Corso Matteotti 26, atrio del condominio MorganIl commissario Paludi e l’ispettore uscirono nell’atrio per prendere una boccata d’aria e mettere in fila il caso. Aveva appena smesso di piovere, erano le due di pomeriggio del tre di novembre, non avevano ancora inventato un modo per diventare intelligenti e l’inverno doveva iniziare.
Il commissario Paludi chiuse gli occhi. Pensò al mare.
Era stanco. Stanco del viaggio. Stanco di pensare a Lidia e alla sua fidanzata. Stanco della vacanza. Stanco per andare a casa. Era l’esatta definizione di stanchezza. E ora si doveva occupare di due morti. Così.
– Ripetiamo tutto daccapo. Anche i dettagli.
– La signora Benedetta Conte, originaria di Putignano, provincia di Bari, sorella di Conte Raffaele proprietario di una conceria fallita nel dopoguerra...
– Ispettore ho detto i dettagli, non il romanzo.
Anastasi non lo ascoltò perseverando.
– ...ha l’abitudine di svegliarsi presto, fa colazione e inizia la sua attività di portinaia pressappoco alle 5.45. Come prima cosa fa una sorta di perlustrazione del palazzo. Controlla le scale, il cortile e poi le cantine.
– Da quanto.
– Lo fa da trentacinque anni. Ogni giorno. Non ha giorni di riposo. Vive per il palazzo. Arrivata in cortile sente una strana puzza provenire da un angolo dello stesso e si rende conto avvicinandosi che proviene dal vasistas infranto di una delle cantine. Appurato ciò si attiva immediatamente. Solo che...
– Solo che il padrone della cantina non lo trovano perché nessuna delle cantine che si affacciano su quel lato di cortile ha le imposte rotte.
– E siccome il palazzo non confina con nessun altro stabile qualcuno inizia a farsi delle domande. La signora chiama i vigili che arrivano sul luogo circa un’ora dopo, alle... – consultò gli appunti su un taccuino – ...un quarto alle nove. I due non riescono a risolvere la questione finché qualcuno non chiama l’amministratore che arriva con la piantina del palazzo.
– E trovano una stanza segnata sulla mappa di cui “nessuno” sembrava a conoscenza. La stanza viene localizzata come quella adiacente al locale caldaia, intervengono le forze dell’ordine e la stanza viene trovata e conseguentemente aperta.
– Va bene. Fermiamoci un istante.
Paludi sbuffò e riprese il resoconto.
– I due morti non hanno documenti e nessuno ne ha denunciato la scomparsa. Secondo i primi accertamenti sembrerebbe un omicidio-suicidio. Prima l’uomo ammazza la ragazza e poi si toglie la vita.
– È corretto.
– E allora perché non aspettiamo l’eventuale conferma dell’autopsia archiviando il caso come un omicidio a carico di un ignoto?
Il commissario Anastasi guardò in alto, una signora dell’ultimo piano stava battendo i tappeti. Poi ripeté la domanda.
– Perché non archiviamo allora?
– Perché troppe cose non quadrano. E finché non c’è qualcuno che mi viene a testimoniare che il ragazzo era in cura da uno psichiatra, soffriva di depressione, nonché la fidanzata gli faceva le corna e lui l’ha ammazzata in preda a un raptus passionale; io non credo a niente. Nemmeno al fatto che questi due siano morti, visto che non hanno un nome.
– E in ogni caso direi che nessuno si premurerebbe di nascondere dei pesci in uno scantinato se non ce ne fosse un motivo.
Il commissario guardò negli occhi Anastasi.
– Stai migliorando.
– In che senso commissario?... non si direbbe per ora.
– Tu stai migliorando Anastasi. È un po’ che non ti addormenti più in servizio.
L’ispettore sorrise, era narcolettico da sempre, e il commissario l’aveva coperto più di una volta. Gli doveva il lavoro e lo stipendio. Sì con la nuova cura tutto si stava risolvendo per il meglio. Non si era più addormentato in servizio e gli rendeva la vita decisamente più facile.
– Sì anche in famiglia è tutta un’altra storia. Finalmente mia moglie può fare affidamento su di me.
Gli sorrise e Paludi accettò l’offerta. Poi tornò a guardare dentro la stanza attraverso il vasistas.
Pensò che non sentiva la sua ex moglie da quasi due anni. Le notizie che gli arrivavano erano tutte attraverso le parole del figlio le rare volte che veniva a trovarlo. Da quando aveva saputo che Lidia si era trovata un nuovo uomo, non aveva più voluto sentirla. Ora si avvicinava il Natale e come sempre lo metteva a disagio. Lui credeva di non chiamarla per lasciarle tutta la libertà di rifarsi una vita. In realtà non riusciva a sopportare l’idea che le cose tra due persone potevano finire a quel modo quando c’erano dei figli di mezzo. Paludi si ricordò ancora di Eva. Si vedevano ormai da anni, non poteva dimenticarsene così. O meglio non aveva ancora trovato il tasto che permetteva di cancellare le persone. Tastò nelle tasche del soprabito e recuperò il cellulare. Lo accese. L’icona dei messaggi SMS lampeggiava. Ce n’erano due. Una chiamata persa da un collega di lavoro e un messaggio di Eva. Aprì quest’ultimo con un certo timore. Tirò ancora la sigaretta. Poi si costrinse a leggerlo: “Ciao amore. Buon compleanno! Stasera ti passo a prendere a casa tua alle 9. Non voglio scuse! Ti amo tanto”.
Giorgio Paludi, quarantotto anni il giorno dei Santi, ingoiò un altro uovo sodo.
– Che giorno è oggi ispettore?
– Il tre di novembre. Perché?
– Perché l’altro ieri ho fatto quarantotto anni e non me ne sono accorto.