualche raggio di sole riusciva a fare capolino solo nelle ore più calde dei mesi estivi, un po’ per questioni di punti cardinali, un po’ per il gioco di vegetazione e sporgenze rocciose. Vedeva la stretta e unica via che attraversava il paesello, passando di fronte a tutte le abitazioni, in lieve pendenza da destra verso sinistra fino a raggiungere il punto finale del costone roccioso su cui facevano presa le fondamenta, quindi uno strettissimo tornante e la strada procedeva ora verso destra ma in una discesa molto più netta, poi spariva tra le fronde e più in là risbucava nel punto più basso della vallata per poi risalire come un serpente sulla più bassa collina di Primiglio e poi ridiscendere nuovamente verso un’altra valle, non visibile dall’alto dei rami, che conduceva lentamente verso la piana astigiana. Tornò a indugiare sulla fine del costone, la cui punta più estrema giaceva alcuni metri più in là rispetto al tornante. Qui la collina scendeva giù a picco verso il bosco fatto in gran parte di querce, castagni e gaggie, con un salto che lui stimò di almeno cento metri. Dovrebbe esserci un muretto di protezione in quella curva, si disse, ma non c’è nulla. O forse non c’è più, magari un tempo c’era e con l’incuria è crollato. Prima o poi, un giorno, sarebbe andato a vedere di persona, anche se a dar retta ai racconti della zona sarebbe stato meglio evitare di metter piede in quel borgo. Se ne dicevano tante, ma su una cosa eran tutti concordi, che il borgo fosse divenuto completamente disabitato tra il Natale e il capodanno del ’46; non che prima fosse una gran comunità, una quindicina di case e una chiesetta non eran certo il prototipo di una metropoli, ma qualcuno c’era. Invece tutto ad un tratto si era spopolato. Ad ogni modo, anche non dando retta alle voci di popolo, sarebbe stato comunque difficile da raggiungere, visto che la strada era interrotta da due voragini larghe e profonde, sia in entrata che in uscita, come se l’intero costone avesse scelto di isolarsi dal resto della collina. La strada che collegava Primiglio a Corveglia nel punto più basso aveva un bivio: verso sinistra si saliva sul costone e quindi al borgo, verso destra si deviava verso le colline che poco oltre ospitavano Verzano, ma anche su questa via, nel punto più alto, un altro bivio consentiva di tornare, voltando a sinistra, verso il borgo. La strada che passava per Corveglia era niente di più che una piccola ansa della strada primaria che univa i vari paesi delle colline e da qualche anno si era separata da essa, probabilmente in seguito alla scossa di terremoto del Natale del ’46. In verità la strada più che vedersi si intuiva, vista la quantità di erba che negli anni ci era cresciuta sopra e i cespugli che pian piano la stavano colonizzando. Quanto il terremoto, peraltro lieve, fosse in relazione con la scomparsa degli abitanti del borgo era fonte di ipotesi fantasiose e congetture strampalate, ma nessuno fu mai in grado di produrre alcuna prova evidente. Restava il fatto che delle circa 50 anime che popolavano Corveglia non si seppe più nulla. Non ci volle molto per trasformare il paesello in fonte di storie macabre e in meta di presunti cacciatori di fantasmi o aspiranti satanisti, ma anche questo inopportuno pellegrinaggio col tempo si era sempre più ridotto, complice il fatto che le voragini stradali sembravano allargarsi ogni anno di più, come se la roccia stesse cercando, un centimetro alla volta, di strisciare verso altre mete. Si sarebbe potuto passare in punti dove il terreno mostrava una voragine più stretta e facilmente saltabile, ma la vegetazione si era infittita a dismisura su quella terra lasciata a se stessa, soprattutto rovi e cespugli spinosi, il che rappresentava fonte di scoramento anche per i più avventurosi che immancabilmente, dopo un’impervia avanzata di alcuni metri passati a combattere con rami sferzanti e spine pungenti, tornavano mesti e imprecanti sui loro passi. Per non parlare dei nidi di vespe e calabroni che proliferavano indisturbati e si avventavano sugli incauti invasori. Ma era altrettanto ovvio che un certo fascino di mistero il luogo lo dovesse comunque conservare per i secoli a venire. Erano luoghi di masche, antiche tradizioni che faticavano a estinguersi anche nel 1988, epoca in cui Rolando, dall’alto di un albero e dei suoi dodici anni, fantasticava di esplorare zone infestate da spiriti e di parlare con i gatti. Quando voleva essere più concreto, si perdeva a osservare il potere devastante del fuoco su qualsiasi oggetto gli capitasse a tiro. A cena, con la sorella e con la madre, si comportò come al solito, in modo distratto e distante, sentendo i rimproveri della madre per il dispetto a Rebecca e le preoccupate raccomandazioni a non farlo mai più, perché poteva dar fuoco alla casa o provocare serie ustioni a qualcuno, magari a se stesso. Sentì, ma non ascoltò, come tutte le altre volte. Alle otto iniziò il telegiornale, ma a quell’ora avevano già finito di cenare da un pezzo. Rebecca era già chiusa in camera con le cuffie in testa a tutto volume ad ascoltare i Duran Duran, a sgranocchiare dei biscotti al burro, a guardarsi la pancia, le gambe e le braccia troppo grosse per una ragazza di 15 anni e a piangere per il suo aspetto e per la sua vita con poche aspettative.
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