La madre prestava orecchio alle notizie e nel mentre rimetteva a posto la cucina.
Rolando era appena arrivato nel bosco in bassa valle scendendo a rotta di collo sulla sua bici gialla e nera, schivando buche e pietre sulla sterrata che conosceva ormai a memoria. Ad attenderlo c’erano già Michele ed Elisa, lui seduto a terra che giocava a infilare dei bastoncini in un formicaio, lei in piedi poco più in là che gonfiava delle crystal ball colorate. Mancava ancora Gaui che sarebbe arrivato, come sempre, con tutta calma. Fermò la bici bloccando la ruota posteriore e compiendo una derapata di mezzo angolo giro senza poggiare i piedi a terra, rimase un istante in equilibrio prima di dare un colpo di pedale per coprire gli ultimi metri fino al castagno dove avrebbe appoggiato la sua due ruote. Solo a questo punto porse i suoi saluti.
Erano gli unici dodicenni di Primiglio, frequentavano la stessa scuola e la stessa classe, erano amici di leva più che di cuore ma andavano abbastanza d’accordo e in qualche modo dovevano pur impegnare il tempo in un luogo dove il tempo tendeva a non passare. Il loro campo giochi principale era una piccola radura nel bosco in basso tra Primiglio e Corveglia, a circa mezzo chilometro dalle loro abitazioni.
“Che avete fatto oggi?” chiese.
“Stalla e fienile” sbuffò Michele.
“Ho provato a fare qualche compito ma poca voglia. Poi son stata al piano per un paio d’ore sullo stesso brano, che domani quella strega mi interroga” disse Elisa.
“Cosa suoni, Per Elisa?” chiese Gaui sbucando all’improvviso da dietro un cespuglio con passo lento e silenzioso.
“Ah Ah. Dovrei ridere? Sei un cretino!”
“Beh, almeno sarebbe in tono col tuo nome. Tanto ti fan suonare solo idiozie.”
“Come no, vuoi provare tu? Anzi, genio della musica, tu cosa suoneresti?”
“E devo anche dirtelo? C’è solo un tipo di musica che potrei suonare.”
“David Bowie, ovvio!” finì Rolando per lui sedendosi a terra.
“Bravo! Il Duca Bianco e chi sennò!” sottolineò Gaui sedendosi a sua volta.
Gaui per gli amici, al secolo Davide Gai, si era guadagnato il suo soprannome per un misto di sfinimento dei suoi amici e per un’assonanza dei suoi dati anagrafici con quelli del cantante. Appena si parlava di musica lui tirava fuori Bowie, nel suo walkman c’erano sempre e solo cassette di Bowie, sullo zaino di scuola campeggiava il nome dell’artista su ogni spazio libero, sul diario aveva foto a non finire, in camera quattro poster, uno per parete, se fischiettava o canticchiava erano solo motivi del Duca Bianco. Gaui, non poteva che essere così. Lui sosteneva che la sua viscerale passione fosse colpa, o meglio, merito del padre che lo aveva contagiato con quell’ottima musica. I suoi amici pensavano che fossero i primi sintomi di una malattia mentale degenerativa, teoria supportata dal fatto che si presentasse sempre vestito di bianco, almeno un capo d’abbigliamento doveva essere bianco e ben visibile, aveva deciso di suggellare col colore dei propri indumenti la definitiva somiglianza col cantante, in virtù del suo soprannome, una sorta di omaggio. Era perfino biondo e con gli occhi color grigio cenere, esile e un po’ troppo basso per la sua età, ma in cuor suo convinto di aver qualche avo in comune col cantante.
“Oh che rottura, adesso attacca!” si lamentò Elisa. “Ma guardati! Senti per me fragola e lampone.”
“Eh?” replicò Gaui.
Michele prese a ridere come un bambino e tra un respiro e l’altro riuscì a dire crema e cioccolato.
“Prendi questa!” gli gridò Rolando lanciandogli un pezzo di corteccia.
“E cosa dovrei farmene?” chiese Gaui.
“Penso che sia la paletta” rise complice Elisa.
“Che?” chiese Davide con sguardo stranito.
Rotolandosi per terra e tenendosi la pancia dal ridere Michele gli spiegò che avrebbe dovuto guardarsi allo specchio, che così di bianco vestito sembrava un gelataio fatto e finito, stasera più che in altre occasioni. La maglietta bianca era troppo larga per lui e assomigliava a un grembiule e i pantaloni in cotone bianco a tutta gamba e le scarpe che assomigliavano non si sa come a un paio di zoccoli completavano il quadro.
“Molto spiritosi, estremamente puerili ma davvero spiritosi. In realtà siete solo invidiosi del mio candore e della mia somiglianza al Duca.”
“Bastaaaaaaa” gridò tappandosi le orecchie Elisa, ancora sorridendo.
“Oh, e tu invece che hai fatto oggi? Dato fuoco a qualcuno?” chiese Michele a Rolando.
“Barbie shopping” rispose con un sorriso compiaciuto da un orecchio all’altro.
“Noooo. Ma vuoi farle fuori tutta la collezione?” gli chiese Elisa.
“Mmmmm l’idea è allettante in effetti, ma credo che ormai le metterà sotto chiave è già la terza che le elimino. Solo vorrei ancora Ken, ma devo studiare qualche effetto speciale per quella femminuccia.”
“Ah, e poi il malato sarei io?” rise Gaui. “Ha proprio ragione tua madre a chiamarti Candelina! Però se prendi Ken portalo qui e fagli un’esecuzione pubblica, non l’ho mai tollerato.”
“Lo farò, lo farò” disse distrattamente mentre fissava lo spuntone roccioso di Corveglia.
“Beh che c’hai da guardare lassù?” gli chiese Elisa.
“No niente. Certo che è un bel salto, eh!”
“86 metri per l’esattezza” intervenne Michele.
“E tu come lo sai?”
“Non ricordo dove, ma l’ho letto da qualche parte, forse un vecchio articolo di giornale. O forse me l’ha detto qualcuno.”
“Voci di popolo, tsè. L’unico modo sarebbe misurarlo” replicò Gaui.
“Ah sì, hai ragione, lo fai tu? Prendi un metro molto lungo, ti arrampichi fin lassù e poi lo srotoli fino a terra, poi dal basso io ti dico quanto misura” ironizzò Michele.
“No, io lassù non ci vado, no no no. Se proprio ci tieni ci vai tu.”
Michele si toccò la tempia un paio di volte col dito indice (fossi matto!).
“Invece dovremmo andarci” intervenne Rolando.
Tre paia di occhi lo fissarono stupiti in attesa di ulteriori spiegazioni.
“Beh che vi prende? Darete mica retta a tutte le storie che raccontano di quel posto? Secondo me son tutte fantasie per tenerci lontani da lì, forse è davvero pericoloso nel senso che ci si può far male cadendo in qualche buca o che qualche tegola ci precipiti sulla testa, ma il resto son tutte frottole.”
“Forse in gran parte potresti aver ragione, resta il fatto che in ogni leggenda c’è sempre un fondo di verità, quindi nel dubbio preferirei non testare di persona” concluse Gaui.
“Beh io ci andrò prima o poi e sono sicuro che voi verrete con me.”
“E chi ti darebbe questa certezza?” chiese Gaui.
“Non sarete mica meno curiosi di me? Non ditemi che almeno una volta non ci avete pensato.”
Certo che ci avevano pensato, più di una volta.
“E di Samuele che mi dici? È successo solo due anni fa” chiese seriamente Michele.
“Secondo me è solo stato sfortunato, sarà scivolato ed è caduto nel posto sbagliato, basta scegliere una via di salita meno ripida.”
Samuele Ramponi, anche lui di Primiglio, aveva sedici anni e per una scommessa con i suoi amici un pomeriggio di luglio di due anni prima si era diretto, armato di una rozza imitazione di machete, verso la rocca di Corveglia. Dopo aver oltrepassato la crepa di delimitazione territoriale aveva iniziato ad arrampicarsi in mezzo alla vegetazione sempre più fitta finché era stato costretto a tagliare rami sempre più spessi per poter procedere. Lentamente era riuscito a crearsi una via nell’intrico vegetale fino al punto in cui la terra saliva quasi in verticale. Erano solo pochi metri da scalare, poi si scorgeva di nuovo il terreno in un andamento più percorribile. La terra da quelle parti è ricca di tufo, robusto ma al contempo friabile. La sua presa era salda ma il terreno gli rimase tra le mani e l’assenza di un appiglio lo fece precipitare all’indietro, rotolando per diversi metri. Si fermò contro il tronco di un albero da cui aveva poco prima reciso dei rami per poter passare. Per sua sfortuna, o inaccortezza, i rami erano stati tagliati con un’inclinazione di circa 45 gradi, rendendoli così estremamente appuntiti. Ci finì contro con la schiena e un ramo lo passò da parte a parte, infilandosi di misura tra le costole della gabbia toracica, perforandogli il polmone sinistro e intercettando in pieno il cuore. Ebbe solo il tempo di abbassare lo sguardo e vedere un ramo insanguinato uscirgli dal petto, poi spirò.
Fu una autentica tragedia di paese. Arrivò l’ambulanza e poco dopo i carabinieri. Arrivò perfino un inviato della Gazzetta di Asti. Non si parlò d’altro per i mesi a seguire. Gli amici furono interrogati a lungo, sospettati di averlo spinto suo malgrado a compiere un’azione così stupida, così come i genitori, sospettati di non aver fatto abbastanza per educare e proteggere il loro unico figlio. Pochi mesi dopo, distrutti, i coniugi Ramponi se ne andarono da Primiglio e più nessuno li vide. Vennero messi dei nastri bianchi e rossi lungo tutto il perimetro della crepa che faceva da confine alla rocca di Corveglia, ma ormai non ve ne era quasi più traccia.
“E sia, ma non è l’unica cosa che è successa.”
“È l’unica di cui noi abbiamo visto e sentito qualcosa di persona ed è l’unica a cui possiamo davvero credere, le altre sono tutte storie che raccontano i vecchi e i genitori per tenerci lontani da lì.”
“Ma poi cosa credi di trovare lassù? Dei tesori? In questi anni di abbandono avranno portato via tutto quel che poteva esserci di interessante” si intromise Gaui.
“Per l’avventura! Per l’esplorazione! Per far qualcosa di diverso dal solito insomma” sbuffò Rolando.
“A proposito di cose nuove, l’altra notte non riuscivo a dormire e ne ho pensata una” disse Elisa saltando in piedi rivolgendosi a Rolando.
Era una ragazzina sveglia, di solito aveva delle trovate molto interessanti, valeva la pena di ascoltarla.
“Casa di tua nonna è agibile? Si può entrare?”
“Sì, ma... da quando è morta non c’è più entrato nessuno, sono anni ormai, sarà solo piena di vecchie ciaranfe e di ragnatele. Perché?”
“Ragnatele? Meglio!” Le brillarono gli occhi.
“Spiegati” i tre maschi si sedettero tutti occhi e orecchie per l’amica.
“La casa del terrore!” esclamò guardandoli dall’alto verso il basso con due occhi così.
“Eh???” dissero in coro.
“Sì! Noi siamo in quattro, giusto? Due entrano e preparano dei trabocchetti spaventosi, poi entrano gli altri due ed esplorano la casa stando attenti a non cadere nelle trappole e non finire vittima dei due esseri mostruosi entrati prima di loro. Possiamo anche mettere una specie di tesoro da trovare e se i due avventurieri lo trovano vincono, sennò vincono i mostri. E poi ci diamo il cambio dei ruoli.”
“Figataaaa!” saltò in piedi Rolando “Elisa sei un genio!” gridò abbracciandola.
“Dai almeno quest’estate per un po’ sappiamo cosa fare” appoggiò l’idea Michele. “Se funziona potremmo farne un’attività, vendiamo i biglietti per l’ingresso.”
“Sì certo, ad Agostino, Alfonso, Pina e Maria” disse Elisa facendoli ridere. Erano i quattro anziani più rimbambiti del paese.
“Vabbè, sì dai, non è male, ma niente vigliaccate!” Gaui era un po’ meno entusiasta, conservava ancora spiacevoli ricordi della spedizione al cimitero dell’estate precedente, quel che aveva a che fare con il mistero e la morte non lo allettava più di tanto, ma non poteva certo far la parte del codardo o, peggio, ritrovarsi a passar l’estate da solo.
Bene o male tra di loro riuscivano sempre a far passare le giornate, ogni tanto si trovavano a casa di uno di loro con dei giochi da tavola, ma il più delle volte, tempo permettendo, scendevano al bosco. Fulmine, rialzo, la caccia al tesoro erano solo alcuni dei loro passatempi. Ma ne avevano inventati molti altri. Dicevano il nome di una pianta, un’erba o un fiore e vinceva il primo che lo raggiungeva. La stessa cosa la facevano con gli insetti. O dalle foglie o dai frutti dovevano risalire alla pianta di appartenenza. Avevano legato delle corde ad alcuni robusti rami e le usavano sia per arrampicarvisi sopra sia per dondolarsi usandole come liane, anche se a Michele questo gioco piaceva poco. O disponevano degli oggetti a distanza per il tiro al bersaglio, con o senza fionda. O lasciavano rotolare giù dal declivio collinare delle palline per vedere quale tagliava prima il traguardo, o costruivano personalmente una grossa palla impastandola di terra e foglie e ramoscelli e la facevano rotolare dentro un canale precedente scavato da loro con curve e salti degni di una delle migliori piste di biglie da spiaggia.
“E adesso, visto che c’è ancora luce, facciamoci un turno a nascondino” propose Michele lanciandosi su un classico.
“Conta Davide!” disse Elisa.
“E perché proprio io?” si accigliò.
“Perché tanto vestito come sei ti troveremmo subito” finì Elisa.
“Uff. E vabbè, ma la prossima volta conta qualcun altro.”
“Sì e tu vestiti con una mimetica” continuò Elisa.
“Sparisci, femmina! Lo sai che non mi è concesso, il mio è un dovere morale” disse muovendo le braccia come se impugnasse una chitarra elettrica.
“Conta!” gli fecero eco tre voci all’unisono.
Non appena Davide si fu avvicinato alla quercia per iniziare la conta gli altri tre si dispersero in direzioni diverse. Si erano dati dei confini oltre i quali non andare, altrimenti sarebbe diventato un gioco impossibile. E poi era meglio non vagare da soli per il bosco, erano pur sempre poco più che bambini, se uno dei loro genitori li avesse scoperti a fare una cosa del genere gli avrebbero proibito di continuare a scendere là sotto, già li lasciavano andare un po’ di controvoglia, ma avevano fatto un patto di fiducia reciproca che per nessun motivo avrebbe dovuto essere infranto.
Rolando si diresse verso la parte più bassa in direzione della rocca su cui poggiava Corveglia. Non andavano volentieri lì, aveva un che di inospitale quel posto e anche in questo caso ebbe la stessa sensazione e desiderò subito allontanarsene, ma doveva andarci, era come se lo chiamasse a sé, talvolta succede di recarsi in un luogo senza conoscerne il motivo, solo perché era doveroso andarci anche se poi una volta lì ci si scorda del perché. I boschi sussurrano, hanno una voce tutta loro, hanno dei rumori, hanno dei suoni che a volte creano delle illusioni uditive, così pensò Rolando quando gli parve di sentirsi bisbigliare qualcosa su una cosa che non avrebbe dovuto toccare. Una cassa. O era una massa? O una glassa? Non si capiva bene, era solo un sussurro lontano, ma recava in sé una nota di disperazione e aveva un che di familiare. Gli mise i brividi. Tra il gatto telepatico e il bosco sussurrante, per quel giorno ne aveva avuto abbastanza. Si allontanò correndo e si nascose da un’altra parte.
Il sole stava scivolando dietro le colline, non c’era un filo d’aria. Poco più tardi orde di fameliche zanzare sarebbero decollate alla ricerca delle proprie prede e le lucciole avrebbero aperto le loro danze cromatiche colorando la notte di luci verdi intermittenti. Era il 24 giugno.