Alessandro Bastasi
Viola“Come stai?”.
“Di merda, come vuoi che stia?”.
“Hai fame?”.
Risponde con un grugnito.
“Ti ho comprato il budino al cioccolato, che ti piace tanto”.
Silenzio.
“Su, apri la bocca”.
Lei apre la bocca. Il budino le scivola sulla lingua, rimane lì, mescolato con la saliva. Poi di colpo me lo sputa addosso. E ride. Solo per un attimo, però.
“Vaffanculo!”, urla.
Io non reagisco. Mi pulisco il viso con un fazzoletto di carta.
“Ah, Viola, Viola… si può sapere cosa vuoi di più da me? Faccio tutto per te, vivo per te, non ho altri che te. Trascuro ogni cosa, lavoro, amici, cinema, divertimenti per te. Eh? Cosa vuoi che faccia di più?”.
“Niente. Lasciarmi in pace”.
“Su, mangia, da brava. Ecco. Così. Brava”.
Ti ricordi, Viola? Ti ho conosciuta quando volevo acquistare l’appartamento in viale Marche che ti avevano lasciato i tuoi. Mi hai detto che eri una disegnatrice di moda, ti sei presentata all’appuntamento avvolta in un poncho di lana leggera beige, con in capo una calottina rosso bordeaux sormontata da una piuma. Poi, concluso l’affare, quando pensavo che non ti avrei più rivista, sei stata tu a cominciare a telefonarmi, a chiedermi come stavo, se andava tutto bene, a invitarmi per un aperitivo. E un giorno mi hai proposto, perché no?, di venire a cena da te, a casa tua. La sera dopo ero lì, a suonare il campanello, ansioso ed eccitato come un liceale, con due bottiglie di Berlucchi in mano. Inutile negarlo, mi sei piaciuta subito. Sì, galeotta forse la tua aria sbarazzina, o quel tuo modo di porti fresco, immediato, per cui risultava naturale che tu mi sfiorassi la mano mentre mi parlavi, sorridente, e la trattenessi quasi inavvertitamente tra le tue, così calde, asciutte. Galeotto forse il tuo annuire distratto al mio fraseggio pomposo, mentre seria mi fissavi le labbra in movimento. E i tuoi occhi, quegli occhi neri, neri come il fondo di un pozzo. Lo sapevo fin dalla telefonata d’invito che dopo la cena saremmo finiti a letto. Così infatti è avvenuto. Ed è stato da quel momento non ho più potuto fare a meno di te.
Passavo più tempo a casa tua che nella mia nuova casa. E ogni volta per me eri una scoperta. I tuoi sguardi inediti, la danza leggera delle tue dita nell’aria. Lo sai, vero, che anche quando eravamo lontani riuscivo a percepire se eri triste o felice, se avevi bisogno di me, se avevi qualche desiderio particolare? Poi arrivavo e mi perdevo nella sensualità senza malizia dei tuoi movimenti mentre camminavi nuda nella stanza, fino a rimanere senza fiato quando ti fermavi davanti a me, con il ventre proteso in avanti, ad arco, quasi fosse una spontanea d’amore. Quanto amavo osservarti mentre scivolavi nella vasca per l’idromassaggio, o quando asciugavi i tuoi capelli neri, lunghi, ondulati, quando stavi in bagno, con l’accappatoio aperto, con la schiena contro il muro e un piede appoggiato sul bordo della vasca a pitturarti le unghie! E quanto adoravo sentirti ridere, quanto ammiravo la tua sicurezza da animale allo stato brado, e i tuoi timori improvvisi, e il tuo modo incantato di guardarmi quando ti avvicinavi per un bacio! Oh, sì, Viola, volevo vederti, possederti, sempre, a tutte le ore, e fremevo quando dovevo stare lontano da te, nel mio studio medico, a occuparmi delle vagine di donne al culmine dell’ipocondria, mentre ero preda di un’impazienza che non riuscivo a dissimulare.
Poi è successo, e ancora non ho capito, Viola. Quando hai cominciato a dirmi che non mi volevi vedere per una settimana. Come potevi non capire che io passavo ogni secondo a chiedermi il perché, che per me era peggio dell’inferno, roso com’ero dal dubbio e dalla gelosia?
E quel sabato. Quando, dopo cinque giorni che non ti vedevo, al telefono mi hai dato una mazzata, dicendomi, con la massima tranquillità, che quella sera dovevi uscire a cena con amici, che ti dispiaceva ma che ci saremmo visti un’altra volta. Il nodo alla gola non mi ha permesso nemmeno di risponderti. Tu hai chiuso la comunicazione senza aspettare, solo un “Buona serata, eh?”. Sono rimasto inebetito col cellulare in mano, guardando fisso il pavimento. “Sono cinque giorni che non ci vediamo, cazzo!”, pensavo. Respiravo a fatica. “Che cosa le ho fatto, che cosa c’è, che cosa sta succedendo, cristo!”.
Non ho potuto resistere e sono piombato a casa tua, tu ti stavi preparando per uscire. Quando mi hai visto ti sei irrigidita: “Ti avevo detto che stasera devo uscire. Cosa fai qui?”.
“Io… ti dovevo vedere, Viola, scusami, ma se non ti vedevo, io… Annulla tutto, Viola, stiamo insieme, ho bisogno di te…”.
“Non fare il bambino. Ho preso un impegno. E ci vado. Ora va’ via, che stanno per arrivare i miei amici”.
“Ma perché non posso venirci anch’io, a questa cazzo di cena!”.
“Non sei stato invitato, ti prego, va’!”.
“Ma com’è possibile che tu non mi faccia conoscere nessuno dei tuoi amici, della gente che frequenti, cos’è, ti vergogni di me?”.
“Non dire stupidaggini. Tu sei un’altra cosa. Ciao. Stanno suonando alla porta. Vengo subito”, hai detto al citofono. Poi, rivolta a me: “Tu puoi stare qui se vuoi. Sai dov’è la televisione, i liquori… Non aspettarmi, però, perché non so quando torno, e se quando torno sei ancora qui mi arrabbierò così tanto da non volerti più vedere. Chiaro?”.
Il mio pensiero eri sempre tu, Viola. Era un tormento, non capivo che cosa stessi facendo con me, mi volevi, poi non mi volevi, e poi mi volevi di nuovo, era un dubbio continuo, la paura di perderti, un tarlo che mi rodeva senza tregua.
Mi avevi stregato. Sembra banale, eh? La mia attenzione costantemente rivolta al telefono, lì, sulla scrivania, tra una paziente e l’altra, tra una v****a e l’altra. O al cellulare inerte nelle mie mani sudate che non squillava mai. Dopo un giorno di silenzio non resistevo e ti chiamavo, con l’incognita angosciante di come avresti reagito, e non rispondeva nessuno, e io non mi arrendevo, continuavo a tormentare quei tasti ogni cinque minuti, a un certo punto l’avresti ben dovuto premere quel cazzo di pulsante verde!, e invece niente, per ore e ore.
Poi, d’un tratto, succedeva che tu rispondessi al primo squillo e mi dicessi “Vieni, ti voglio”, e allora risentivo il sangue scorrermi dentro, e lasciavo tutto, lo studio, le donne in attesa, e mi precipitavo da te, e tu eri sorprendente, mi accoglievi con la passione di sempre, e facevamo l’amore come sempre, e mi riempivi di attenzioni come sempre, e in quegli istanti io vivevo la mia vita intera dentro di te, su, immerso fino al cuore.
Ma poi…
“Ti amo, Viola, non scappare via, non posso vivere senza di te!”, ti ho detto. Tu mi hai guardato, un’occhiata incerta, quasi non sapessi come rispondermi.
“Io… Io sto bene con te, lo sai. Ma non riesco a sopportare quello che sei diventato. Così insicuro in questa assurda adorazione che… Insomma, non la voglio, mi fa star male, cristo, non lo vedi?”.
“Ma io sono così perché non ti sento vicina come vorrei, innamorata. Mia. E allora ho paura”.
“Io non sono tua! Sono libera, hai capito? Ti voglio bene, faccio l’amore con te, ma non voglio stare con te sempre, ogni istante del giorno e della notte, tutte le volte che vuoi tu. Voglio stare anche da sola, o con altra gente. Se sei d’accordo su questo possiamo continuare a vederci, altrimenti non se ne parla proprio”.
Per me quelle parole erano un susseguirsi di stilettate.
Cosa avrei dovuto fare, secondo te? Eh, Viola? Andarmene con la coda tra le gambe? Rinunciare? Ho cercato di farti capire, Viola, in tutti i modi. Tu però eri impermeabile a qualunque ragionamento, anzi, un giorno mi hai addirittura messo alla porta.
E allora ho dovuto, per il tuo bene.
Mi dispiace, sai, che tu debba startene immobile sulla poltrona. Ma così mi basta alzare la testa e vederti, qui con me, e riempire di te ogni istante della mia vita. E fare l’amore, Viola, in ogni momento in cui lo desideriamo, ti piace, vero? Il tuo corpo non ha segreti per me, so come farti godere, vero, amore mio? Sei mia, Viola adorata, l’ho sempre saputo, e l’hai sempre saputo anche tu. Ho ridotto il mio impegno allo studio al minimo indispensabile, pur di stare con te.
Vedi, Viola, se tu mi avessi ascoltato adesso avresti ancora le braccia. E le gambe. Tu non volevi, certo, ma mi hai costretto. Per salvarti da te stessa, soprattutto. Dal concetto sbagliato di libertà che professavi. Mi è costato molto, lo sai bene. Lo sai quante lacrime ho versato quando ti ho dovuta legare, distesa sul lettino del mio ambulatorio. E quanto ho gridato per non sentire le tue urla. Ma era la cosa giusta da fare, l’unica possibile. Amputarti gli arti per impedirti di farti del male, di fuggire in un mondo che non ti meritava e che non ti amava un’unghia di quanto ti amavo io. Adesso stiamo bene insieme, non è vero? Ti leggo i tuoi romanzi preferiti, ti cucino quello che più ti piace. Ti pulisco, ti lavo, mi occupo di te in ogni momento. Meglio di una regina! Sei bellissima… Dio quanto sei bella! Certo, non posso portarti fuori, al ristorante o al cinema, lo capisci questo, vero? Ma che c’importa? Siamo noi il nostro universo. Anch’io, lo vedi, esco solo quando è strettamente indispensabile. Non mi va di lasciarti sola.
A proposito. La vicina mi ha detto che ha sentito delle urla provenire dal mio appartamento, stamattina, quando sono uscito per andare allo studio. Non so come abbia fatto, perché la stanza l’ho ben insonorizzata. Devi aver gridato molto forte, Viola, e questo non va bene, te l’avevo detto. Ma tu non mi ascolti mai, devi sempre fare di testa tua. Non devi rovinare così la nostra vita, quante volte ne abbiamo parlato. E ora mi obblighi a fare quello che non vorrei. Al budino ho aggiunto un anestetico, così ti addormenterai e non sentirai niente.
Sai, Viola, la cosa che mi fa più male è che non potrò più sentire la tua lingua dentro la mia bocca o sulla mia pelle. Ecco, questo mi mancherà. Mi mancherà davvero.