Capitolo 8

1611 Parole
Ryan's Pov Un'espressione sorpresa le si dipinse sul viso magro e completamente struccato. Rimasi sorpreso nel constatare che fosse l'unica ragazza di mia conoscenza che non si truccava per andare in palestra. Brooke e Hope? Loro non sapevano neanche cosa fosse una palestra, figuriamoci. «Quante possibilità c'erano che fossi tu il ragazzo che mi avevano detto di aspettare?» «A quanto pare, non poche.» le risposi, leggermente infastidito dalle circostanze. «Posso chiedere a qualcun altro se è un problema.» propose ed io la guardai con un sorriso stampato sulle labbra. «Cos'è, senza Tyler al tuo fianco sei meno sfacciata?» Squadro il suo viso e punto i miei occhi nei suoi pozzi verdi. «Voglio solo evitare che si creano altri problemi.» «Tra noi, dici? Figurati, non ti calcolo neanche.» . «Perfetto, allora.» Scrollò le spalle e se ne andò, raggiungendo la fine del corridoio. Guardò a destra e sinistra, chiedendosi quale fosse la direzione giusta. «Qualche problema, biondina?» Mi leccai le labbra e lei proseguì, ignorandomi. La seguii quando girò l'angolo. Aprì lo spogliatoio maschile e le guance le si tinsero di rosso. Richiuse la porta davanti sé e mi venne addosso, trovandomi esattamente dietro di lei. «Sbagliato stanza, dolcezza?» «Un semplice errore di percorso, ciuffo biondo.» La presi per il polso quando tentò di superarmi. «Mi piacerebbe di gran lunga osservarti mentre ti perdi per la palestra ma ho allenamento tra poco quindi seguimi, biondina.» La superai lei mi venne dietro. Aumentò il passo e me la ritrovai affianco, ma bastò poco che tornai in vantaggio. La palestra in cui ero solito allenarmi presentava dei graffiti colorati all'esterno raffiguranti ragazzi e ragazze che si allenavano mentre l'interno era suddiviso in tre piani. Al primo piano c'erano sia Diana che accoglieva i nuovi clienti sia piccole sale in cui fare yoga o aerobica. Il secondo piano veniva utilizzato per i vari sports, come l'hip-hop e lo judo. Al terzo piano piano c'erano le sale pesi in cui potersi allenare e tonificare il proprio corpo. Mi fermai solo quando fui davanti la sala pesi e lei mi venne addosso un'altra volta. Se non avessi capito che tipa fosse, avrei creduto che lo stesse facendo apposta. «Ma ce la fai?» «È la sala pesi questa?» Guardò curiosa i ragazzi allenarsi ed io la imitai. Uno le fece l'occhiolino e lei guardò da tutt'altra parte. Incrociai le braccia al petto e la guardai con un sorriso impertinente. Sentendosi osservata, si voltò. «A quanto pare sono l'unico a cui non piaci.» Salutai il mio personal trainer e tornai a prestarle attenzione. «Neanche mi conosci.» «E non voglio farlo. Sono gentile con te solo perché è stato Tyler a chiedermelo, biondina.» replicai con nonchalance. «Se non vuoi esserlo, non esserlo. Non ho bisogno del contentino.» «Tyler crede di sì.» «Non credevo fossi tipo da far decidere gli altri per te.» «Non lo sono, infatti. Tyler tiene a te per qualche assurdo motivo, cerco solo di fare meno lo stronzo.» ribattei. «Non che tu ti stia impegnando molto.» Scoppia a ridere perché infondo non aveva tutti i torto. «Solito allenamento oggi, Ry?» Jessica mi avvolse le braccia intorno al collo ed il suo profumo mi invase. Indossava una tuta stretta bianca che fasciava il suo corpo tonico alla perfezione. «Hey, Destiny.» Jessica accennò un sorriso nei confronti di Destiny che ricambiò. Quando si erano conosciute? «Non mi hai più fatto sapere nulla riguardo la proposta che ti ho fatto stamattina.» «Rovinerei la squadra se entrassi a far parte delle cheerleaders.» Me la immaginai stretta in una divisa striminzita con le gambe lunghe visibili grazie alla gonna corta ed il seno messo in risalto dalla canottiera fina. Respirai rumorosamente a causa di quei pensieri indecenti, ma nessuna delle due si accorse di niente. «Questo lascialo giudicare a me.» Jessica le sorrise gentile. «Io le crederei sulla parola.» affermai. «Ed io darei retta a lui. Grazie ancora per avermelo chiesto, Jessica ma vi sarei solo d'intralcio.» «Come vuoi.» «Grazie per avermi mostrato la palestra.» «Non ho bisogno del contentino neanch'io, biondina.» replicai. «Era gentilezza, la mia.» chiarì, entrando in sala pesi dove catturò l'attenzione di metà ragazzi. Entrò subito in confidenza con Wesley, personal trainer che per un periodo di tempo aveva allenato anche me così, certo che fosse in buone mani, seguii Jessica negli spogliatoi vuoti. «Cos'è, ci sei diventato amico adesso?» chiese, inserendo le cuffie nell'Iphone e prendendo l'occorrente per l'allenamento intenso a cui l'avrei sottoposta. «Aveva bisogno di qualcuno che le mostrasse la palestra ed io ero libero.» Jessica annuì e mi seguì fuori. La lunga coda castana ondeggiava a destra e a sinistra, sfiorandole le spalle nude e macchiate da un piccolo tatuaggio che si era fatta al compimento dei sui diciotto anni. In sala pesi, mi posizionai sul tapis roulant mentre Jessica sulla panca per gli addominali che le consigliai di fare lentamente e respirando. Correndo, il mio sguardo cadde sul fondoschiena sodo di Destiny, le cui forme erano visibili nonostante indossasse una tuta grigia. Deglutii leggermente, distogliendo lo sguardo. Sebbene fossero state diverse le ragazze che avevano cercato di attirare la mia attenzione, l'unica ad esserci riuscita senza realmente volerlo era stata proprio lei. *** Arrivai in ospedale per le nove passate. Il piccolo cortile che circondava il perimetro della struttura medica era illuminato dalle luci soffuse dell'ospedale mentre alcune panchine erano occupate da pazienti accompagnati dagli infermieri che gli erano stati assegnati non appena arrivati lì. Trascinai i piedi sulla ghiaia fino all'ingresso dove riconobbi il viso familiare di Camille, caporeparto insieme a mia madre, immerso nelle scartoffie dell'ospedale. Il caschetto ramato e disordinato risaltava il suo viso piccolo e delicato, nonostante l'età da trentacinquenne. Il naso alla francese si baciava perfettamente con le labbra a cuore. «Dovresti lavorare di meno ed uscire di più.» la salutai, interrompendo la revisione di quei documenti che presto o tardi le avrebbero causato un'emicrania. «Non ho più quindici anni, Ryan.» mi riprese, premendo i polpastrelli contro le tempie. «Se vogliamo essere fiscali, non sembra che tu li abbia mai avuti.» «Cosa te lo fa credere?» «Indossi gli stessi vestiti che hai messo l'altro giorno ed hai una stanchezza addosso che fa sbadigliare soltanto a guardarti.» «E con questo? Credi che non mi diverta?» «Sinceramente? Affatto.» ammisi. «Ah sì? Vuoi insegnarmelo tu?» «Potrei darti qualche dritta, non lo nego.» «Illuminami, allora.» «Hai presente quel tipo?» Camille seguì il mio sguardo. L'oggetto delle nostre attenzioni fece finta di nulla, ma mi ero accorto che non aveva staccato gli occhi di dosso da Camille neanche una volta. «Invitalo ad uscire, vi prendete un drink, la tensione si scioglie, gli sfiori accidentalmente la coscia e da cosa nasce cosa.» Camille mi guardò divertita. «Come ti chiamano, s*x simbol?» «Qualcosa del genere.» risposi, facendole l'occhiolino. «Sono davvero così disastrosa?» Scossi la testa. «Il potenziale lo hai, devi solo valorizzarti di più.» ammisi e lei annuì. Mi allontanai lentamente e lei subito lo notò. «Hey, dove stai andando?» «Da Clay.» «L'orario di visite è terminato ore fa.» «Dovrai modificarlo.» «Ryan.» mi richiamò, ma non mi fermai. «Metti un bel vestito nero scollato, ti risalta i capelli.» «Ti do' un'ora di tempo.» Aumentai il passo e raggiunsi camera di Clay. Lo trovai sveglio, nel letto a leggere un libro d'avventura. Metà corpo era sotto le lenzuola mentre con la schiena premeva contro il cuscino morbido che gli avevo comprato appositamente. Volevo che Clay avesse ogni tipo di confort possibile in quell'ambiente angusto. «Hey campione.» lo salutai, sorridendo. I suoi occhi piccoli e dispettosi si posarono sulla mia figura. Allungai il pugno contro il suo corpicino e lui ci premette le nocche contro. Posai il borsone per terra ed estrassi qualche panino ed una cocacola dal sacchetto del McDonalds. «Sono per me?» Clay sgranò gli occhi. «No, Camille mi ha detto che hai già cenato.» mentii, divertendomi un po'. L'espressione felice sul suo viso si attenuò lievemente, lasciando spazio ad una imbronciata. Le guance si gonfiarono ed io non riuscii a trattenere una risata. «Certo che sono per te, campione. Anche se volessi, sono un'atleta e non posso mangiare queste bombe caloriche.» replicai, porgendogli i panini. «Camille mi ucciderà.» «Non se non lo scopre.» gli feci l'occhiolino e lui mi sorrise. Trascorsi il resto del tempo a guardarlo mangiare, chiacchierare con lui e portarlo in bagno quando lo necessitava. Spostarsi con la sedia a rotelle in uno spazio così piccolo era faticoso, ma fingevo che non lo fosse. «Ho intenzione di portarti fuori, un giorno di questi.» «I miei non te lo permetteranno.» Clay giocò con le sue mani. «Ti hanno detto qualcosa?» «Solo di non esserti troppo amico.» «E tu vuoi dargli retta?» Clay scosse la testa. «Questo è il mio ometto.» Gli porsi la mano e lui mi diede il cinque. «Sei l'unica persona che non mi tratta come un malato.» «Perché non lo sei, Clay. Sei un bambino come tutti gli altri.» «Se lo fossi, non sarei qui.» Era raro che Clay parlasse della sua paraplegia, ma quando succedeva cercavo sempre di fargli cambiare argomento. Quella volta decisi di non farlo. Mi abbassai alla sua altezza e lo guardai negli occhi. «È questo ciò che pensi? Che sei diverso dagli altri? Che non vali un cazzo solo perché le gambe hanno smesso di funzionarti?» le mie parole vennero fuori aspre, quasi cattive. «Penso solo che sia normale domandarmi perché sia accaduto proprio a me.» Clay si strinse nelle spalle. «Poteva accadere a te come a chiunque altro.» Gli accarezzai il viso. «Ricordati campione che Dio dà le battaglie più dure ad i suoi soldati migliori.» Gli diedi un piccolo buffetto sulla guancia e Clay mi abbracciò. «Ti voglio bene, Ryan.» «Anch'io, piccolino.»
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