5Era successo pochi giorni prima, grazie a uno di quei colpi di culo che di rado si ripetono due volte nella vita a permettergli di intercettarlo al Parc de Bercy e vederlo in faccia di persona. Il merito di quel fugace incontro era stato del sergente Flaubert, uno dei pilastri della squadra di Lagrange. L’occasione si era materializzata in un mattino piovoso, al culmine di una snervante quanto infruttuosa caccia all’uomo che avevano scatenato da due settimane. Tanto era, infatti, il tempo che il Pianista ronzava per Parigi, stando alle note trasmesse dalle alte sfere della DGSE che gestivano i contatti con servizi di intelligence stranieri a loro volta sulle sue tracce. Non era una novità che venisse segnalato in Francia, ma anche le altre volte tutti i tentativi di catturarlo erano andati a vuoto.
Flaubert era appena uscito dal negozio di Passage Lepic nel IX Arrondissement, dove si era recato a torchiare un antiquario, sua vecchia conoscenza, che arrotondava le magre entrate della sua attività ricettando merce rubata. Sicuramente il latitante ignorava l’esistenza di quel topo di fogna né lo avrebbe mai degnato di una visita, ma l’omuncolo pettegolezzi al suo riguardo poteva averne. Ci si era recato a mezza mattinata, ben sapendo che in quella fascia oraria era difficile che ci fossero casuali clienti pronti a interferire con la strizzata di palle a cui lo avrebbe sottoposto. Non che si aspettasse un granché, ma un tentativo, fosse pure per disperazione, andava fatto e anche quella visita era ritenuta necessaria. Per quanto fosse un caso raro, era già successo che il Pianista avvicinasse qualche elemento della malavita locale per soddisfare esigenze legate al suo stato di ricercato. Grana alla mano, servizio completo, domande zero.
Dal Passage Lepic, un vicolo o poco più, incassato tra i palazzi del quartiere e interdetto al traffico, Flaubert stava facendo ritorno alla sua auto, lasciata in rue Constance, dove era riuscito a parcheggiare. Appena fuori dal vicolo, in rue Lepic, aveva notato il frescone di turno scendere dall’auto, lasciarla in doppia fila e fiondarsi in un bar correndo a zig-zag tra i pedoni sull’affollato marciapiedi per evitare la pioggia battente. Flaubert, consapevole di non avere giurisdizione in merito, aveva deciso di sfogare la sua frustrazione investigativa sul cretino. Lui, membro delle forze dell’ordine, aveva dovuto lasciare l’auto due traverse più in là e quello stronzo si permetteva di abbandonarla lì in mezzo alla strada trafficata intralciando la circolazione. Se non fosse stato in servizio, gli avrebbe tagliato le gomme.
Appena aperta la porta del bar e visto in faccia il furbastro di turno, aveva sentito una scossa elettrica trafiggergli la schiena. Se quello che vedeva davanti al bancone in attesa di venire servito non era il tipo che stavano cercando, doveva essere un suo gemello. Si avvicinò, tanto da cogliere nel breve dialogo con il barista un accento vagamente straniero che confermò il suo sesto senso. Simulando indifferenza, Flaubert aveva ordinato un caffè e mentre lo sorseggiava aveva sbirciato nuovamente la foto sgualcita che lo ritraeva di tre quarti. Non c’erano dubbi, era il suo uomo. Stava pensando di affrontarlo da solo, ma era una cosa più facile a dirsi che a farsi. Sapeva che il ricercato era fuggito ad accerchiamenti ben più organizzati con intere squadre di poliziotti: doveva essere un gioco da ragazzi per lui sbarazzarsi di un solo uomo. Non poteva certo estrarre la pistola d’ordinanza tra la gente del locale o in strada senza rischiare che, con una scontata reazione, il Pianista capovolgesse le parti coinvolgendo qualche ignaro passante. Tracannò in un fiato il suo caffè e uscito dal bistrot, chiamò il suo capo per capire che fare. Lagrange allora gli aveva suggerito di attivare il GPS dello smartphone, trovare il modo di incastrarlo nell’auto del latitante e di correre a recuperare la sua, iniziando a pedinarlo mantenendo i contatti con la ricetrasmittente di servizio.
«Muoviti, e ricordati di togliere la suoneria!» lo spronò l’ispettore, che a sua volta diede l’allerta alla squadra per seguire i movimenti che il geolocalizzatore avrebbe inviato e tendergli un’imboscata al momento opportuno. Flaubert non aveva trovato di meglio che cacciarlo tra i sedili posteriori dell’auto che, nella fretta, il Pianista aveva lasciato aperta. Era quindi andato di corsa a recuperare la sua carretta di servizio, arrivando, però, solo dopo che l’uomo era sparito nel traffico. Tuttavia, grazie al segnale GPS la squadra aveva potuto seguirne gli spostamenti fino a quando non si era fermato in prossimità della Gare de Lyon, più precisamente a un isolato dal Parc de Bercy. Il Pianista aveva avuto la bella idea di scegliere per il suo appuntamento un luogo con più accessi, la cui posizione gli avrebbe consentito di controllare che nessuno seguisse il personaggio con cui doveva incontrarsi. Ma anche per dileguarsi velocemente in caso di pericolo, eventualità che si era puntualmente materializzata.
Mentre i primi agenti arrivati si erano fiondati nell’entrata vicina alla stazione, Lagrange, con un manipolo di agenti, era riuscito a piazzarsi nel parco entrando dalla parte opposta a quella che aveva usato il fuggiasco. A causa dei tempi stretti, non c’era stato modo di organizzargli un comitato d’accoglienza adeguato e lui era riuscito a sparire, salvo ricomparire tre giorni dopo nella clinica psichiatrica. Da quanto gli stava dicendo il dottorino che aveva di fronte, tale Duprè, gli infermieri dell’ambulanza che lo avevano soccorso alla stazione di Verrey, avevano dedotto che, visto il suo stato di incoscienza e la vasta fauna locale di tossici, si trattasse di uno di loro. In effetti, presentava i sintomi tipici dell’overdose, ragion per cui lo avevano portato alla Clinique de Saint-Seine-l’Abbaye, struttura adeguata per i casi come quello di specie. Infatti, oltre al reparto di psichiatria, al suo interno ne ospitava anche uno per la cura dei tossicodipendenti in fase acuta. I primi esami avevano però escluso un caso di overdose, e gli accertamenti ematici non avevano evidenziato la presenza di droghe comuni. Tuttavia, visto il protrarsi dello stato incosciente, lo avevano ricoverato per buona norma nel reparto psichiatrico e attaccato alla flebo in attesa che desse segni di vita.
L’ispettore Lagrange, che era rimasto con l’amaro in bocca per averlo perso, aveva messo in moto tutto il settore Territoire Nationale della DGSE per ritrovarlo. Il fatto che il Pianista fosse finito in una clinica che, per quanto convenzionata, era pur sempre privata e a una simile distanza da Parigi, aveva contribuito a rallentare le ricerche. Stavolta, però, glielo stavano servendo su un piatto d’argento, mansueto e indifeso, ignaro che il cerchio su di lui si stesse chiudendo.