6Per non attirare troppo l’attenzione, l’ispettore Lagrange aveva deciso di entrare nella clinica con una sola auto, evitando clamori. Fuori dai cancelli, aveva lasciato acquattate dietro la siepe due squadre di tiratori scelti e un blindato senza contrassegni, che avrebbe garantito al prigioniero un viaggio comodo ma soprattutto sicuro… per il resto del mondo. Aveva parlato al telefono col dottor Duprè solo un paio d’ore prima e questi gli aveva assicurato che le condizioni in cui versava il ricercato gli avrebbero garantito di trasferirlo altrove senza grane.
D’altronde, la clinica apparteneva a un pezzo grosso e non era il caso di sollevare scandali come una rivolta di pazzi terrorizzati dalla vista di un commando di teste di cuoio. Lo stesso dottor Duprè aveva perorato una soluzione che non mettesse in agitazione il precario equilibrio degli altri pazienti della struttura, rimarcando la docilità dell’ospite forzato. D’altronde la prestanza fisica dei due agenti che lo accompagnavano era più che sufficiente a sopraffare qualsiasi resistenza avesse opposto un uomo che, da quel che diceva il dottorino, nemmeno ricordava di essere ricercato. Se comunque non fossero bastati a stroncare la fuga, ci avrebbe pensato il comitato d’accoglienza appostato appena fuori.
Quel tipo continuava a sgusciargli dalle mani come un’anguilla e stava cominciando a odiarlo con tutto il cuore, cosa che cercava di evitare, lottando con sé stesso. Nel suo mestiere farsi coinvolgere emotivamente dai casi, faceva perdere la necessaria freddezza professionale e, in passato, gli era già costato la promozione a commissario. Un errore di calcolo, una rabbia violenta che gli aveva fatto premere il grilletto troppo velocemente uccidendo con un colpo solo e da maestro, un terrorista che però interessava all’Intelligence e alla sua carriera.
Le toilette della clinica, cinque porte di altrettanti gabinetti attrezzati per disabili, erano quasi deserte nel momento in cui Vincent vi era entrato. Il quasi era rappresentato da un paziente dallo sguardo perso nel vuoto, che stazionava davanti ai lavandini e non lo degnò della minima attenzione. Il problema semmai era dato dalle tre finestre, a vasistas, comandate da un interruttore elettrico. Dopo aver individuato i pulsanti, dovette arrendersi all’evidenza che, aperte al massimo, non consentivano di passare nel modo più assoluto.
Dopo essersi chiuso dentro un gabinetto corrispondente a una delle finestre, con l’adrenalina a mille, Vincent si era arrampicato sul muretto divisorio con quello attiguo portandosi all’altezza per scardinarla. Prenderla a calci era stata la prima tentazione, ma il vetro smerigliato era attraversato da una retina metallica interna e sapeva per esperienza che di calci ne avrebbe dovuto sferrare parecchi, prima che cedesse e lui riuscisse ad infilarsi e guadagnare la libertà. Diede un’occhiata al paziente, che adesso lo stava osservando con lo sguardo velato dall’insania e la bocca aperta a disegnare una O. Vincent ammiccò portandosi l’indice davanti alle labbra.
«Shhh, adesso faccio un bello scherzetto all’infermiere.»
Il povero malato abbozzò un debole sorriso di compiacimento, ma era chiaro che per uscire, Vincent poteva solo lavorare sui fermi della finestra. Per sua fortuna una delle viti che sorreggevano l’asticella limitandone l’apertura era un po’ allentata dall’usura, con poca fatica e qualche energico scossone, riuscì a svitarla del tutto. Una volta aperta la finestra ci si infilò guadagnando l’esterno e con un balzo atterrò sul morbido manto erboso sottostante.
Tranquillo per il fatto che lo sconosciuto non avesse modo di uscire, se non dalla porta che dava nel salone e da lui stesso piantonata, l’infermiere non si era impensierito. Dopo un buon quarto d’ora, però, si decise ad andare a vedere come mai ci mettesse tanto. Non appena aperta la porta il suo sguardo si impantanò nel vasistas forzato.
«Merde!» esclamò realizzando quel che era successo e precipitandosi nell’ambulatorio del dottor Duprè per dare l’allarme.
Già nervoso per quell’attesa oltremodo lunga, quando l’infermiere fece il suo ingresso urlando cos’era successo, l’ispettore Lagrange fu colto da un collasso nervoso. La squadra all’esterno, subito allertata, era entrata in azione, ma anziché di un tiro al piccione si era dovuta accontentare di un convulso rimpiattino. I suoi uomini altro non avevano potuto fare che una perquisizione frenetica e sommaria del parco, fino a rendersi conto che il Pianista li aveva beffati scavalcando qualche punto della lunga recinzione.
A quel punto per rincorrere quel disgraziato e la sua carriera, era inevitabile coinvolgere la Gendarmeria per una ricerca a più ampio spettro, un’umiliazione di cui avrebbe rinunciato ben volentieri. D’altronde non poteva certo permettere che quel tipo sparisse un’altra volta; era evidente che anche se aveva qualche rotella fuori posto, quelle della fuga funzionavano perfettamente. Mentre i suoi collaboratori, aiutati dagli infermieri, estendevano la capillare ricerca oltre i confini più prossimi del parco, l’ispettore diede disposizioni ai gendarmi per organizzare la caccia all’uomo… già, ma che uomo? Lui stesso lo aveva visto un solo attimo e di sfuggita, aveva appena una foto mal fatta e si sapeva solo com’era vestito al momento della fuga. Un ritrattista, per elaborare un l’identikit in base alle testimonianze dei sanitari che lo avevano visto bene, ci avrebbe messo ore a mettere insieme qualcosa di decente. Di certo la descrizione fisica di un uomo dai trentacinque ai quaranta, con un fisico agile e nervoso, non eccessivamente corpulento era troppo generica. Per il momento si dovevano arrangiare con quello che avevano in mano: un pugno di mosche.
Neppure il dottor Duprè era stato di grande aiuto, anzi, a ragion veduta lo era stato per il fuggiasco. Era una caccia all’uomo-ombra, senza documenti e senza telefonino, senza tatuaggi né segni particolari. Insomma, senza nessun indizio da cui dedurre almeno quale fosse la sua provenienza o ancor meglio, la sua destinazione. Poteva solo aggiungere il sospetto espresso dal dottor Duprè che potesse essere di origine italiana o comunque non francese, unico punto di convergenza con le informazioni dell’ispettore.
***
Il fuggitivo, superata la recinzione nel retro della clinica, percorse alcune centinaia di metri attraverso l’adiacente boschetto, finendo in una strada secondaria. Raggiunto un agglomerato di abitazioni notò, sotto il fienile di un rustico, una vecchia e sgangherata Peugeot. Le chiavi inserite nel cruscotto gli facilitarono inaspettatamente il compito. Partì a razzo, allontanandosi istintivamente verso sud, felice di constatare che lontano dalla grande città vi fosse ancora gente tanto sbadata. Si rallegrò percependo che per quanto la sua testa viaggiasse ancora a vuoto, gli risultasse automatico guidare… e anche piuttosto bene. Avere un quarto d’ora di vantaggio sui suoi inseguitori, chiunque fossero quei tre ceffi, non era poi un granché. Vide davanti a sé un’auto della Gendarmeria fermarsi a bordo strada e dei poliziotti scendere per allestire un posto di blocco. Ci passò davanti un soffio prima che una paletta gli intimasse l’alt. Benché non sapesse se ce l’avessero con lui o se fosse un evento casuale, dal profondo della sua mente ancora annebbiata emerse un segnale di allarme. Inconsapevolmente aveva appena fregato il primo cerchio di blocchi che, con buona tempestività, la Gendarmeria aveva piazzato. Inspiegabilmente, dopo quell’episodio si sentì più tranquillo e i pensieri divennero via via sempre più nitidi. A man a mano che scemava l’effetto di quella che presumeva fosse scopolamina, riaffioravano alcuni ricordi, bastava un particolare, un colore, un’immagine per farli riemergere.
Incontrò un cartello stradale che indicava: Lyon 68 chilometri, Marseille 364, Torino 310. Se era italiano come aveva la sensazione di essere, sicuramente aveva senso dirigersi verso Torino, tuttavia l’idea dell’Italia non gli accendeva nessuna lampadina, mentre Marseille gli ronzava nella testa come una mosca fastidiosa. Prese quella direzione e la seguì con minor titubanza di quanta ne avrebbe avuta se fosse andato dritto verso l’Italia. Si rese conto, però, di quanto fosse aleatorio affrontare un simile viaggio con quel catorcio bolso che poteva lasciarlo a piedi da un momento all’altro e ormai poteva essere già stato segnalato. Inoltre, se lui non sapeva chi fosse né dov’era diretto, potevano invece saperlo i suoi inseguitori.
Appena fuori dall’abitato di Mâcon, entrò in un centro commerciale. Comprò una camicia, un giubbotto leggero e un paio di comode sneakers. Il cambio di look lo avrebbe favorito nella fuga. Prese anche un atlante stradale in una libreria e al negozio di bricolage qualche attrezzo utile per cambiare auto, azione che gli venne spontanea, meravigliandosi di sé stesso. Proseguì quindi sulla strada verso Marseille, non prima di essersi impadronito di una grossa Audi, dopo che la proprietaria era sparita sulla scala mobile, inghiottita dal centro commerciale. Non aveva ancora una meta precisa, ma contava che i dettagli si facessero vivi nella sua testa strada facendo.
Nel frattempo, la Clinique de Saint-Seine-l’Abbaye si era trasformata in una succursale della Gendarmeria. Avvalendosi dell’aiuto dell’unità cinofila, i poliziotti sparpagliati nel territorio cercavano di rintracciare il misterioso individuo. Sfoderando un tono grave e una gran faccia tosta, Lagrange stava cercando di spiegare all’ufficiale della Gendarmeria che non era possibile fornire informazioni dettagliate di un’indagine top secret. D’altro canto ne sapeva poco pure lui, e non trovò di meglio che inventare sul momento l’esistenza di agenti sotto copertura da tutelare e nonostante tutto ottenne una buona collaborazione. Meno dettagli forniva, meno avrebbe rischiato di far capire quanto poco sapesse e quanto fosse stato fesso a farselo scappare ben due volte.