Ryan's Pov
La nuova fiamma di Tyler era dannatamente fastidiosa: cosa diamine ci trovava il mio migliore amico in lei?
Solo perché non si faceva mettere in piedi in testa da nessuno non voleva dire che fosse diversa dalle altre.
Sbuffai irritato ed estrassi una sigaretta dal pacchetto mezzo vuoto, segno che fumavo abbastanza spesso.
Ho fumato la mia prima sigaretta all'età di tredici anni, nascondendo l'esperienza a mia madre.
All'inizio era per sentirmi accettato dagli altri, poi col tempo ci presi gusto e diventò il modo migliore per colmare il vuoto che mio padre aveva lasciato, abbandonandoci.
Mise mia madre incinta e poi scappò via con un'altra donna, senza darle spiegazioni.
Ogni mese le mandava dei soldi, un gran quantità di soldi di cui disponeva grazie alle innumerevoli agenzie di viaggio che possedeva.
Per lui era come se con quel denaro, potesse colmare il vuoto che aveva causato andandosene.
Illuso.
Non sarebbero bastati tutti i soldi del mondo per colmare l'assenza di un genitore, madre o padre che fosse.
Io, non volendo dipendere da lui e dai suoi soldi, cercai qualche lavoretto che potesse aiutare me e mia madre con il mantenimento della casa e della nostra famiglia. Volevo dimostrare a lei in primis e a me stesso che, nonostante fosse lei a portare a casa lo stipendio, l'uomo di casa ero io ed in quanto tale avrei cercato di non farle mai mancare nulla, aiutandola anche quando non ne necessitava e spendendo i soldi guadagnati per cose non futili.
Era capitato più volte che la notte mi svegliassi e sentissi mia madre singhiozzare nella sua camera. Ancora non mi capacitavo del fatto che nonostante avesse lasciato lei ed abbandonato me mia madre sperasse ancora in un suo ritorno nelle nostre vite. La sola idea mi mandava completamente fuori di testa: mia madre aveva bisogno di una persona che le volesse bene e se ne prendesse cura e mio padre ci aveva lasciato intuire di di non esserne all'altezza. E sperai invano che anche mia madre se ne accorgesse.
Era stata succube di mio padre e della sua presenza nella nostra vita, illudendosi che l'amore che provava nei confronti di mio padre bastasse a colmare quello nei suoi e che, spesso e volentieri, le era venuto a mancare.
Era capitato più volte che fossi sul punto di sfogare la mia rabbia su di lei, gridandole addosso quanto fosse ingenua a credere che saremmo stati una famiglia felice, un giorno. Trovai il modo per trattenermi ogni singola volta, dandomi dello stupido per aver anche solo pensato di prenderla a parole.
Un episodio che mise a dura prova il mio autocontrollo e la mia capacità di comprensione ebbe luogo quando scoprii che mia madre fosse andata a cercarlo a mia insaputa. All'epoca avevo solo quindici anni, una nomina colorata alle spalle ed un giro di amicizie che sarebbe stato meglio evitare.
«Tesoro, starò via qualche giorno. Tua nonna ha bisogno di me.» Era stata questa la frase a farle da alibi. Non le domandai nulla, non era la prima volta che mia madre mi lasciasse solo per correre da lei.
Iniziai a sospettare qualcosa quando mia nonna stessa mi chiamò, chiedendomi quando mia madre ed io saremmo andati a trovarla. Non le risposi subito intento com'ero a chiedermi dove fosse finita e perché mi avesse mentito. La risposta non tardò ad arrivare: rientrò con un giorno d'anticipo, provata ed esausta.
«Come sta la nonna?» Ricordai d'averle domandato, aiutandola con le valigie. «Meglio di quanto potremmo stare io e te messi insieme.» Mi rivolse un sorrise e si recò in cucina dove si preparò un tè caldo.
«Ah sì? E per quale motivo mi avrebbe chiamato e chiesto di te se eri lì con lei?» La caffettiera le cadde di mano, sporcando il pavimento di caffè in polvere.
«Dove sei stata, mamma?» Avevo intrecciato le braccia al petto e fissato la sua schiena percorsa da un tremore. Si voltò lentamente, acquistando tempo. «A Londra.» «E cosa ci facevi, a Londra?» Il mio sguardo si era assottigliato. «Sono andata a cercare tuo padre.» Sei semplici parole ed il mio autocontrollo andò a farsi benedire. Scagliai un pugno sul tavolo, incutendole paura.
«Sei ridicola, mamma.»
«Avevo bisogno di risposte.»
«E le hai ottenute?» Scosse la testa ed io imprecai sottovoce. Raccolsi le chiavi del motorino che mi era stato regalato pochi mesi prima, sfogando le mie emozioni su tutto ciò che mi capitava tra le mani.
«Dove stai andando, adesso?»
«Via, non riuscirei a stare nella stessa stanza qui con te adesso.»
«Ryan...» Unì le mani tra di loro, pregandomi di restare.
«No, mamma.» La guardai gelido. «Saresti dovuta restare qui, a casa, con me. Invece hai colto la prima occasione per lasciarmi come ha fatto lui. Non posso perdonartelo, questo.»
«Ryan, aspetta!» Scossi la testa e la lasciai crogiolarsi nel suo dolore.
Dormii da Tyler quella sera. Senza che mi chiedesse nulla, capì che fosse successo qualcosa. «Ne vuoi parlare?»
«Se tieni alla moquette, non credo mi convenga.» Tyler sorrise ed io sospirai, guardandomi le mani strette a pugno.
«È andata a cercare mio padre, Tyler. Mi ha mentito, fatto credere che fosse una questione familiare ad averla fatta scappare.»
«Seppur lo odi, quell'uomo resta comunque tuo padre, Ryan. È parte della tua famiglia.»
«Solo sulla carta, Tyler. Nella mia vita non c'è posto per lui.»
«Cosa intendi fare con tua madre?»
«Al momento non voglio parlarle. Se la vedessi, potrei finire il lavoro lasciato incompleto da mio padre, vale a dire distruggerla ed è l'ultima cosa che voglio.»
«Mandale un messaggio, almeno. Conoscendola, a quest'ora sarà dalla polizia a denunciare la tua scomparsa.» Tyler si infilò nel letto dopo aver spento la luce della camera.
«Meglio evitare, allora.» Le scrissi un messaggio veloce e glielo inviai. Lo visualizzò all'istante chiedendomi di tornare a casa. Lo spensi senza risponderle.
«Hai idea di cosa si provi ad amare una persona con tutto te stesso?» La voce di Tyler si insinuò nei miei pensieri, distraendomi.
«No, e non lo voglio neanche sapere, Tyler. Guarda come ha ridotto mia madre, l'amore. L'ha distrutta, resa vulnerabile. Se amare comporta tutto questo, non mi innamorerò mai.» replicai, sospirando rumorosamente.
«Non puoi dirlo se non ne hai mai vissuto uno. E poi, quello tra i tuoi genitori non è l'unica tipologia d'amore che incontrerai, Ryan.»
«Ho come esempio quello dei miei e fidati, è abbastanza.» risposi alla sua prima frase, riflettendo sulla seconda.
«È l'unica che ho conosciuto però.» ribattei.
«Ne riparleremo quando ti innamorerai anche tu.» mi punzecchiò.
«Non succederà, Tyler. Ryan Smith non si innamora di nessuna.» ribattei, ponendo fine alla questione. Tyler non disse altro ed io chiusi gli occhi, addormentandomi.
Tornai a casa mia due giorni dopo, senza rabbia in circolo. Chiusi la porta alle mie spalle e cercai mia madre con lo sguardo, trovandola seduta in salotto. Mi chinai verso di lei, picchiettandole la spalla con le dita. Si voltò di scatto per lo spavento. Non le lasciai dire nulla che l'abbracciai, stringendo il suo corpo al mio. Mia madre non era mai stata una di quelle genitrici scrupolose ed esigenti: non mi aveva mai imposto nulla che non fosse per il mio bene, era sempre stata molto accondiscendente e comprensiva riguardo le mie scelte o le cazzate che ero solito commettere. Aveva sempre chiuso un occhio con me, sarebbe stato da ipocriti fare della sua scappatella una questione di stato. Andare da mio padre e tenermelo nascosto non era qualcosa di cui mi sarei dimenticato tanto facilmente ma d'altro canto dargli la soddisfazione d'esser stato la causa del diverbio fra me e mia madre e mettere ai ferri corti il nostro rapporto non rientrava tra le cose che gli avrei concesso.
«Mi dispiace tantissimo, Ryan.»
«Shh, è tutto okay.» Affondò il viso nel mio collo.
«Non sei arrabbiato con me?»
«Tu mi hai perdonato di peggio.» bisbigliai, assolvendola dalle sue colpe. Le sue braccia mi cinsero la schiena.
«Volevo solo capire cosa avesse questa famiglia più di noi.»
«E?» domandai, asciugandole le lacrime all'angolo dei suoi occhi stanchi e rossi.
«Nulla che io non potessi dargli.»
«E c'era bisogno che andassi fino a Londra per capirlo?» Un timido sorriso si disegnò sul mio viso, contagiando anche il suo.
«Sono stata una sciocca, tesoro.»
«L'unico sciocco qui è lui, mamma. Se ti avesse amata un minimo di quanto tu ami lui, a quest'ora avresti dei piccoli e delle piccole Ryan in giro per casa.» Mia madre rise ed io l'aiutai ad alzarsi.
«Mi dispiace averti lasciato sola.»
«Hai avuto delle ottime ragioni per farlo.» replicò, attenuando il mio senso di colpa.
«Farò in modo che non accada più.»
«Sono le ultime parole famose o cosa?» Questa volta toccò a me ridere. «Sono contenta che tua sia qui.» Le guance le si tinsero di rosa. Le baciai la nuca, stringendola al mio corpo.
Tre anni dopo. quella promessa non era ancora stata infranta.
Mi sfilai la sigaretta dalle labbra, le cuffiette dalle orecchie e lasciai uscire il fumo. Allungai le gambe sugli scalini davanti a me, chiedendomi se fosse il caso di andare da Tyler o aspettare che venisse lui da me. Scartai l'idea quando una chioma bionda ed un paio d'occhi verdi affiorarono nella mia mente. Era Tyler ad aver sbagliato, io mi ero solo comportato di conseguenza.
Scrollai le spalle e spensi la sigaretta nel posacenere. Alzai lo sguardo e notai la figura di Tyler nel portico di casa mia.
«Dove hai lasciato la biondina?» domandai, squadrandolo.
«Possiamo parlare?» domandò, ignorando le mie parole.
Guardò gli scalini accanto a me chiedendomi silenziosamente di sedersi.
Annuii e lasciai che prendesse posto accanto a me. Se si trattava solo di ascoltarlo, qualche minuto potevo anche perderlo.