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Brunilde raggiunse Villa Della Torre che era ormai l’imbrunire. L’edificio si stagliava maestoso contro il cielo striato di viola e arancio. La torretta svettava alta fino a riflettersi nelle acque del Lago Maggiore.
Giorgio era al telefono, quando la moglie si affacciò sulla porta del salotto. La salutò e chiuse subito la telefonata. Nonostante fossero sposati da tempo e nonostante si fosse trasferita ormai da anni alla villa, Brunilde non si era ancora abituata a quell’arredamento così austero, fatto di mobili antichi, di arazzi alle pareti, di tappeti pregiati e vasellame in argento. Ogni dettaglio rispecchiava la personalità del marito e della sua ex moglie; non un solo elemento che la rappresentasse.
«Allora, è pronta la cena?». Alessio irruppe nella stanza con le scarpe infangate.
Aveva i capelli arruffati, come suo solito, tipico dei ragazzi della sua età, in cui anche un dettaglio all’apparenza insignificante denotava uno spirito di ribellione. E Alessio poteva definirsi a ragione un ribelle, con il suo non voler uniformarsi alle regole del bon-ton che suo padre si ostinava a volergli imporre. Avanzò con andatura dinoccolata. La sua era la tipica camminata da bullo, una sorta di James Dean di Gioventù bruciata, cosa che proprio non gli si addiceva. Strideva, infatti, con la sua personalità dolce e sensibile, quel modo forzato di volersi mettere in mostra come adolescente trasgressivo.
«Togliti immediatamente le scarpe!», gli intimò Brunilde. «Non voglio che sporchi il tappeto. E vai a lavarti le mani».
In quel momento, fece il suo ingresso in salotto anche Alice, fasciata in un miniabito rosso.
Se di Alessio si poteva dire che era un ribelle a metà, di Alice si doveva sostenere che lo era completamente. Da diverso tempo la ragazza faceva di tutto per provocare suo padre, trasgredendo le regole che lui si ostinava a imporle e assumendo atteggiamenti opposti a quelli che ci si aspettava da lei. Ancheggiò. Il vestito metteva in risalto le sue curve generose. Nonostante la magrezza, Alice aveva un seno prosperoso, che non disdegnava di mettere in mostra, così come non disdegnava di mettere in mostra i fianchi e la rotondità del fondoschiena.
«Ciao, com’è andata oggi?», si interessò Brunilde.
La ragazza sbuffò in risposta alla domanda, scostando una ciocca di capelli e portandosela dietro le orecchie. Erano lunghi e neri come i suoi occhi, un bel contrasto con la pelle color avorio. «Odio la filosofia! Qualcuno mi deve spiegare a che cavolo serve!».
Alice aveva diciannove anni e frequentava il primo anno di Filosofia, Alessio ne aveva sedici e aveva appena terminato la prima liceo classico. Entrambi vivevano in pieno le crisi adolescenziali, specialmente Alessio, innamorato di una ragazza che, a suo dire, non lo filava. Alice, invece, non aveva problemi sentimentali: si dichiarava single convinta. I suoi problemi erano di tutt’altro genere: non aveva molti amici, a eccezione di un’amica del cuore, una certa Renata Bissi di Gavirate; per il resto, le sue erano solamente conoscenze confinate nell’ambito dell’università, così, almeno, sosteneva; inoltre, non sembrava avere idee molto chiare circa il suo futuro.
Quando Giorgio e la sua ex consorte Corinna si erano divisi, i ragazzi erano stati affidati dal giudice al padre, decisione molto probabilmente scaturita dalla situazione economica del magnate. Corinna veniva in visita ogni fine settimana e, qualche volta, erano i ragazzi ad andare da lei, nella sua casa di Gemonio. Su questo, Giorgio non aveva mai sollevato questioni: aveva mantenuto un ottimo rapporto con l’ex moglie, alla quale si appoggiava spesso per quanto concerneva gli affari, essendo lei un alto dirigente d’azienda, esattamente come l’ex marito
Brunilde e Giorgio si erano conosciuti a un’asta, qualche anno dopo la separazione di lui. Entrambi avevano mostrato interesse per il medesimo quadro. Si erano sposati un anno dopo.
Le piaceva quell’uomo che le faceva un po’ da amante, un po’ da padre. Nonostante la differenza considerevole d’età, non sembravano esserci divergenze all’interno della coppia, che pareva essere bene assortita, con interessi e punti di vista in comune. Tuttavia, ogni tanto, il magnate cadeva vittima di accessi d’ira, dovuti più allo stress del dover gestire una multinazionale che al suo carattere. Col passare degli anni, tali accessi erano divenuti sempre più frequenti. Brunilde aveva cercato di giustificare il nervosismo del marito e aveva continuato a sopportare in silenzio quell’incresciosa situazione, sperando in un cambiamento. In fondo lo amava o, almeno, lo aveva amato. Negli ultimi tempi, infatti, il loro rapporto si era notevolmente raffreddato, tanto che Giorgio aveva acquistato un appartamento in piazza Motta, vicino al suo ufficio, dove si fermava spesso a dormire, nelle sere in cui si attardava al lavoro, come diceva, dividendosi tra la vita alla villa di Laveno e quella nel suo lussuoso bilocale nel centro di Varese.
Da parte sua, Brunilde aveva deciso di non abbandonare l’attività che aveva intrapreso prima del matrimonio.
Era una giornalista: scriveva occasionalmente articoli per una testata a tiratura locale, a firma B.S. – Sivieri era il suo cognome da nubile – e leggeva il notiziario in seconda serata su una delle tante televisioni private che registravano un buon indice di gradimento.
Era felice? Se qualcuno glielo avesse chiesto, avrebbe avuto qualche difficoltà a rispondere di sì. Da diverso tempo non si sentiva più desiderata e le mancavano le attenzioni di un uomo a conferma della sua femminilità. Le pareva di vivere più di facciata che di sostanza. Forse era stato proprio quello il motivo che l’aveva spinta a fare visita al pittore.
***
Il profumo dell’arrosto si diffuse gradevolmente dalla cucina ai piani superiori. La signora Della Torre non amava particolarmente occuparsi delle faccende domestiche, ma era la serata libera di Maria, la collaboratrice familiare.
Alessio discese le scale e fece il suo ingresso in cucina, tutto in ordine e pulito.
«Vai a chiamare tua sorella e tuo padre e di’ loro di venire a tavola».
«Alice è di sopra al telefono», comunicò Alessio.
«Ho capito: come al solito, inizieremo senza di lei. Chiama solo tuo padre».
Poco dopo, erano tutti a tavola, tranne Alice.
«Questa storia del telefono proprio non mi va giù», commentò Giorgio, posandosi il tovagliolo sulle ginocchia.
«Dai, Giorgio, non prendertela! È solo una ragazza!», Brunilde cercò di giustificarla.
«Io, alla loro età, non mi sarei mai permesso di disobbedire a mio padre o di contravvenire alle regole della casa. I miei genitori mi hanno impartito un’educazione molto rigida: è così che sono diventato quello che sono».
Mentre parlava, il tono della voce andava via via aumentando e l’espressione degli occhi si faceva severa. Questo gli succedeva ogni volta che veniva contraddetto, specialmente quando si trattava dell’educazione dei ragazzi. Brunilde decise che non sarebbe stato il caso di replicare né di insistere: in fondo non erano figli suoi.
Finirono di cenare in un silenzio pesante, poi Brunilde uscì per recarsi agli studi televisivi.
Alice si presentò a tavola, quando Brunilde era uscita di casa da circa venti minuti. Giorgio si affacciò sulla porta della cucina.
«Beh, che cos’hai da dire?», le domandò.
La ragazza si sedette.
«Niente», rispose. «Perché?».
«E me lo chiedi? Noi abbiamo finito di cenare da un pezzo!»
«Avete fatto bene».
Non c’era niente di peggio, per fare infuriare Giorgio Della Torre, di quell’atteggiamento così strafottente.
«Senti un po’…», cominciò.
Ma lei non gli diede il tempo di aggiungere altro.
«No, papà, ti prego, non ho nessuna voglia di stare ad ascoltare le tue menate! Voglio mangiare in pace».
Come si permetteva di tenergli testa?
«Farò togliere il telefono dalla tua camera, Alice!», la minacciò.