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La scala a chiocciola

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Trafiletto

La giovane Helen ha trovato un nuovo lavoro presso la famiglia Warren, badante e cameriera dell'anziana padrona di casa, costretta a letto da una grave malattia. Ma tutti gli abitanti della casa sembrano posseduti da una specie di ambigua indifferenza, quasi rassegnati a un destino di solitudine e di isolamento. E proprio attorno alla residenza Warren vengono ripetutamente uccise alcune ragazze, tutte impiegate nei dintorni come cameriere. Un serial killer, uno strangolatore, agisce indisturbato, utilizzando, per i suoi delitti, una sciarpa bianca di seta. In una notte di violento temporale, dopo una serie di "strane" coincidenze, vittima di una tremenda macchinazione, Helen rimarrà da sola, faccia a faccia, con il suo assassino. Un vero e proprio classico del brivido da cui fu tratto il mitico (e omonimo) film diretto da Robert Siodmak.

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1. L'albero
1. L'albero Helen si rese conto di aver camminato troppo solo quando cominciò a fare buio. Si fermò e si guardò intorno, restando impressionata da quella campagna così desolata: la sua era stata una passeggiata lunga, ma non aveva incrociato anima viva e non aveva visto nemmeno una casa. I costoni alti dei sentieri le limitavano l'orizzonte e sembravano piste fangose; la collina era solo un mucchio di tumuli di terra arida, di colore nero seppia, ricoperti appena da un velo di pioggia residua. Sulla natura pesava un senso di attesa greve, come se sulla valle stesse per abbattersi un uragano. Lontano, troppo lontano per far pensare all'avvicinarsi di un temporale, si sentiva il debole e modulato rombare del tuono. Per fortuna Helen era realista, era abituata a fronteggiare decisa i problemi, non era capace di commiserarsi. Fantasiosa ma dotata di buon senso, piccola e pallida come una fetta di luna, si salvava dall'anonimato grazie alla sua chioma rossa, luminosa e soffice. Anche se dal suo aspetto non traspariva, amava la vita appassionatamente: per lei il domani significava una speranza continua, per cui ogni giorno era il benvenuto, ogni ora e ogni momento un motivo di interesse. Da bambina annoiava i passanti chiedendo l'ora, non per la banale curiosità di correr dietro al passare del tempo, ma per poter vedere i loro orologi. Non era cambiata neanche quando si era dovuta guadagnare da vivere, lavorando sotto il tetto di chi, fortunato, possedeva una casa. L'aveva terrorizzata solo una cosa, l'essersi rimasta senza lavoro. Immaginava quante fossero state le risposte all'inserzione che richiedeva una ragazza alla pari per la casa di campagna del professor Warren ma, appena arrivata a Summit, aveva capito quanto l'isolamento di quella casa avesse contribuito a farla uscire dalla lista dei disoccupati. Summit si trovava nel punto di incontro di tre contee, proprio al confine tra l'Inghilterra e il Galles, un un angolo remoto. La città più vicina era a trentatré chilometri, il paese meno lontano diciotto. Nessuna domestica riusciva a resistere in un buco abbandonato come quello, un grosso buco dal quale andava e veniva un ricambio cronico di personale di servizio. La signora Oates che, insieme al marito, tappava come poteva quella falla, le aveva spiegato la situazione durante il loro primo incontro, su appuntamento, nella sala d'aspetto dell'agenzia di Hereford1. — Ho detto alla signorina Warren che doveva a tutti i costi trovare una ragazza alla pari, altrimenti non ce l'avremmo fatta. Una ragazza alla pari, questo ci serve. Helen sapeva bene che sul mercato, le ragazze alla pari non erano molto considerate, ma aveva già provato i piaceri di alcuni mesi di riposo forzato e ringraziava il cielo per la tranquillità che le offriva il fatto di andare a vivere in una famiglia, dopo settimane di «povertà», e usava questo termine soltanto perché «fame» non si trova nel vocabolario di una signora. A parte il totale isolamento della località, era un lavoro eccellente: non solo le avevano dato una bella camera e poteva mangiare benissimo, ma sedeva anche a tavola con la famiglia. Questo particolare valeva per lei più di un gesto di considerazione, perché le dava la possibilità di studiare il carattere e il modo di fare dei suoi nuovi datori di lavoro. Era una fortuna che fosse riuscita a inserirsi nella loro vita, perché le capitava raramente, per motivi economici, di poter andare al cinema, e non le restava quindi che trovare da distrarsi con il materiale puro e semplice che la vita le offriva. Da un certo punto di vista, la famiglia Warren riassumeva tutti gli elementi tipici del dramma da palcoscenico. Il professore, vedovo, e sua sorella, la signorina Warren, alla quale era affidata la cura della casa, avevano superato la mezz'età. Helen aveva già classificato personaggi: colti, educatissimi, formali, ma privi di qualsiasi calore umano. L'anziana Lady Warren, la loro matrigna, era inferma nella camera azzurra, era fatta di pasta ben diversa: una mistura di sangue e fango, agitata tre volte al giorno da una buona dose di pessimo carattere. Era il terrore di quella casa: il giorno prima aveva tirato in testa all'infermiera una tazza di zuppa, come signorile reazione nel vedersi privare della prediletta bistecca al sangue che non riusciva a masticare. Dotata di una mira eccellente, aveva raggiunto il suo scopo: quella mattina stessa Oates aveva accompagnato in città l'infermiera e era atteso per la sera con un nuovo bersaglio. Helen, che non aveva ancora incontrato la vecchia signora, provava grande ammirazione per il suo carattere. In casa non aspettavano altro che morisse, ma lei teneva ancora benissimo. Ogni mattina la Morte bussava educata alla porta della camera azzurra e Lady Warren la riceveva salutandola come d'abitudine, con il pollice al naso. Oltre alla delizia di questa commedia, Helen sospettava il solito triangolo tra il figlio del professore, la nuora e uno studente, ospitato in casa, che il professore preparava per l'Indian Civil Service. Il figlio, brutto ma intelligente, amava di una passione violenta la moglie Simone, donna di una bellezza straordinaria, ricca e molto libera nei costumi. Si serviva degli uomini per fare esperimenti. In quel momento stava chiaramente provando a intrecciare una relazione con lo studente, Stephen Rice, un bel ragazzo simpatico che era stato espulso da Oxford. A Helen, Stephen era subito piaciuto, e si augurava che continuasse a resistere alle avances della giovane signora. Anche se la curiosità per Summit e i suoi abitanti la coinvolgeva, quello che le interessava di più era compiere bene il suo dovere e per questo, accorgendosi che era tardi, fece una smorfia di disappunto. Cominciavano a scendere le prime ombre, preludio al breve intermezzo fra la luce di due giorni diversi. Presto sarebbe stato buio. Un bel pezzo di strada la divideva ancora da Summit. Poteva vederla da lontano, solida e accogliente, sullo sfondo delle colline già avvolte dalle ombre. Tra lei e Summit c'era ancora un avvallamento: l'argine scendeva per più di un chilometro verso un grande prato circondato di alberi e poi risaliva fino alla tenuta di Summit. Non mancava certo di forza d'animo, ma si sentì persa al pensiero di dover ripercorrere quell'avvallamento. Da quando era arrivata a Summit non finiva di stupirsi davanti a quella vegetazione rigogliosa. I cespugli di sempreverde del prato, deformati dalla foschia della sera, al tramonto del sole, sembravano muoversi e avanzare verso le mura della casa come ladri all'assalto che strisciassero lenti e furtivi. Sentendosi sicura come in una fortezza, si godeva dalla finestra il contrasto tra il giardino stregato e la casa allegra di luci e di voci. Lei era all'interno, sicura. Ora era all'aperto, e a più di tre chilometri di distanza. «Che idiota» si disse. «Non è tardi. È solo buio. Sbrigati!» Fissava la sua meta che, a ogni passo, giù per quel pendio, sembrava sprofondare piano nel terreno. Proprio nel momento in cui stava per scomparire dalla vista di Helen, la luce nella camera azzurra si accese. Le sembrò il segnale che la richiamasse a un suo preciso dovere. Ogni sera, al tramonto, doveva fare il giro della casa e chiudere le porte e le persiane. Fino a quel momento aveva preso quell'incombenza sorridendo di compatimento, tanto eccessiva le sembrava quella precauzione, ma ora, nella solitudine, al buio, aveva un significato inquietante. C'era un rapporto tra quel rito serale e un'atmosfera di tensione che si rendeva visibile con l'agitazione in cucina e il bisbigliare in salotto: su tutti gravava la consapevolezza di un delitto. Delitto. Helen, d'istinto, fuggì da quella parola. Era troppo razionale per non considerare il crimine come un banale espediente da romanzo, buono solo per fare notizia sui giornali. Impossibile credere che tragedie così accadessero veramente. Si sforzò di trovare qualcosa di più rasserenante. «Supponiamo che io vinca alla lotteria.» 2 Ma quando il sentiero si spinse in fondo nella valletta, con gli alti argini che oscuravano anche l'ultima luce, scoprì di avere pensieri che nessuna fantasia poteva distrarre. In quel momento pensava solo ai piaceri più semplici della sua vita: la sicurezza della cucina di Summit in compagnia della signora Oates e del gatto rosso, e lo sfrigolio del pane mentre si tostava per il tè. Riprovò. «Supponiamo che io vinca alla lotteria. Qualcuno deve pur vincere. Tra tanti milioni di persone che ci sono al mondo, ben poche sono destinate a vincere una fortuna. Incredibile.» Purtroppo a quella riflessione ne seguì un'altra. «Sì. E tra tanti milioni di persone che muoiono nel loro letto ce ne sono alcune destinate a essere uccise.» Bloccò la valvola delle riflessioni quando fu acquattata davanti all'entrata nera della valletta. Quando l'aveva attraversata nei primo pomeriggio si era preoccupata soltanto di trovare del terreno asciutto su cui camminare oltre il nero del pacciame, e l'unico pensiero che le era passato per la mente era stato che, durante la primavera, in quel posto dovevano esserci un sacco di primule. Adesso pensare alla primavera le sembrava una beffa. Avanzava su un terreno desolato e paludoso che offriva soltanto frutti abbattuti dal vento. Sentiva dei fruscii provenire dai cespugli e gli stessi alberi, nello scuro, in lontananza, assumevano un aspetto umano. E così, all'improvviso, il delitto non fu più una sciocca fantasia da rotocalco. Diventò qualcosa di reale, una terribile minaccia. Helen non riuscì più a non pensare a quello che la signora Oates le aveva raccontato sugli omicidi: quattro, di sicuro opera di un serial killer che sceglieva come vittime delle ragazze. I primi due erano stati commessi in città, troppo lontano per impensierire gli abitanti di Summit. Il terzo in un paese, anche quello abbastanza distante da lasciare tranquilli. L'ultima ragazza, invece, era stata strangolata in una casa di campagna isolata, a poco più di sette chilometri dalla casa del professore. Sgradevole constatare la crescente sicurezza dimostrata dall'assassino. Orgoglioso dei propri successi era andato sempre più interferendo nella privacy delle sue vittime. «La prima volta ha agito per strada» pensò Helen. «Poi in un giardino. Dopo in una casa. E infine, addirittura, in una camera da letto, un posto in cui non si dovrebbe avere paura di nulla.» Decisa a non lasciarsi prendere dal panico, Helen smise di controllare i propri passi scansando i solchi pieni d'acqua, e immerse senza più preoccuparsi i piedi nel fango che sembrava risucchiare le suole delle sue scarpe. Era nella parte più fitta del boschetto, dove gli alberi, intricati, crescevano bassi. Helen pensò di nuovo a quei delitti. «Si avvicina. Continua ad avvicinarsi, ad avvicinarsi a noi.» All'improvviso ebbe la sensazione che qualcuno la seguisse. Fermandosi in ascolto le sembrò che la valletta fosse tutta un mormorio di flebili suoni: il fruscio delle foglie secche, lo scricchiolio dei ramoscelli, l'acqua che gorgogliava. Tutto era immaginabile. Anche se sapeva bene che, correndo, la sua fantasia avrebbe corso con lei, si lanciò all'impazzata su quella terra fradicia, sporcandosi le scarpe di fango. Il cuore protestava con i suoi battiti violenti quando le si parò davanti il sentiero in salita, alto come il muro di una casa. Ma dopo la prima curva la difficoltà si attenuava, il sentiero si piegava a gomito rendendo il salire meno arduo. Le tornò il solito coraggio: un'occhiata all'orologio fu sufficiente a informarla che aveva vinto la sua gara contro il tempo e che quindi il suo nuovo, prezioso lavoro era al sicuro. Finalmente arrivò arrancando alla tenuta, con i suoi filari di giovani aceri e di larici e il terreno coperto da un tappeto di foglie aghiformi. All'improvviso vide Summit. Non era più un profilo lontano, anzi, era così vicina che lei poteva distinguere l'azzurro delle tende della camera di Lady Warren. Dall'orto, appena sotto il muro, vide un filo di fumo alzarsi e sentì un fischio allegro, i segni inequivocabili che il giardiniere era dietro alla casa a bruciare le sterpaglie. Vicina al traguardo, Helen rallentò il passo. Adesso che era salva le sembrava di aver vissuto un'avventura, e sentiva una certa riluttanza a ritornare al solito tran tran. Tra poco avrebbe fatto il giro della casa, porte e finestre da sprangare per il coprifuoco. Nell'oscurità della valletta si era resa conto dell'importanza di una finestra sprangata, eppure, sentendosi il viso bagnato dalla pioggia e il vento che le scompigliava i capelli, si ribellava all'idea di chiudersi tra quattro mura. «Sarà una serataccia», si disse mentre strascicava i piedi verso il cancello d'ingresso. La tenuta terminava in un unico filare di alberi, da cui si vedevano i pilastri del cancello di Summit e i lauri del viale. Le luci del salotto erano già accese. Fu la voglia di bere del tè a spingerla in casa. Stava per mettersi a correre quando il cuore le sobbalzò nel petto. Era certissima che l'albero più lontano si fosse mosso. Si fermò a guardarlo con attenzione, alla fine concluse che la fantasia le stava giocando dei brutti scherzi. Era fermo, immobile come tutti gli altri. Eppure aveva qualcosa di strano, il fusto sembrava un po' storto… Helen non si sentiva tranquilla. Era sicura di una cosa, anche se non aveva alcuna prova certa, per nessuna ragione sarebbe passata davanti a quell'albero. Rimase ferma, esitante, finché l'esperienza del suo primo lavoro non l'aiutò. Quando aveva quattordici anni, aveva cominciati a lavorare occupandosi di mantenere in ottima forma fisica i cani dei ricchi. Dato che i cani ricchi mangiavano benissimo ed erano più forti di lei, spesso capitava che provassero a sopraffarla e quindi Helen era, per forza di cose, abituata a prendere rapide decisioni. L'istinto le indicò una scorciatoia per arrivare la casa: tagliò in diagonale per il terreno melmoso, scavalcò una siepe e si lasciò alle spalle il muro del giardino. Mise in pratica il suo piano nel minor tempo possibile e con il minimo danno materiale, anche se con totale mancanza di classe. Atterrata rovinosamente tra i cavoli, si alzò e corse alla porta d'ingresso. Con la chiave infilata nella toppa si girò per guardare oltre il cancello. Fece appena in tempo a vedere quell'albero spaccarsi in due: un uomo sgusciava da dietro il suo tronco e si dileguava nell'ombra.

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