Prologo — Il Giuramento della Luna
Ivara
Ci sono ricordi che invecchiano con noi, e ce ne sono altri che restano immobili, come insetti prigionieri dell'ambra. Il mio ha dodici anni. Ha il colore del miele e l'odore del legno bruciato. Ha il sapore di una menzogna che non ho saputo riconoscere.
Ho quattordici anni. Ryven ne ha diciannove. Siamo nella radura dietro la fucina di mio padre, quella dove i figli dell'alfa si allenano alla spada d'estate. La luna è immensa quella sera, così bassa che si crederebbe di poterci salire a mani nude. L'erba è bagnata. Ricordo la sensazione esatta: i miei piedi nudi che affondano nel fresco, e l'orlo del mio vestito bianco macchiato di verde.
Ryven mi sorride. Mi sorride come si sorride a una piccola cosa preziosa che si vuole addomesticare, e non capisco ancora che quell'espressione non ha nulla a che vedere con l'amore. Credo che sia amore. A quattordici anni si credono tante cose.
— Ivara, dice, inginocchiandosi nell'erba umida.
Si inginocchia per mettersi alla mia altezza. È forse la prima volta che un uomo della sua stazza mi guarda dal basso verso l'alto, e questa impressione mi sale alla testa come un vino troppo dolce.
— Ivara, sai cosa dice la vecchia Selene, su di te e su di me?
Scuoto la testa, mentre in verità lo so. Tutto il branco lo sa. La sciamana ha letto le ossa tre volte, e tre volte ha visto la stessa cosa: i nostri due nomi intrecciati attorno a una stessa radice. Lo so, ma voglio che me lo dica lui. Voglio sentire le parole dalla sua bocca.
— Dice che sei tu quella che la luna ha scelto per me.
Prende la mia mano. La sua è calda. La mia trema un po', e credo che lui lo attribuisca all'emozione, mentre è il freddo.
— Allora io, Ryven Blackthorn, sotto la luna di questa sera, ti faccio giuramento. Un giorno ti marcherò. Un giorno sarai la mia compagna e io il tuo compagno, e i nostri due branchi non saranno più che uno.
Non so ancora che nel suo giuramento c'è un ordine esatto. I nostri due branchi non saranno più che uno. Non è ti amerò. Non è ti custodirò. È già un trattato. Ma a quattordici anni si sente solo ciò che si vuole sentire.
Rispondo, con la gola stretta:
— E io, Ivara Nightvale, sotto la luna di questa sera, ti faccio giuramento. Un giorno ti seguirò. Un giorno sarò la tua compagna, e nessuno — nessuno — potrà mai separarci.
Lui ride. Una risata giovane, una bella risata, e penso che quella risata è mia, solo mia. Si china e bacia la mia fronte, tra le due sopracciglia, nel punto esatto dove, più tardi, una sciamana cieca poserebbe il pollice mormorando: è già tessuta per altro che te, bambina mia, ma tu sei troppo sorda per sentirlo.
Quella notte, al ritorno, mia madre mi trova nel corridoio che sorrido da sola. Mi guarda a lungo. Non dice nulla. Vedo soltanto, più tardi, ripensando a quello sguardo, che sapeva già. Sapeva, e non ha detto nulla.
Ci sono amori che cominciano con una menzogna piantata nel cuore, come una scheggia. Non li si sente, all'inizio. Ci si dorme sopra, ci si cammina sopra, ci si ride sopra. E poi un giorno la scheggia ha fatto marcire tutta la mano, e bisogna chiedersi come non si sia visto, come non si sia sentito, come si sia potuta portare quella sofferenza per un vero calore.
Dodici anni dopo, sono in piedi davanti a uno specchio, in un abito ricamato per una festa. È il nostro settimo anniversario di matrimonio. Il mio compagno-che-non-è-tale sta ridendo al piano di sopra con qualcuno che non voglio ancora nominare. La luna è alta. Non è più bassa come quella notte. Non è più a portata di mano.
Mi guardo nello specchio, e penso alla bambina della radura. Penso al suo vestito macchiato d'erba. Penso al suo giuramento.
Mormoro, piano, a quella bambina morta in me:
— Perdonami. Riprenderò ogni parola di quel giuramento. Una per una.
E mi giro, e scendo le scale, e il romanzo comincia.