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721 Parole
5 Camminava lungo il marciapiedi antistante il Palazzo Comunale, il sacchetto del Pontiggia stretto nella mano, ciondolante lungo il fianco. Non c’era molta gente per strada: l’acquazzone del pomeriggio doveva avere invogliato le persone a tornare a casa presto. Quando si trovò nelle vicinanze del cancello della Biblioteca Pubblica, una figura sbucò all’improvviso. Come si avvide di lei, si precipitò nella sua direzione. Elena ebbe l’impressione che volesse investirla. Si trattava di una donna in evidente stato di shock. Aveva i tratti del volto stravolti, gli occhi spalancati dal terrore, il colore della pelle di un pallore innaturale, le guance esangui al pari delle labbra, i cui contorni si confondevano col resto del viso, al punto che parevano scomparire. Era come se quel volto avesse solo due occhi e una fila di denti. La donna che, all’apparenza doveva avere suppergiù tra i quaranta e i cinquant’anni, si avventò su di lei, gridando. Elena dovette piantare bene i piedi a terra e ancorarsi, per non essere travolta dalla foga di quella figura. La afferrò per le spalle, per allontanarla da sé, mentre l’altra le stringeva le braccia così forte da conficcarle le unghie nella carne. Era evidente che doveva essere successo qualcosa di grave e che quella donna sconvolta fosse in cerca di aiuto. Blaterava frasi incomprensibili, parlando a raffica, la voce strozzata a tratti da un singhiozzo simile a un risucchio. «Si calmi, signora!», le intimò Elena Macchi. L’altra pareva non percepire il senso delle parole pronunciate dalla donna alla quale stringeva le braccia quasi a fonderle con le sue mani. «Si calmi e mi dica che cosa le è successo!», ripeté Elena. Il sacchetto col libro cadde a terra. La presa di quelle mani era talmente forte da avere tolto sensibilità alle sue. Elena aveva aperto le dita a ventaglio. Lo sguardo le cadde istintivamente sul sacchetto. Notò che la donna aveva un piede posato sul suo e che la scarpa era col tacco spezzato. Doveva avere corso di una corsa disperata, per ridurla in quelle condizioni. Indossava una gonna all’altezza del ginocchio e aveva le gambe schizzate di fango e la pelle graffiata, molto probabilmente dai rovi all’interno dei giardini. Un ginocchio era sbucciato e sanguinava leggermente, segno che, nella corsa, doveva essere caduta sulla ghiaia. «Signora, mi guardi!». Elena aveva ritrovato la forza nelle mani, superato l’indolenzimento iniziale. Staccò la donna da sé e la scosse per le spalle. L’altra le conficcò in faccia due occhi pieni di terrore, continuando a gridare frasi incomprensibili. Elena le diede uno schiaffo deciso. La sconosciuta scoppiò improvvisamente a piangere, singhiozzando forte. Finalmente aveva mollato la presa. Si portò una mano alla guancia colpita. Elena le diede il tempo di riprendersi, poi le rivolse nuovamente la domanda: «Che cosa le è successo?». «Una donna, tutta coperta di sangue...», riprese a singhiozzare. «È distesa a terra, sulla ghiaia!». «Dove ha visto il corpo?», domandò Elena. Non ottenendo risposta, afferrò di nuovo le spalle della donna e le scosse con decisione. «Forza, si riprenda. Dove ha visto il corpo?» «Nel vialetto che porta al parcheggio, poco dopo la biblioteca, vicino ai cespugli», rispose. «Bisogna chiamare subito la polizia!». «Si calmi, sono io la polizia», disse Elena Macchi. La sconosciuta alzò lo sguardo su di lei, mutando espressione. Era come se il sangue fosse tornato a scorrerle nelle vene. Riprese colore in viso, i cui tratti si distesero lievemente. Elena si chinò a raccogliere il sacchetto del Pontiggia. Aprì la tracolla e lo infilò nella borsa, poi si rivolse alla sconosciuta: «Venga con me, mi faccia vedere il punto preciso!». Elena Macchi e la testimone entrarono dal cancello della biblioteca e si diressero verso il luogo in cui la donna aveva detto di aver visto il corpo, avanzando attraverso il vialetto di ghiaino, costeggiato da una serie di siepi fiorite. «Ecco! È laggiù, dietro a quei cespugli!», indicò col dito, tenendo lo sguardo fisso verso la siepe. «D’accordo, lei rimanga qui. Non si muova e non se ne vada». Elena avrebbe avuto bisogno della sua deposizione più tardi. Procedette nella direzione indicata e raggiunse la fila di siepi che costeggiava il retro del parcheggio. Come svoltò l’angolo, la vide. Il corpo giaceva riverso a terra, la stoffa dell’abito blu squarciata da numerosi tagli attraverso i quali erano evidenti le ferite inferte. Gli occhi erano vitrei, ma parevano fissarla in un’espressione di assoluto terrore. Forse fissavano solamente il cielo. Elena si avvicinò e si accosciò accanto al corpo. Tastò la carotide. Si rialzò, prese dalla borsa il cellulare e compose il numero. «Sono la dottoressa Macchi. Mi passi il commissario Torrisi».
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