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840 Parole
7 Le ombre della sera stavano calando sulla città, ma un’area dei giardini pubblici era illuminata a giorno da potenti fari. La zona era stata circoscritta, delimitata col nastro dalla polizia scientifica che stava eseguendo i rilevamenti sulla scena del crimine. Gli agenti ne avrebbero avuto per molte ore ancora e i rilievi sarebbero probabilmente proseguiti per tutta la notte. Era stata delimitata anche l’area della via di fuga da ispezionare rapidamente, al fine di salvaguardare eventuali tracce. I rilievi erano iniziati, come di consueto, con le riprese fotografiche e con la registrazione video dell’ambiente, in modo da fissare il quadro materiale complessivo dell’azione criminosa, prima che questo venisse modificato dalle successive operazioni finalizzate alla repertazione di oggetti e di tracce pertinenti al reato. Erano state fotografate tutte le impronte di calzature rilevate sul terreno, reso fangoso dalla pioggia caduta nel corso della giornata. Gli agenti acquisivano oggetti e tracce di ogni tipo: capelli, pezzi di stoffa, frammenti di ogni materialità presente, per successivi esami di laboratorio. Elena Macchi osservava la scena a distanza ravvicinata, affiancata dal commissario Torrisi. Il commissario, un uomo sulla cinquantina, capelli brizzolati dal taglio a spazzola e pizzetto grigio, aveva l’aria stanca. Profonde rughe solcavano il suo viso, facendolo sembrare molto più vecchio dell’età che aveva. Ogni ruga rappresentava per lui una fatica compiuta nel risolvere casi complicati, come diceva sempre e, a giudicare dall’aspetto, doveva averne risolti parecchi. Avevano da poco terminato di raccogliere la deposizione della testimone. La donna, Anna Romano, quarantasei anni, nubile, di professione insegnante, aveva dichiarato di avere parcheggiato la propria auto all’interno dei giardini, nell’area pubblica, adiacente al parcheggio riservato ai dipendenti del Comune, per recarsi in centro a fare acquisti. Si era imbattuta nel cadavere quasi subito, mentre si stava dirigendo lungo il vialetto che portava alla biblioteca. Non aveva visto nessuno nei paraggi, né avvertito alcun rumore tra le siepi. Adesso la testimone era seduta sopra un panettone di pietra, in attesa che qualcuno le desse il permesso di andarsene. Non faceva che lamentarsi, ripeteva di avere già detto tutto quello che sapeva e di volere andare a casa. Diceva di avere freddo, di essere stanca, di avere fame e protestava per quello che riteneva un abuso di potere da parte della polizia nel volerla ancora trattenere. Non aveva più l’aria terrorizzata del pomeriggio e il suo atteggiamento era decisamente mutato. Pareva essersi ripresa completamente dallo shock. Elena Macchi friggeva dentro di sé, nell’ascoltare quella cantilena senza sosta. Nemmeno lei aveva mangiato ed era stanca almeno quanto Anna Romano, ma c’era un cadavere riverso sul terreno a pochi metri da loro e la signora Romano era l’unico testimone che avevano. Poteva anche essere che le venisse in mente qualche altro particolare, sfuggitole fino a quel momento, che la scientifica rilevasse un oggetto o qualcosa che potesse risvegliare in lei un ricordo, una percezione, qualunque cosa che potesse rivelarsi utile alle indagini. Alcuni agenti della scientifica stavano esaminando accuratamente il cadavere. Uno di loro registrava vocalmente la descrizione del corpo con un apparecchio elettronico, prima che questo fosse rimosso, documentandone lo stato. Tutte le operazioni eseguite venivano registrate minuziosamente: sarebbero servite in seguito per la stesura del verbale di sopralluogo tecnico. A un tratto, il P.M. Elena Macchi si volse verso Torrisi con espressione indecifrabile. «Commissario, che dice? Possiamo lasciare andare la testimone?». Torrisi intuì al volo. Conosceva bene il Pubblico Ministero e sapeva che non era tipo da sopportare a lungo le lamentele. «Direi che per questa sera non abbiamo più bisogno della signora», confermò. «Ecco, bravo Torrisi, me la tolga dai piedi, che non la reggo più! Ci pensi lei, per favore». Si allontanò, facendosi prossima alla zona delimitata dal nastro. Il commissario si avvicinò alla testimone che continuava a parlare da sola. «Signora Romano, è libera di andare», disse, infilandosi le mani nella tasca dei pantaloni, come a volerle appoggiare, sgravando il peso di una stanchezza più fisica che mentale. Era un atteggiamento che assumeva spesso, nei momenti dell’attesa, quando era costretto a rimanere in piedi per ore sulla scena di un crimine. La testimone si alzò, come avesse ritrovato nuova energia, finalmente liberata da quel trattenimento coatto. «Non avete più bisogno di me?», domandò sollevata. Torrisi abbozzò un mezzo sorriso: «No, per oggi può bastare», la rassicurò. «Se avremo ancora bisogno di lei, le faremo sapere.» Chiamò un agente di guardia alle transenne: «Accompagni la signora al parcheggio fino alla sua auto!». Il commissario rimase un istante a guardare i due, finché non scomparvero alla sua vista, quindi raggiunse Elena Macchi, intenta a osservare un oggetto che gli agenti della scientifica avevano trovato addosso al cadavere: lo stavano portando verso di lei. Torrisi la osservò con aria interrogativa. «Che cos’è?», domandò. Elena Macchi volse lo sguardo verso di lui. «Non lo so, da qui non riesco a vedere. Sembrerebbe un libretto o un’agenda, qualcosa di simile.» L’agente raggiunse il Pubblico Ministero che attendeva trepidante al di là del nastro. Le allungò un’agenda. «Credo che questa possa interessarla, dottoressa Macchi», disse, tenendola aperta alla pagina del giorno. In blu, scritto a mano da una grafia femminile, curata, all’apparenza frettolosa, ma chiaramente leggibile, risaltavano sul bianco della carta alcune parole, illuminate dalla torcia che l’agente teneva nell’altra mano. Elena Macchi lesse ad alta voce: «Ore 17:30 studio Murro. Ore 20:00 Luca Di Napoli.»
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