Tyler's Pov
«Volevo scusarmi con te per essere stato un pessimo migliore amico stamattina a scuola.» Iniziai, lasciando scivolare le mani sui jeans chiari. Ryan rimase in silenzio, attendendo che continuassi. Si accese un'altra sigaretta ed io proseguii.
«Screditarti con il fine d'apparire migliore di te ai suoi occhi è stato un colpo basso.» Ryan aspirò il fumo dalla sigaretta, la nuvola di fumo di dissolse in pochi istanti.
«Perché ci tieni tanto a piacerle?» Non incrociò il mio sguardo, continuò a guardare dritto davanti a sé.
«Non lo so ed è questo che mi preoccupa. Non mi è mai importato della nomina che mi davano le altre ragazze, ma con lei è diverso. Lei è diversa. Non voglio che pensi di me ciò che pensano tutte le altre.»
A quel punto si decise a guardarmi.
«Ti interessa ciò che pensa la biondina?»
Mi grattai la nuca. «Più di quanto mi piaccia ammettere.» Ryan sorrise debolmente.
«Hai intenzione di farla diventare una cosa seria?» chiese, portandosi la sigaretta alle labbra.
«Se l'interesse è reciproco, non vedo perché non dovrei.» sorrisi ed, al tempo stesso, smentii l'idea che avevo avuto qualche ora prima ossia di portarmela a letto. Era più una ragazza da portare nel cuore.
«E credi che lo sia?»
«Se non lo fosse, farei in modo che lo diventi.» Ryan scosse impercettibilmente la testa.
«Tu, invece, pensi di poterle essere amico?»
«Non ti è bastata oggi come prova evidente che non non andremo mai d'accordo?»
«Le migliori amicizie nascono sempre in questo modo.»
«Non la nostra, Tyler.
«Non voglio dover scegliere tra voi due.» aggiunsi dopo qualche minuto di silenzio.
«Perché, sceglieresti lei?» chiese canzonatorio.
Mi strinsi nelle spalle, giocando con un braccialetto che tengo sempre al polso.
«Sei mio fratello, Ryan. Verrai sempre prima di ogni altra ragazza ma...»
«Vuoi che anche lei faccia parte della tua vita, capisco.»
«Ci proverai, quindi?
«Se lo faccio, lo faccio per te.» chiarì ed io sorrisi.
«Non sei l'unico ad aver sbagliato in ogni caso.» ammise.
«Far ricorso a Jason per dimostrarle con chi stesse avendo a che fare è stata una mossa stupida.»
«Lo è stata.» ripetei.
«Comunque sia, mi ha saputo tener testa. Ha le palle, la biondina.» ammise, ricordando le sue parole.
«Un Ryan in formato femminile era quello che ci voleva per rompere la monotonia di Seattle.»
«Pensala come vuoi.» Nascose un sorriso ed io gli diedi una spallata giocosa.
«Farà bene ad entrambi averla attorno.» decretai.
«Chi ti dice che la voglia attorno?» Ryan mi prese in giro, sorridendo.
«Se diventerà la mia ragazza, dovrai farci l'abitudine.»
«La tua ragazza, eh?» sorrise
«Ciao, Ryan.» lo salutai, andandomene con la sua risata in sottofondo.
Ryan's Pov
Non avevo mai visto gli occhi di Tyler brillare in quel modo per una ragazza, anzi a dirla tutta non l'avevo mai visto così preso da qualcuna.
Sapevo che un giorno avrebbe messo la testa a posto e che avrebbe iniziato a frequentare qualcuna, ma non credevo sarebbe successo con la nuova arrivata.
Gli era bastato nominarla per farlo sorridere come un'idiota.
A me personalmente, Destiny non piaceva. Era troppo sicura di sé, troppo sfacciata, troppo uguale a me.
Non si era fatta alcun tipo di problema a rimettermi al mio posto, a fronteggiarmi davanti mezza scuola, a tenermi testa.
Quella ragazza aveva più palle di quante ne avessero certi maschi.
Mi accorsi di essere rimasto più del solito seduto sugli scalini di casa mia quando mia madre si affacciò sulla soglia. Aveva ancora i segni del cuscino sul viso ed i vestiti spiegazzati. Ogni volta che le veniva assegnato il turno notturno in ospedale, tornava a casa devastata. Le avevo consigliato più volte di cambiare i suoi turni con qualcuno di più giovane e che si affaticasse di meno, ma lei era stata irremovibile tanto da non darmi ascolto.
Mia madre era una dura, una di quelle che la forza se la faceva venire quando non c'era altra soluzione.
«Hai intenzione di rimanere tutto il giorno qui fuori?»mi chiese, sbadigliando leggermente. «La vista non è di certo male.» ammiccai in direzione di una ragazza intenta a prendere il sole su una sdraio in giardino. Mia madre sorrise. «Sei irrecuperabile.» alzandomi e seguendola dentro, ricambiai il sorriso. «Com'è andata a lavoro?» domandai, versando il latte in un pentolino ed accendendo il gas. Mia madre prese posto sulla sedia. «Considerando alcuni pazienti esageratamente ipocondriaci ed altri facilmente impressionabili, direi bene.»
«Clay come sta?» controllai che il latte non avesse creato rimasugli di panna a causa del troppo calore a cui era esposto prima di voltarmi verso mia madre. «Meglio del solito. Questa mattina ha preso i suoi medicinali senza fare storie.» Mi guardò curiosa. «C'entri qualcosa per caso?» Le sorrisi complice.
Clay era un bambino di otto anni affetto da paraplegia alle gambe in seguito ad un incidente in cui lui ed i suoi avevano quasi perso la vita. Situato nel reparto bambini dell'ospedale, Clay aveva dimostrato più volte di essere un bambino vivace, nonostante la paralisi alle gambe limitasse parecchio i suoi movimenti. Era, al tempo stesso, l'anima ed il diavoletto dell' ospedale. Non c'era infermiera o medico che non gli volesse bene e che non lo riprendesse quando dava fastidio agli altri bambini. «L'importante è che li prenda, non credi?» versai il latte nella tazza e dalla dispensa presi un pacco di cereali al miele. «I suoi non vogliono che tu passi troppo tempo in sua compagnia.» Lasciai il cucchiaio sospeso a mezz'aria ed in inarcai un sorpreso. «Per quale motivo?» Storsi la bocca. «Temono che stando con te Clay possa sperare che un giorno le gambe torneranno a funzionare anche lui. Vogliono che loro figlio stia con i ragazzi simili a lui così da non fargli avere false speranze.» «Cazzate.» «Ryan, il linguaggio.» mi riprese mia madre, guardandomi storto per qualche secondo. «Clay sta bene con me ed io mi trovo bene con lui. Non ho intenzione di non vederlo più perché i loro genitori sono dei paranoici del cazzo. Caso chiuso.» mia madre sospirò. Finii i cereali e lavai la tazza, lasciando il lavandino pulito.
Clay aveva bisogno di me ed io, da buon amico che ero, ci sarei stato e non l'avrei abbandonato.
«Vado a riposarmi un po'.» Baciai mia madre sulla fronte e salii in camera mia. Mi sdraiai su letto ed impostai la sveglia. Non appena toccai il cuscino chiusi le palpebre e mi addormentai.
Non so né come o perché, ma sognai di prendere a pallonate Destiny. Giuro che però non ci misi del mio!
La sveglia suonò alle cinque spaccate e, dopo aver constatato che mia madre fosse tornata a lavoro, mi iniziai a preparare per andare in palestra.
Inutile dire che con gli allenamenti a scuola e quelli in palestra, il mio fisico era uno dei migliori.
Entrai nell'atrio della palestra con il borsone posto su una spalla. Sorrisi e salutai Diana, l'anziana proprietaria, quando mi vide arrivare.
Era di statura media, capelli corvini e carattere solare.
Mi aveva visto crescere, lei e mia madre erano e sono tutt'ora grandi amiche. Era stata una delle poche persone a restarle accanto dopo quello che era successo con quel bastardo di mio padre. Le aveva offerto sostegno morale e supporto, a differenza di alcune sue amiche che le avevano affibbiato la nomina di fallita perché era riuscita a farsi a mettere incinta ed ad essere lasciata quasi nello stesso periodo.
Un giorno, mentre ero in fila alla cassa per comprare alcuni degli ingredienti che sarebbero serviti a mia madre nel pomeriggio per la torta che voleva parlare, sentii due donne parlare male di lei. Ascoltai attentamente ogni singola parola prima di asfaltarle completamente.
«Deve essere davvero noiosa la vostra vita se la passate a commentare tutto ciò che fanno le altre persone, non credete?»
«Saresti?» chiese una, palesemente con la puzza sotto il naso.
«Il figlio. risposi con nonchalance, gustandomi la loro espressione imbarazzata.
«Tua madre non ti ha insegnato a farti gli affari tuoi?» rispose l'altra con stizza.
«A quanto pare neanche le vostre.» risposi, pagando con la carta di credito.
«Ma guarda tu se devo sentirmi fare la morale da un ragazzino.»
«Sarò anche un ragazzino, ma io le cose che ho da dire le dico in faccia e non alle spalle.» conclusi, rimettendole al loro posto.
Da quel giorno non dissero più niente sul suo conto.
Un'altra ad essere rimasta sempre al fianco di mia madre è stata Margaret, la madre di Tyler e sua amica dai tempi del liceo. Avevano intrapreso la carriera universitaria insieme, tanto da diplomarsi nello stesso giorno.
Si erano divise, se così vogliamo dire, solo nell'ambito lavorativo poiché a Margaret interessava l'alta moda e a mia madre la medicina. Non c'era giorno però in cui non si contattassero o sostenessero a vicenda. Legami simili resistevano al tempo, agli impegni ed agli imprevisti. Non erano assolutamente distruttibili.
«Sei ancora più bello dell'ultima volta, ma cosa ti dà da mangiare Cassandra?» Diana mi sorrise dolcemente, accarezzandomi il viso.
Scoppiai a ridere e la ringraziai per il complimento.
«Solito allenamento, oggi?»
«Finisco un'ora prima. Ho un impegno stasera.»
Gli occhi di Diana divennero curiosi. «Esci con qualcuna?»
Scossi la testa. «Vado a trovare Clay.» nominando quella piccola peste, sorrisi.
Le labbra di Diana si incurvarono in un sorriso dolce. «Sei un bravo ragazzo, Ryan.» Ricambiai con un sorriso e presi la chiave del mio armadietto.
«Ah, quasi dimenticavo. Una ragazza si è appena iscritta ma non essendo molto pratica di allenamenti e corsi vari, le ho detto di aspettare te per farle chiarezza. Vieni qui da tanto e conosci la mia palestra come se fosse tua.» mi spiegò con un sorriso, cliccando sul mouse del computer ed aggiornando il database.
«È carina almeno?» chiesi scherzando.
«È bellissima, di questo non hai di che preoccuparti.» mi rassicurò lei.
Dopo che mi ebbe detto dove fosse, ossia davanti la sala pesi, così la raggiunsi.
Era al telefono, di spalle, quindi non si accorse della mia presenza.
Diedi un'occhiata veloce alla sua figura intera ed una più approfondita al suo fondoschiena. Niente male, davvero.
«Da dove vuoi iniziare?» chiesi, facendola voltare.
Imprecai mentalmente quando Destiny puntò i suoi occhi sulla mia figura.
Sembrava che qualcuno godesse nel farmela trovare continuamente tra i piedi.