Eccone qualche citazione a suffragio della tesi:
“Senza contrari non v'è progresso. L'attrazione e la ripulsa, la ragione e l'energia, l'amore e l'odio sono necessari all'esistenza dell'uomo. Da questi contrari deriva ciò che gli uomini religiosi chiamano il bene e il male. Il bene è la passività che obbedisce alla ragione, il male è l'attività che sorge dall'energia”.
“Dice il diavolo: “...L'uomo non ha un corpo distinto dall'anima: ciò che si chiama corpo è una parte dell'anima, staccata dai cinque sensi, porta principale dell'anima ai nostri tempi. L'energia è l'unica vita ed essa viene dal corpo; la ragione è il confine e la circonferenza esterna dell'energia”.
“Gli uomini hanno dimenticato che tutte le divinità risiedono nel petto umano”.
“Le gioie enfiano. I dolori fanno progredire”.
“Porti l'uomo la pelle del leone, la donna il vello dell'agnello”.
“Il pudore è la veste dell'orgoglio”.
“Nessun uccello vola troppo in alto, se vola con le proprie ali”.
“Disprezza i freni. La beatitudine è abbandono”.
“Io chiesi: “Il fermo convincimento che una data cosa sia fatta in un dato modo, basta a renderla tale?”. Egli (Ezechiele) rispose:
“Tutti i poeti lo credettero e nelle epoche dell'immaginazione il fermo convincimento moveva le montagne; ma non molti sono capaci di una ferma convinzione di sorta... Il genio poetico (come ora lo si chiama) fu il primo principio onde derivarono tutti gli altri”.
E l’anima riprende la sua ascesa, in uno straordinario rivolgimento di valori. Procedendo verso la mèta, lo spirito si perfeziona:
“Quali infanti discendiamo
Nelle nostre ombre sulla terra”.
Ecco un altro concetto basilare di Blake: Egli considera la vita umana non come una discontinua parvenza di fenomeni, ma come una manifestazione particolare dell'essere eterno. Da svegli (nel senso buddhista della parola), noi viviamo nell'eternità; quando dormiamo, viviamo nel tempo. La sua idea della realtà sta all'opposto del concetto comune. Solitamente, quando parliamo della realtà di un oggetto, noi intendiamo con ciò la sua sostanza materiale. Blake considerava proprio questa come la maschera mortale, la sola ombra degli oggetti. Per lui, la realtà è costituita dallo spirito vivo ed operante, mentre la forma “corporea” o “vegetativa” non è che un'ombra fuggitiva.
Questo suo sprezzo della “realtà” esterna arrivò a fargli dire, quando l'età gli aveva ormai reso pesante il corpo mortale: “Quanto a me, dichiaro che non avverto nemmeno la creazione esterna; per me, essa è un impedimento e non un'azione; è il fango sui miei piedi e non me stesso”. Egli ravvisava nell'uomo una immagine di Dio e consustanziava l'umanità con la divinità, nel senso che faceva dipendere la divinità dell'uomo dalla misura della sua umanità. La redenzione consisteva per lui nella coscienza, nel rendersi coscienti, nel “risveglio” (Buddha). Tesi dunque nettamente mistica, la quale risulta appieno nel celebre detto: “Iddio agisce ed esiste solo negli esseri e negli uomini”; frase questa che si ricollega ai detti di Maestro Eckhart e Silesio ed a quanto, una generazione più tardi, disse Goethe ad Eckermann: “La divinità opera nei vivi e non nei morti, nel divenire e nella trasformazione, e non in ciò che è già divenuto e fisso”. La redenzione è raggiunta per mezzo della divina fantasia (poetica), identificata con Gesù, che è per Blake “Dio che diventa uguale a noi, affinché noi possiamo essere uguali a lui”. (Cfr. M.o Eckhart e Silesio per tesi affini).
Grazie a questa sua fede nell’attività demiurgica e redentrice del poeta, Blake si collega ai romantici, ed in particolare ai teorici del movimento in Germania, a Baader, a Novalis, a Shelley. (Cfr. in proposito ad esempio, il bellissimo libro di Albert Béguin, L'art romantique et le rêve, Parigi, 1939).
Esaminando l'attività dell'impulso “poetico”, Blake scopriva l'operato di tante “deità a o “geni” (o “principi”, diremmo noi), i quali lottano per il trionfo del mondo spirituale. Descriverli sarebbe stato contrario al suo concetto poetico. Perciò — e come identificarli altrimenti? — Blake ebbe l'ardire, forse eccessivo, di attribuire a questi principi operatori dei nomi arbitrari: indi sorgono le maggiori difficoltà per comprendere il suo pensiero. Nessun dubbio che il Nostro sia stato bene in chiaro con se stesso e con quanto voleva dire; ma con ciò lo svisceramento del significato diventa troppo arduo: come trovare infatti un filo conduttore tra i nomi spesso assai strani e fra le parole che sono spesso impiegate in un senso che si scosta da quello comune? Certo si è che dall'altra parte noi sentiamo ad ogni lettura come le poesie di Blake siano un terreno ancora vergine, che noi possiamo esplorare a nostro talento ed ex novo. Tale esplorazione è resa assai difficoltosa anche dal fatto che “Blake aveva una mente potente ed indipendente, che sapeva muoversi con una tremenda energia e con uno slancio intemerato; ma egli rimase svantaggiato dalle lacune della sua educazione giovanile e non disponeva di mezzi sufficienti all’immane scopo che si era prefisso. Così, assai spesso, anziché attingere ai tesori della lingua, come aveva fatto Milton, che egli riveriva sopra ogni altro poeta, Blake fu costretto a ricorrere ad espedienti, ad usare una parola comune in un senso diverso od anche del tutto staccato da quello comune”, (Plowman, op. cit.). Non ci deve fare meraviglia dunque, se con frasi come “il sentiero occidentale”, “la porta della lingua”, “la dolce notte di Beulah”, egli intenda eventualmente l'eternità, la ragione, il mistero, ecc. Il suo pensiero è interamente originale; egli si formò da sé e non seppe mai ripetere i concetti degli altri: il suo solco è solitario ma profondo e diritto; basti ricordare la sua acuta analisi del Cristianesimo, con la quale precorse nettamente i suoi tempi. Certo, la lettura di Blake ci lascia spesso perplessi, ma “chi si accontenta di vedere rispecchiati i propri pene sieri, farà meglio ad evitare Blake: il giornale gli sarà più utile”.
Blake stesso chiama la sua opera “visionaria e fantastica”; essa, presa nel suo complesso, è un tentativo di ricostruire ciò che gli antichi chiamavano “l'età dell'oro”, l'età cioè in cui gli uomini erano coscienti della presenza degli dei, non quali mostruose creature sprezzanti i piccoli mortali, ma quali poteri spirituali insiti nell'uomo ed operanti in cosciente armonia con esso. Il carattere della presente introduzione ci vieta purtroppo di approfondire gli interessanti paralleli tra questo pensiero e i concetti di Nietzsche, come pure di esaminare dettagliatamente la relazione tra le idee di Blake e certe concezioni dell'attuale psicologia, per la parte che è riservata in ambedue all’elemento “coscienza”: molti concetti basilari di questa moderna scienza, specie per l'aspetto in cui essi vennero ultimamente formulati da C. G. Jung e dai suoi seguaci, si ritrovano, espressi chiaramente, nel pensiero del Nostro. Ricordiamo in ispecie la sua interpretazione degli impulsi sessuali, del bene e del male, della duplice natura degli spiriti (cfr. il principio-base della psicologia analitica: “ciò che è sottratto all'incosciente, è tolto alle forze demoniache”), delle emanazioni che fanno parte dei suoi personaggi mitico-simbolici (tutti quanti, vale appena la pena di rilevarlo, personificazioni di impulsi spirituali) in un modo che ricorda strettamente il rapporto di forze “anima-animus” nella tesi dello psicologo svizzero, oppure le “shakti”, complementi femminili della deità nella mitologia brahmanica, a cui questi talvolta si richiama. Bastino però questi accenni.
Giova rilevare che, nonostante la parvenza, Blake non si perdette mai in concezioni nebulose. Egli è fermamente convinto che la conoscenza delle vere cause saprà dirigere il pensiero degli uomini su oggetti degni della loro contemplazione, rialzandoli dalla rovinosa distrazione, dovuta all'accoglimento delle evidenze materiali. L'età aurea risorgerà quando la divina fantasia — amore cosciente e comprensivo -- sarà ridiventata il centro della meditazione umana, sì che le divinità in conflitto nell'animo umano piegheranno la fronte dinanzi al solo potere atto a dominarle.
Non esiste dunque, come dicemmo, alcuna “via reale” per comprendere appieno il pensiero di Blake. Ogni tentativo d'interpretazione avrà scarso valore e un significato solo arbitrario. Citiamo comunque la biografia del Gilchrist, il saggio critico di Swinburne, il “William Blake, Filosofia e simboli” di Foster Damon come i migliori studi del genere.
Ma, in sostanza, Blake non ha bisogno di commenti. Proseguendo il cammino nella selva intricata delle sue immagini poetiche, inciamperemo spesso e spesso perderemo la strada; ma intorno a noi, seppur lentamente, le tenebre cominceranno a diradarsi e i rari lampi d'illuminazione compenseranno la nostra difficile peregrinazione nel buio. Blake assegnava alla poesia dei poteri profetici: tale sua pretesa non sembra ingiustificata: noi incontreremo infatti quasi ad ogni sua pagina delle parole che ci stupiranno per le interpretazioni cui si possono piegare rispetto a scoperte assai posteriori.
Blake, in sostanza, era “uno psicologo che credeva nei sogni, un criminalista convinto della futilità della pena; un pacifista che comprendeva le ragioni della guerra; un artista persuaso delle finalità dell'arte; un mistico che odiava il mistero; un educatore che credeva nei bimbi; un cristiano che credeva in Gesù Cristo”.
IV.
Quanto alla “Gerusalemme” che qui presentiamo al pubblico, vorremmo aggiungere qualche breve osservazione. In linea di massima, ci siamo attenuti alla più scrupolosa fedeltà al testo collazionato; qualche leggera variante fu introdotta in alcuni rari casi ove la comprensione del testo sembrava del tutto impossibile. Frequenti sono invece le modifiche dell'interpunzione, e ciò non solo per la diversità tra le due lingue, ma anche perché l’interpunzione di Blake è scorretta pur rispetto all'ordinaria costruzione del periodo nell'inglese, e anche perché Blake, in dispregio al lettore troppo “letterale”, introduceva ad arte dei segni d'interpunzione atti solo a rendere più difficile la comprensione della frase. Abbiamo poi abolito del tutto il continuo uso delle maiuscole, dovuto in parte alla disposizione tipografica dell'incisione nell'originale, in parte ad intento simbolico; infatti, non è certo la stessa cosa, quando Blake parla di “Uomo” o di “uomo”, ecc. Ma l'italiano rifugge da tale artificio, il quale avrebbe aumentato le difficoltà del testo, già rilevanti di per sé. Abbiamo invece inserito nella nostra versione la numerazione delle incisioni (da 1 a 99) che accompagnano il testo; essa sarà utile ai riferimenti.
La “Gerusalemme, emanazione del gigante Albione”, scritta probabilmente nel 1804, si divide in quattro parti, dedicate, la prima al pubblico, la seconda agli ebrei, la terza ai deisti, la quarta ai cristiani. Brevi spiegazioni in prosa precedono le singole parti.
Ad onta della più volte rilevata arbitrarietà di ogni interpretazione, tentiamo comunque, a guida del lettore nuovo al tema, qualche accenno, desunto dallo stesso testo. Inutile dire che questi accenni rivestono un valore puramente personale.
Con “Gerusalemme”, l'autore intende la libertà interiore dell'animo; con “Albione”, la religione “pura”, sorta dalla conciliazione e dall'equilibrio del bene e del male, in una superiore unità spirituale; ciò non toglie che in pari tempo “Albione” (cui, per la necessità del nesso logico, abbiamo mutato sesso: infatti, nella nostra versione esso è maschile, contrariamente all'uso della lingua, che lo vuole femminile) è anche un simbolo dell'Inghilterra: ma è un'Inghilterra ideale, l'Inghilterra dell'età aurea in cui regnerà appunto questa religione pura. Indi la frequente contrapposizione di Albione che “regna” sulla “Bretagna”.
All’inizio del dramma spirituale, Albione muore. Sulla sua fredda tomba si scatena una tempesta di affetti umani privati della loro sicura guida. Corrono per il mondo le passioni e le guerre. Enitharmon, l'“emanazione” di Albione, piange sulla tomba; Los, ossia l'animo umano “comune”, mondano, batte sulle incudini e foggia nelle sue fornaci i nuovi destini e le nuove forme. Ma alla fine del poema, Albione si risveglia, le forme “vegetative” assurgono ad una vita più alta, i contrari si conciliano in una superiore unità e risorge l'età dell'oro.
Los è diviso in tre entità: Vala (che a volte figura come l'“ombra” di Gerusalemme), madre del “corpo mortale”, ossia la natura, il decadimento del potere organizzato; Urthona, che è la regione inferiore dell'umanità; Rahab, ossia il sistema della “virtù morale” codificata, inferiore. Emanazione di Los è Enitharmon, dolente figura femminile, che intesse sugli aurei telai i veli di sogno in cui avvolgere la brutale realità del mondo.
I quattro “Zoa”, personificazioni delle attività dell'animo umano nel presente suo stato inferiore, sono Urizen, Luvah, Tharmas e Urthona, corrispondenti, secondo un passo del testo, alla ragione, alla brama, all'ira ed alla pietà. Ma Luvah è pure un simbolo della Francia illuministica. Urthona è lo “spettro” di Luvah; giova qui rilevare, che nel concetto di Blake, gli “spettri” sono delle entità ben diverse dalle “emanazioni”, e simboleggiano, a nostro avviso, il “potere razionale”, quasi il “corpo astrale” di ogni ente.
Beulah è il regno della “vegetazione”, il regno delle ombre, l'attuale mondo della ragione; e questo mondo è spesso raffigurato sotto il nome di “Ulro”, sottoposto a tre stati: creazione, redenzione, giudizio.
Sorgono da Albione, “spettrali figli d'Adamo”, le dodici affettività umane, Scofield, il guerriero, e i suoi compagni, Hand, Hyle, Kox, Cotope, ecc.: affezioni del mondo “razionale”.
Ad essi si contrappongono le dodici figlie d'Albione, recanti nomi ora biblici, ora shakespeariani, ora di pura fantasia: Cordella, Gonorill, Gwinewera, Gwendolen, Cambel, Conwenna, Ignoge, Gwinefred, Sabina, Estrilde, Mehetabel, Ragan, “emanazioni dei dodici figli d'Albione” e “figlie di Beulah”.
Le “fornaci” simboleggiano l'attività creatrice maschile, i “telai” quella femminile.
Tralasciamo di accennare alle mille altre figurazioni secondarie.
In tutta la sua lunga vita, Blake, secondo la testimonianza di sua moglie, “stava nel paradiso”. Egli era convinto delle visioni che non lo lasciavano mai e discerneva chiaramente gli esseri spirituali che lo circondavano. Usava sostenere di avere scritto i “libri profetici” sotto dettatura spirituale e riteneva che questa “Gerusalemme” fosse “il più alto poema sulla terra”, riservandosi il diritto di lodarla, senza ombra di vanteria, poiché se ne riteneva solo l'umile segretario, mentre “i suoi autori vivono nell'eternità”.