Chapter 11

1319 Parole
Via Montebello numero 21, al terzo piano interno dueIl commissario Paludi aveva aspettato un taxi per dieci minuti buoni poi aveva deciso di andare a piedi. Percorse tutto corso Matteotti fino a via XX Settembre, era una zona d’uffici e incrociò solo qualche passante che portava a pisciare il cane. Al Reposi davano Milk, un film su un gay della comunità di Castro che era diventato assessore comunale della contea di San Francisco negli anni Settanta. L’uomo era poi stato assassinato con il sindaco da uno zelante consigliere. Arrivò sotto casa quasi senza accorgersene, le luci che illuminavano la Mole Antonelliana si erano appena accese. Un tizio faceva delle foto con un cavalletto lungo la strada. Il commissario si fermò a leggere interamente la successione dei numeri al neon sul fianco della Mole. 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144. Paludi guardò l’orologio, aveva tre ore esatte prima dell’arrivo di Eva. Fece le scale lentamente, l’abitudine di prenderle di corsa l’aveva ormai persa. I due pacchetti di sigarette glielo ricordavano a ogni pianerottolo. Entrò nel suo appartamento di via Montebello. Si aspettava di trovarci odore di chiuso e disordine, così come ricordava di aver lasciato le varie stanze. Invece aveva fiori freschi sul tavolo della sala, le serrande alzate e una luce profumata di pulito per tutta la casa. Andò subito al frigo e lo trovò ordinato e ben fornito. Eva gli aveva addirittura comprato una confezione da sei di Budweiser. Si sedette sul tavolo della cucina. Tempo. Aveva bisogno di tempo per affrontare il mondo. Sarebbe stato inutile parlare alla fidanzata delle sue nuove sensazioni, lei forse non l’avrebbe capito. E poi c’era sempre il rischio che lo scoramento che lo masticava fosse solo una cosa passeggera. In tal caso avrebbe rischiato di rovinare tutto. Un passo alla volta. Uno. E poi uno. E poi magari due, tre, cinque così come diceva l’installazione di Mario Merz. Lo sguardo gli andò alla ciotola del cane, Scerbanenco. Si stava dimenticando del mondo. L’aveva iscritto ad un corso di agility dog presso un centro specializzato di Beinasco in sua assenza, così che non fosse di peso a nessuno. L’indomani, dopo l’autopsia e dopo le convocazioni in commissariato, sarebbe andato a recuperarlo. Ne aveva anche bisogno a dire il vero, voleva passeggiare in silenzio sul Lungo Dora e sentirlo respirare accanto a lui. Accarezzarlo e sentirlo grugnire d’affetto. Si alzò, buttò il soprabito sul divano, poi lo riprese e lo attaccò all’appendiabiti. Si guardò nello specchio dell’ingresso. Doveva farsi la doccia e la barba. Ancora tempo. Tornò in cucina, prese una birra e accese il televisore. C’era il tiggi regionale. Avevano arrestato il presidente di un importante premio letterario cittadino a seguito delle denunce del domestico di colore e di un’indagine della guardia di finanza. La solita storia di finanziamenti ad personam e regalini clientelari. La solita mafia pulita, senza spargimenti di sangue. Giusto qualche briciola da nascondere sotto i tappeti. Da sempre la criminalità organizzata veniva combattuta attraverso le dichiarazioni dei redditi. Dai tempi della Chicago di Al Capone i documenti dell’Agenzia delle Entrate erano i più attendibili ed accurati di ogni paese. Ma ogni giorno diventava sempre più difficile agire attraverso le dichiarazioni fiscali, in quanto la criminalità organizzata investiva regolarmente il proprio indotto in attività lecite attraverso le banche di ogni stato. Pizzerie, franchising di Car Washing, fondi immobiliari, eco-fondi per lo sviluppo dell’energia pulita. Ormai i soldi sporchi si nascondevano ovunque e colpendo alcune attività a base mafiosa si rischiava anche di colpire i tanti piccoli risparmiatori che avevano investito in tali imprese. Il commissario Paludi finì la birra e diede un calcio al tappo. Tornò alla cantina di corso Matteotti. Era ancora presto per avanzare qualsiasi ipotesi. Doveva aspettare i risultati dell’esame autoptico e capire qualcosa di più in merito a quei cazzo di pesci. Sperò solo di non sognarseli, gli occhi girati e la pancia in su, la pelle sfibrata dal contatto con l’aria. Scivolò nel sonno senza accorgersene, un tunnel foderato di raso nero, un foro senza uscita, senza rumori. Arrivarono nel sonno alcuni piccoli suoni che lo portarono quasi fino alla superficie delle cose. Si destò poco dopo quando gli studenti che abitavano al piano inferiore accesero a tutto volume lo stereo. Should I Stay or Should I go? Bella domanda. Dalla finestra non arrivava più il chiarore del giorno. Si girò di scatto a guardare l’orologio digitale sul lettore dvd. Erano le dieci e un quarto. La bocca gli si seccò. Eva l’avrebbe ucciso, e non aveva ancora fatto nemmeno la doccia. Si alzò ancora intontito, fece due passi e inciampò in un paio di scarpe con il tacco, si girò a guardare verso il porta-abiti dell’ingresso. C’era un cappotto rosso da donna. Accese la luce. C’era un tailleur per terra, poco più avanti una camicetta, poi un reggiseno e appese alla maniglia della porta di camera sua un paio di mutandine di pizzo rosso. Paludi le raccolse e se le portò al naso – Eva – aprì lentamente la porta della camera ed entrò. La donna era sdraiata sul letto, sotto il lenzuolo. La coperta piegata ai piedi del matrimoniale. Il commissario Paludi si sedette sul letto e sollevò il lenzuolo. Eva era nuda ed indossava solo un paio di autoreggenti. Era sdraiata sul fianco e gli dava le spalle. Dormiva. O faceva finta. Paludi si spogliò senza fare rumore, mise i vestiti sulla sedia accanto al comodino. Dopo si sdraiò accanto a lei, nudo anche lui. Si avvicinò fino a sfiorarla, pelle sulla pelle. Dai capelli della donna annusò un profumo sofisticato. L’aveva cambiato, sapeva di argilla e vaniglia. Provò a tenerne l’odore nel cervello, iniziò ad accarezzarla lentamente. Lasciò che il suo pene completasse l’erezione. Poi lo appoggiò sul sesso della donna. Chiuse gli occhi. Eva era ormai sveglia, ne sentiva l’umido. Allora lo spinse e la prese. La donna allungò una mano all’indietro accompagnando le spinte. Morse a lungo il cuscino prima di venire. Poi si rilassò nuovamente nel sonno. Per il commissario fu una lunga masturbazione nel corpo caldo di Eva. Nient’altro che una lunga sega. Anche gli uomini lo sapevano fare, fingere, e lei non si accorse minimamente che le stava dicendo addio. Giorgio Paludi restò con quel pensiero fino ad addormentarsi. Poi sognò di nuovo una successione di numeri che percorrevano il mondo e si ricordò di una cosa che gli aveva raccontato il nonno quando era poco più che un bambino. Un giorno aveva scoperto che alcuni fiori avevano sempre lo stesso numero di petali, i ranuncoli hanno cinque petali, le margherite o trentaquattro o cinquantacinque e i gigli soltanto tre. Ecco, il commissario non aveva mai inteso prima di allora che bastassero solo tre petali per fare un fiore. Era incredibile: solo tre petali per una magia. Non c’aveva mai pensato. Sembrava quasi impossibile. Il commissario entrò in un dormiveglia irrequieto. Erano gli uomini a complicare tutte le cose, era così facile, i gigli avevano tre petali, la cicoria ventuno, le margherite trentaquattro o cinquantacinque. Una cifra attraversava l’universo, c’erano delle regole, c’era una ragione. Arrivò quell’immagine della sua infanzia. Era con il nonno. Faceva il floricoltore nella Liguria di ponente. Erano nelle serre che coltivava a fiori nei pressi di Bordighera. Paludi era poco più di un bambino e quell’estate si era infatuato di una bambina che frequentava la stessa spiaggia, una ricciolina che veniva da Abbiategrasso e indossava un due pezzi rosa nonostante avesse solo sette anni. Studiava già da donna. Aveva preso una margherita e aveva iniziato a sfogliarla nel gioco “m’ama, non m’ama”. Il nonno si era avvicinato sorridendo. – Giorgio. Dipende tutto da come inizi. Il piccolo Paludi l’aveva guardato interessato. – Vedi. I gigli hanno tutti lo stesso numero di petali. – Ne aveva presi due e glieli stava facendo vedere. – Sono sempre tre. Tre petali. Tre petali e tre sepali. – Sempre? Il nonno guardò l’intero campo che ardeva sotto le lastre di vetro. – Sempre. – Quindi se inizio a contare giusto mi amerà per sempre? Gli sembrò di sentire Eva parlare a bassa voce. Ma i loro respiri se ne andavano paralleli ormai; nessuna legge della geometria li avrebbe fatti incontrare.
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