Siamo una scuola moderna?

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Siamo una scuola moderna? Ma qual è allora il modello che la nostra scuola propone come prassi ordinaria? Nella gran parte dei casi è un modello ottocentesco, una scuola cioè che nasce come appendice delle fabbriche e che di esse conserva la campanella a orari fissi, quella che una volta era la sirena per gli operai, ora sparita dai capannoni ma conservata nelle aule di scuola; quasi sempre troviamo una cattedra da cui parla un insegnante a cui tutti gli alunni sono rivolti, seduti su banchi disposti ordinatamente in fila e spesso anche senza un compagno vicino (almeno i banchi in legno erano quasi sempre progettati per due posti a sedere). E poi i voti numerici a misurare, standardizzati e uniformi, il raggiungimento di traguardi prefissati, in tempi prefissati, con prove prefissate… E non basta che al posto di quella in ardesia ci sia una Lavagna Interattiva Multimediale perché si possa dire di aver superato quel modello educativo e didattico. Rileggevo di recente il materiale messo a disposizione da alcune scuole primarie e secondarie ai cui bambini era stata offerta la possibilità di vivere una giornata come un alunno dell’epoca dei nonni e dei bisnonni, trascorrendola in una scuola ricostruita in tutti dettagli, come ad inizio novecento. Ebbene, le differenze osservate dai bambini, ma anche riportate dagli anziani testimoni, erano tutte relative ad aspetti pratici e agli strumenti: l’abbigliamento, le distanze da percorrere a piedi, la penna e il calamaio, i quaderni e i libri; parlando degli insegnanti mi ha fatto sorridere come i bambini rilevassero con sollievo l’assenza nei tempi odierni di punizioni corporali, spettro che ridicolizza la minaccia di una “nota sul diario” come deterrente contro comportamenti sanzionabili. Ma l’impalcatura rimane quella, una fotografia quasi identica a cui aggiungiamo i colori al posto di un bianco e nero molto vintage. Questo documento mi faceva pensare anche ad una delle risposte più frequenti quando, soprattutto in veste di formatrice, chiedo ragione di alcune scelte educative o didattiche. Spessissimo la risposta più onesta è “si è sempre fatto così” e in un contesto, direi in una cultura, che fa della conservazione dello status quo un valore o un istinto scritto nel DNA collettivo, forse questa non è una risposta troppo sconcertante. Ma lo è se pensiamo ai bambini. Se pensiamo che ciascuno di loro pone questioni nuove, che ciascun gruppo presenta dinamiche e profili diversi, che non c’è nulla di davvero replicabile in quanto ad efficacia. Per questo possiamo legittimamente ipotizzare che la reiterazione di scelte organizzative e didattiche sempre identiche sia una risposta al bisogno degli insegnanti di avere un copione prestabilito rassicurante, che permetta una programmazione ed eviti una navigazione a vista; quest’ultima è di certo più faticosa e richiede di avere interiorizzato quella cassetta degli attrezzi ricca e flessibile per le diverse condizioni che è invece bagaglio di pochi. La scuola italiana è da sempre intasata di procedure complesse e antiquate di documentazione, di registri da compilare, relazioni da redigere (spesso con accurati “copia e incolla”), programmazioni da riformulare… una montagna di incombenze inutili che bene funzionano da pesante palandrana che impedisce di vedere chi si nasconda lì sotto, un barocchismo procedurale che toglie tempo e linearità all’essenziale, ossia al lavoro educativo e didattico e alla qualità con cui dovrebbe essere svolto. Credo allora che una scuola possa davvero dire di essere adeguata al suo tempo nella misura in cui è disposta a ripensarsi, iniziando a definire la propria mappa pedagogica, lasciandosi permeare dalle domande che pongono i bambini, anche quelle mute che sta a noi cogliere, senza la fretta di trovare risposte che non siano maturate attraverso un percorso individuale e condiviso di qualità. Solo così sarà possibile riformulare le scelte quotidiane degli arredi e degli strumenti didattici, della valutazione e della gestione del gruppo, in una condivisione autentica con le mamme e i papà di quei bimbi di fronte ai quali non possiamo più permetterci di replicare il già fatto, il già visto, senza sapere che così stiamo sottraendo loro un tassello fondamentale per il loro futuro.
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