Quanto vali? Una riflessione su voti e valutazione
La riflessione sul processo di apprendimento non può poi prescindere da quella sulla valutazione. Un articolo di Daniele Novara6, in riferimento alle molto discusse e discutibili prove INVALSI, riporta bene l’attenzione al tema della valutazione dei processi e non dei prodotti dell’apprendimento e ci aiuta a rimanere sulle domande di senso pedagogico che dovrebbero essere la nostra bussola. Come, quando, quanto e con che strumenti valutare sono scelte che dovrebbero discendere da una preliminare risposta a quella domanda originaria: come imparano i bambini?, e poi: imparano tutti nello stesso modo e con gli stessi tempi?
Secondo un approccio montessoriano, ad esempio, nella scuola dell’infanzia e primaria, fino circa a 11 anni, l’apprendimento avviene prevalentemente attraverso l’esperienza, l’uso dei sensi, il “fare” mediato da un ambiente adeguato e da materiali didattici pensati per l’acquisizione dei diversi concetti. L’utilizzo di materiale didattico autocorrettivo è lo strumento principe per gli insegnanti e soprattutto per i bambini per tenere monitorata la comprensione e acquisizione dei vari concetti.
Inoltre, secondo la lettura montessoriana (che però direi evidenzia un aspetto piuttosto evidente e condivisibile per qualsiasi insegnante anche della scuola tradizionale) i tempi di apprendimento non sono uniformi da bambino a bambino; immaginare quindi in una sezione Montessori di sottoporre tutta la classe, nello stesso momento, a una prova di verifica astratta come la compilazione di una scheda o la risposta a domande scritte o orali più o meno standardizzate risulterebbe a chiunque piuttosto contraddittorio.
Tuttavia nella scuola tradizionale questa è la norma e pochi hanno di che obiettare, nonostante venga contestualmente proposta una riflessione sull’individualizzazione del percorso di apprendimento, sui bisogni educativi speciali, sulle specificità portate dagli alunni migranti, sulle intelligenze multiple e sulla valorizzazione dei diversi stili cognitivi.
Allora mi piacerebbe che diventasse consuetudine, per insegnanti e genitori, ripensare alla valutazione recuperandone il senso che le appartiene: non quello di essere da monito o da premio per i nostri figli e alunni, ma di riuscire a fotografare la tappe di un percorso che abbiamo tracciato e ogni giorno approntiamo al meglio per loro; percorso che ciascuno sta percorrendo con i mezzi che possiede, con il passo che può tenere.
Mi piace ricordare che su tutti i documenti di valutazione il maestro Manzi, al posto dei voti, aveva scelto di scrivere: “Ha fatto quel che può, quel che non può non fa”.
Ci troviamo spesso a ripetere ai bambini che l’apprendimento non è una gara ma poi, livellando le differenze nel momento sensibile della valutazione, rischiamo di cadere in contraddizione e, come avrebbe detto magistralmente don Milani, di commettere il più grave degli errori e delle ingiustizie, ossia quello di “fare parti uguali tra diseguali”.
E questo accade con la standardizzazione delle prove di verifica e con l’utilizzo di formule di valutazione semplificatrici. Perché un voto come quelli numerici a cui siamo vincolati (ma davvero lo siamo?) da alcuni anni è davvero la peggiore delle trappole in cui possiamo cadere.
Lo diceva bene una maestra che, in occasione della fine di un quadrimestre, ha scritto alcune righe molto condivise su internet; potrebbe anche trattarsi di un falso letterario, ma trovo che il contenuto sia assai condivisibile, anche nella sua emotività, aspetto che non guasta quando si ha a che fare con i bimbi che di questa ne hanno da vendere…
Non sono stata capace di dire no. No ai voti. Alla separazione dei bambini in base a quello che riescono a fare. A chiudere i bambini in un numero. Ad insegnare loro una matematica dell’essere, secondo la quale più il voto è alto più un bambino vale.
Il voto corrompe. Il voto divide. Il voto classifica. Il voto separa. Il voto è il più subdolo disintegratore di una comunità. Il voto cancella le storie, il cammino, lo sforzo e l’impegno del fare insieme. Il voto è brutale, premia e punisce, esalta ed umilia. Il voto sbaglia, nel momento che sancisce, inciampa nel variabile umano. Il voto dimentica da dove si viene. Il voto non è il volto.
I voti creano ansia, confronti, successi e fallimenti. I voti distruggono il piacere di scoprire e di imparare, ognuno con i propri tempi facendo quel che può. I voti disturbano la crescita, l’autostima e la considerazione degli altri. I voti mietono vittime e creano presunzioni.
I voti non si danno ai bambini. In particolare a quelli che non ce la fanno. La maestra lo sa bene, perciò è colpevole. Per non aver fatto obiezione di coscienza.7