3Non appena ebbe finito di trangugiare i croissant, si avvicinò alla finestra. Da quella posizione si riusciva a intravedere una parte del viale d’accesso che finiva con un grande cancello di ferro battuto. Da lì si entrava… e si usciva! In quel momento, un riflesso al di là della cancellata tradì l’arrivo di un’auto. Vide scenderne la figura di un uomo, avvicinarsi ai pilastri, suonare un campanello e, dopo essersi annunciato, risalire in auto e attendere che il cancello elettrico si aprisse. Quando la vettura fece il suo ingresso, nonostante la distanza e la siepe di bordura del vialetto, riuscì a notare che nell’auto vi erano altre persone oltre all’autista. Subito dopo, l’angolo dell’edificio occultò il loro arrivo nel piazzale dell’entrata. Incuriosito, si spostò per cercare una posizione migliore per osservare senza farsi notare. Dalla parte opposta del salone, vide una porta aperta immettere su un ampio corridoio che conduceva, presumibilmente, nella parte restante dell’edificio. Sperando di vedere chi fosse arrivato, si appostò dietro un gruppetto di pazienti che, in un angolo del refettorio, era riunito intorno a un infermiere che stava distribuendo dei farmaci. Ebbe fortuna e non dovette nemmeno attendere molto, dopo un paio di minuti vide passare un inserviente con tre tizi al seguito. Avevano un aspetto marziale, rafforzato dall’abbigliamento formale che spuntava dagli impermeabili sbottonati. Era evidente che i nuovi arrivati avessero poco a che vedere con quell’ambiente ma al contempo qualcosa del loro incedere gli risultò familiare. I due più giovani erano sulla trentina, andatura atletica e un taglio di capelli definibile solo come «militare». Il terzo, basso e di mezz’età, portava un Borsalino che mal celava un’impietosa calvizie sottostante e un paio di baffoni folti e autoritari che si inchinavano a un naso eccezionalmente adunco. Quegli occhiali dalla montatura pesante però non gli erano nuovi e gli risvegliarono percezioni di déjà vù. Per quanto lì per lì non riuscisse a ricordare dove né quando, la visione di quel trio gli provocò uno sgradevole crampo allo stomaco, che nulla aveva a spartire con i croissant che litigavano col caffè. Si avvicinò al limitare del salone seguendoli con lo sguardo fino a vederli infilarsi in un corridoio, dove una serie di cartelli indicava la presenza di uffici e ambulatori. Scomparvero entrando nella prima porta, dove una vistosa targhetta di ottone indicava: Dr. Duprè. In preda all’agitazione tornò rapidamente in mezzo al refettorio e lì rimase guardandosi intorno spaesato e inquieto, fino a quando uno degli infermieri fece la sua comparsa. Dopo aver scandagliato con lo sguardo il salone, lo individuò mentre, tentando di dominarsi, vagava a vuoto tra i tavoli. Si diresse verso di lui.
«Bene, vedo che ha finito di far colazione. Venga che l’accompagno dal dottor Duprè.»
Vincent sentì una sensazione inspiegabile, un moto di rifiuto forte, fortissimo, tanto quanto l’impulso violento di fuggire.
«Sì, certo» disse cercando di non lasciar trasparire la sua ansia. «Prima però, mi permetta di andare alla toilette, la stavo giusto cercando ma non riuscivo a trovarla. Il vostro caffè mi sta rimestando lo stomaco e ho una necessità impellente.»
L’infermiere allora, con un bonario sorriso di chi è convinto di aver capito tutto, gli indicò una porta dalla parte opposta all’atrio. Attraversato il salone, Vincent si infilò nella toilette con la speranza di trovare finestre.
Intanto nell’ufficio del dottor Duprè, il signore più attempato si era presentato come ispettore Lagrange della DGSE, il servizio di intelligence francese alle dipendenze del Ministero della Difesa. Seduto davanti alla scrivania del dottor Duprè, stava ascoltando con interesse la sua relazione, cercando di capire cos’avesse detto lo sconosciuto nel poco tempo dal suo risveglio. Nel suo intimo era soddisfatto per la perdita di memoria del suo «pollo». Ciò aveva senz’altro impedito che riprendesse a fuggire non appena sveglio, ma non gli avrebbe permesso di sottrarsi alle sue responsabilità. Naturalmente sperava che la memoria gli tornasse alla svelta. Aveva troppe cosette da chiedergli e avrebbe avuto già abbastanza difficoltà a ricevere una risposta, anche senza che un’amnesia si mettesse di mezzo. La prima cosa che gli sarebbe piaciuto sapere era qualche dettaglio sul rocambolesco furto dei gioielli del produttore cinematografico Jack Fitzgerald, avvenuto sul suo panfilo a Monte Carlo. Era sicuro che ci fosse dietro la sua mano. Un colpo da maestro, pianificato nei dettagli, che, abbinato alle soffiate dei soliti cialtroni che si guadagnano il pane vendendo notizie alla polizia, aveva lasciato purtroppo pochi dubbi e nessuna prova.
Solo alcuni giorni prima, il caro paziente gli era sgusciato tra le mani passandogli sotto il naso a pochi metri di distanza, dopo mesi di ricerche, appostamenti, intercettazioni e pedinamenti. Il suo settore operava separatamente dalla Gendarmeria che, anzi, preferiva nemmeno incrociare per evitare penose spiegazioni sulle competenze del caso, ma anche per la segretezza delle sue indagini. Era certo che il suo uomo avesse più di qualche informatore anche lì. Ciò aveva reso più difficile presidiare una città come Parigi per poterlo localizzare, ma era il prezzo da pagare per poter contare sulla massima discrezione.