Ma poche settimane dopo l'occhio di Vincenzo scattò di nuovo e andò a colpire la persona ch'egli aveva creduto di amare più di tutti a questo mondo. Sua madre era una donna ambiziosa e avrebbe voluto spingerlo di nuovo nelle competizioni locali. Il paese era sossopra per le vicine elezioni politiche ed essa avrebbe voluto ch'egli cedesse al desiderio di vari amici e candidasse. Vincenzo non ne voleva sapere e per la fiducia che aveva nell'affetto della madre le lasciò capire ch'egli si considerava troppo alto per degnarsi di lottare in un simile misero ambiente. Essa naturalmente prima aveva creduto che le cose stessero proprio così e per lunghi anni aveva atteso di vedere il suo lioncello lanciarsi alla conquista del mondo. Poi aveva capito che il mondo era troppo vasto per lui e quando aveva visto come al primo scontro Vincenzo s'era ritirato nel suo guscio da vigliacco a continuare i suoi beati ozii, il suo giudizio su Vincenzo fu fatto. E cominciò col parlarne col marito che, occupato com'era, non aveva tempo di occuparsi di quello che avveniva intorno a lui: «Sa tanto e non ha voglia di far nulla; come finirà?». Poi ne parlò alla nuora:
«Perché permetti che tuo marito passi le giornate senza far nulla? Non vedi che cominci a metter dei figliuoli al mondo e lui non se ne dà per inteso?». Gerardo alle parole della moglie aveva dato piccolo peso e presto s'era ribaltato in letto dall'altra parte per mettersi a russare. La moglie amante invece si ribellò: Vincenzo era un uomo che pensava e studiava e non aveva bisogno che nessuno lo sferzasse per farlo lavorare. Ai denari ci aveva pensato a sufficienza il padre e sarebbe stata una vigliaccheria di voler accumularne degli altri. Ora Vincenzo pensava e studiava.
La madre che aveva dedicata tutta la vita a quel figliuolo si sentì ferita al trovare qualcuno che voleva difenderlo contro di lei e divenne violenta. Fu sventura che capitasse allora Vincenzo, ciò che eccitò vieppiù la vecchia donna che si trovava davanti all'odiosa coalizione del figlio e della nuora. E allora essa disse i peggiori giudizii sul figlio. Voleva ferire e lo poteva facilmente perché era la sola cui fino dall'infanzia Vincenzo avesse rivelato l'intimo desiderio: «Continua, continua a studiare la vita di Napoleone. Così quando t'imbatterai in qualcuno che lo somigli, potrai ottenere da lui il permesso d'allacciargli le scarpe». Nell'ira essa manifestava l'intimo disprezzo per il vanesio ch'essa tanto intimamente conosceva e che in altri istanti, pur sempre vedendolo fatto così, avrebbe saputo compatire e consolare.
Vincenzo si sentiva soffocare dalla sorpresa e dall'ira. Nessuno aveva mai osato parlare in tale modo con lui. E in presenza di sua moglie! Cercò parole e non le trovò! Come trovarle? Egli non poteva mica dichiarare di sentirsi capace di somigliare a Napoleone! La sua stessa inerzia gli aveva sempre impedita la vanteria! La sua morbida ambizione trapelava da qualche pertugio, dai piccoli occhi ma non dalla grande bocca! Negare la sua ambizione a colei cui l'aveva rivelata lui stesso tante volte a bassa voce in una stanzuccia della casa paterna ove prima di coricarsi avevano sognato insieme, era cosa impossibile. Perciò e solo perciò nell'organismo tutto inerte s'accese l'occhio.
La madre se ne andò e i due coniugi restati soli piansero insieme, lei incantata di aver finalmente saputo il suo secreto: «Ah! Lo avevo indovinato da tempo! Tu mediti qualche cosa di grande!». Lui incantato che non appena aveva perduto la fede della madre aveva trovata quella di chi voleva rimpiazzarla si quietò subito.
Egli aveva sentito scattare il suo occhio ma non ci credeva più. Eppoi la madre se ne era andata erta e irata, tutta salute, non come il dirigibile che subito in seguito alla sua occhiata era rimasto infranto. Egli non pensava che il corpo umano è fatto altrimenti e che non contiene un gas accensibile. Il dardo vi produce una lieve fenditura e attraverso a quella viene attaccato il grande complesso organismo. Ci vuole qualche tempo per raggiungere la sua distruzione. "Domanderò scusa a mia madre" pensò Vincenzo che le carezze della moglie avevano rifatto buono.
Non poté mai più parlare con lei. Poche ore dopo la vecchia era stata trovata priva di sensi al suolo. Quando Vincenzo la rivide, la trovò che l'avevano già coricata; supina, immobile pareva presa da un sonno pesante dal respiro regolare ma rumoroso. Il padre gli raccontò che l'aveva vista al ritorno dalla visita alla nuora. A lui era sembrato che stesse bene. Quand'era ritornato l'aveva trovata giacente sul tappeto, proprio così come ora giaceva in letto e con lo stesso respiro forte e regolare. Solo la testa giaceva peggio, un po' tendente verso la spalla.
«Che abbia preso qualche sonnifero?» domandava il vecchio inquieto. Vincenzo subito – più colto – intravvide la verità e subito anche ricordò il proprio sguardo micidiale. Non volle ammetterlo! La madre doveva essere ubriaca. Non lo rivelava quel sonno calmo e plumbeo? Fu ipocrita con se stesso e con gli altri. E domandò al padre se a lui constasse che la vecchia signora fosse usa al vino. E quando il padre gli rispose ch'essa era stata sempre la sobrietà in persona, non ancora Vincenzo si rassegnò ad abbandonare la sua idea: «Tanto più effetto le avrà fatto il liquore che probabilmente avrà preso».
Ma il dottore venuto poco dopo gli tolse ogni dubbio: Trattavasi di una paralisi. Ancora Vincenzo non volle credere: Una paralisi? Con quel sonno dal respiro regolare, con quella cera... ch'era quasi la solita di sua madre. E rise, rise di un riso stridulo, voluto. Il dottore ch'era giovine non s'offese. Capiva di trovarsi di fronte ad un grande dolore e fu mite. Confermò il proprio giudizio ma aggiunse subito ch'era una malattia di cui spesso si guariva per un riassorbimento lento lentissimo. Il tempo guariva tante cose; soltanto bisognava avere il tempo. E se ne andò con questa frase sibillina che doveva scaricarlo della responsabilità che assumeva con quella promessa di guarigione.
Nella mente di Vincenzo questa frase lentamente maturò. Dapprima corse al letto della madre a sorvegliare che fossero eseguite le prescrizioni invero blandissime del dottore. Ma quando tutti meno lui sentirono il bisogno di riposo ed egli si trovò solo dinanzi al letto della madre, egli seppe ch'essa era moribonda per la ferita ch'egli le aveva fatta. Guardava con occhio supplichevole il povero corpo abbattuto. Gli pareva che il suo occhio ridivenuto buono avrebbe potuto guarire il male ch'esso stesso aveva prodotto. Poi s'inginocchiò davanti al letto e pregò come dinanzi ad una divinità e pianse.
Verso il mattino il respiro della madre si fece un po' più rumoroso. Qualche respirazione era omessa e una pausa era al suo posto; poi riprendeva ma la ripresa era un po' faticosa. Il mutamento era bene o male? Non poteva essere prossimo il risveglio?
Il dottore ritornò e trovò – com'egli disse – un lieve peggioramento. Gli pareva d'aver usato abbastanza riguardi a quel grande figliuolo e fosse venuta l'ora di parlare chiaro. La malattia in sé era tanto grave che diventava mortale per essersi aggravata di poco dalla sera innanzi. Ma il grande figliuolo divenne addirittura pazzo dalla disperazione e il dottore disse che non aveva mai visto qualche cosa di simile. Si strappava i capelli, si gettava per terra con un urlo ininterrotto: «Oh! povero me! povero me!». Parlandone poi con altri clienti il dottore diceva: «Curioso! La madre gli moriva e tutta la compassione di cui egli si sentiva capace, la riversava su di sé!». Nella disperazione egli accusava se stesso di una grave colpa. Ma per fortuna nessuno gli credeva.
La madre morì e fu portata via. Vincenzo parve più tranquillo. Aveva passato la giornata a guardare il cadavere della madre. Sentiva tale desiderio di rivederla viva che sperava che il suo occhio, quello stesso che le aveva dato la morte, la facesse rinascere. Cessò dallo sforzo quando la vide chiusa nella bara. Sarebbe stato terribile se ora fosse ritornata in sé.
Presto cessò anche d'accusarsi del grande delitto. Gerardo che oramai cominciava ad accorgersi della gravità della sventura che lo aveva colpito dava segno di cominciare a crederci. Aveva saputo del litigio violento avvenuto fra madre e figlio e riteneva che la congestione cerebrale di cui la vecchia era morta fosse derivata dall'eccitazione risultatale dalla disputa col figlio il quale perciò – credeva Gerardo – se ne accusasse colpevole. Vincenzo che non sapeva sopportare l'avvilimento di un'accusa simile cominciò a scolparsi. E così coperse di nuovo la sua coscienza di un denso strato sotto il quale essa si quietò ingannando tutti. Eppoi il suo occhio aveva commesso già il peggiore delitto; tutto il resto del mondo poteva oramai essere ferito da lui senza rimorso. Continuava a studiare la storia di Napoleone e sapeva che non era l'amore che a quello studio lo legava; era l'invidia e l'odio. Egli sapeva bene come fosse fatta quella speciale vita del suo occhio. Napoleone la attivava in modo straordinario. Per fortuna l'Imperatore giaceva tranquillo agli Invalidi al sicuro dai dardi di Vincenzo.
E l'unico dolore che oramai gli risultasse dalla sua strana malattia era un certo disprezzo per se stesso. Egli sapeva che tutte le cose alte di questo mondo venivano da lui abbattute; per pacificare la sua anima egli si diceva ch'egli avrebbe voluto compiere lui stesso delle cose eccelse e che essendogli stato impedito questo dal suo destino la sua grandezza s'era mutata in una potenza infernale. E il fatto che tale potenza veramente non dipendeva dal suo arbitrio non diminuiva quel disprezzo. Infatti non dipendeva da tale arbitrio. Egli guardò con occhio che volle malevolo un cane che lo assaltò; il cane poté morderlo e andarsene a vivere poi benissimo e in ottima salute. Occorreva ch'egli fosse toccato su certi punti del suo organismo morale perché l'occhio scattasse. I velivoli e i dirigibili che passavano per la sua città natale cadevano tutti. Vincenzo provava di frenare l'attività del suo occhio e guardava in alto forzandosi di pensare alle mogli e alle madri di quegli eroi per costringersi a benevolenza. Ma poi vedeva tali mogli e tali madri come aspettavano per portare in trionfo al loro ritorno i loro cari. E allora il proprio destino oscuro risorgeva nel suo ricordo e l'occhio subito diventava micidiale. Dunque non dipendeva dal suo arbitrio l'attività di quell'occhio ma era certo che la dirigeva il suo animo intimo un suo "io" che a lui pareva distante da sé. Perciò nelle notti insonni cui talvolta era condannato egli si diceva: "Io sono innocente!". E guardava intensamente nell'oscurità per vedere meglio e più esattamente l'immagine della propria innocenza. Non la trovava in natura tale immagine! Era lui come il serpe cui il veleno cresceva nel dente senza che l'animale ne sapesse? No! Il serpe poi mordeva mentre lui guardava; la cosa era ben differente! La sua miseria intima non fu sospettata neppure dalla donna che gli dormiva accanto.
La quale fu anch'essa vittima di quell'occhio. Come aveva lui potuto ferire quella povera donna di cui tutta la vita non era altro che amore per lui? Essa aveva dato alla luce dopo sofferenze intense durate lunghe ore un bambino! Esausta guardò il marito aspettandosi le sue espressioni di riconoscenza. Egli non ebbe per lei che il solito aspetto di compatimento. Trovava vana e inutile tutta quella sofferenza. Ed essa per spiegare meglio quello ch'essa voleva, tradì l'animo suo: «Vedi! Così tu diventi importante come desideri! Io popolerò la tua casa di figliuoli che, forse, in avvenire, diverranno qualche cosa!». Il giorno appresso le si manifestò la febbre che in pochi giorni la trasse alla tomba.
La povera coscienza di Vincenzo era ancora agitata da tale delitto che l'altro suo "io" aveva commesso quando per la piccola cittadina corse voce che vi si era stabilito un vecchio celebre oculista. In poco tempo aveva fatto miracoli nella piccola città. Aveva ridata la vista ad un vecchio che aveva perduta la luce 30 anni prima. Vincenzo guardava nello specchio i suoi occhi neri e foschi: "Se tutto il male stesse lì?". E, a dire il vero, andando dall'oculista a lui parve di fare un atto eroico: In complesso egli sacrificava una potenza che c'era nel suo corpo e la sacrificava senza domandare alcun compenso: Lo faceva per puro altruismo.
Vincenzo fu ricevuto dal vecchio dottore che gli domandò di che cosa soffrisse. Un subitaneo pudore impedì a Vincenzo di dire lo scopo della sua visita per quanto l'aspetto del dottore, un vecchio forte e barbuto dall'aspetto benevolo gl'ispirasse fiducia. Poi pensò che se il dottore sapeva guarire il malocchio lo avrebbe certo diagnosticato da sé e disse: «A me dolgono gli occhi quando guardo in alto!». «Soltanto quando guardate in alto?» domandò il dottore con un tono di voce che a Vincenzo parve ironico.
Il dottore fece sedere Vincenzo in un ampio seggiolone e lo obbligò di poggiare la testa sullo schienale. Con alcune lampadine elettriche gli illuminò l'occhio fino alla radice. Per lungo tempo guardò in quelle due piccole caverne, sede di tanta malignità, e pareva interdetto di trovare quell'occhio costruito dalla salute stessa. Poi vide e indovinò. Fu serio, accigliato, nient'affatto ironico: «Io non so guarire la vostra malattia. Io guarisco soltanto buoni occhi candidi, lagrimanti, lesi dall'infezione o feriti da altri corpi. Ma voi avete l'occhio cioè il malocchio perfetto. Sapete vedere e sapete anche ferire. Che volete di più?».
Vincenzo con isforzo mormorò: «Ma io vorrei che voi faceste in modo che il mio occhio non fosse più un malocchio. Io sono un uomo buono e non vorrei fare dell'altro male ai miei simili».
Il dottore prima di rispondere andò a prendere un oggetto che strinse fortemente in mano per essere protetto dall'occhio di Vincenzo poi parlò senza paura: «Voi non potete essere buono dal momento che avete sotto le ciglia quei due ordigni! Voi siete un piccolo invidioso e vi fabbricaste l'arme che faceva al caso vostro». L'occhio di Vincenzo scattò ma questa volta non servì a nulla perché il dottore s'era premunito. E il dottore sorrise:
«Avete visto come ho potuto scaricare la vostra arme? Basta sapervi toccare in un dato punto e voi ferite! Andatevene che mi fa male vedervi».
Vincenzo volle difendersi: «Ma se sono qui pronto di sottostare a qualsiasi cura che voi aveste da impormi? Non vuol dire ciò che io non volli l'occhio che ho?».
Il dottore disse allora: «Se siete tanto buono come dite sedete su questa seggiola e permettetemi di strapparvi i due occhi malvagi».
Vincenzo al sentire la proposta non stette ad ascoltare altro e si mise a correre. Fece le scale a quattro a quattro seguito dal riso ironico del dottore.
Poco dopo morì il padre di Vincenzo e quello lì proprio di morte naturale. Al suo funerale Vincenzo era sereno; egli non c'entrava per nulla in quella morte.
Seguì una settimana di una certa attività per Vincenzo. Volle disfarsi subito del commercio in vini. Così si ritrovò di nuovo privo di occupazione. A casa attendeva al bambino una donna di piena fiducia.
E così passarono degli anni.
Una sera d'estate Vincenzo in attesa del pranzo sbadigliava sulla terrazza della propria villa. E la propria noia egli ammirava. "Altri si troverebbe bene di non far nulla! Io invece ne soffro!". Anche del suo malocchio aveva trovato il modo di compiacersi e di vantarsi: "Molte grandi forze sono in natura che possono essere benefiche, e lasciate a sé producono delle calamità". Forse avrebbe usato più spesso del suo malocchio se questo fosse stato realmente a sua disposizione e se non avesse avuto paura di essere scoperto.
Qualcuno o qualche cosa s'era arrampicato sulla sua seggiola. Era il suo bambino che oramai aveva sei anni. Si volse con malvolere e il bambino fuggì. La paura del piccolo Gerardo lo fece sorridere. Era grassoccio, bianco e biondo come la sua defunta madre. Vestito di una maglia azzurra e di brevi calzoncini che gli lasciavano le ginocchia nude, già troppo grande per quel costume dava l'idea di una grande robustezza. Vincenzo nella piccola cittadina passava per essere un buon padre. Il bambino aveva avute tutte le comodità che a quell'età si possono avere, giocattoli in quantità ed anche l'affetto di cui abbisognava perché la donna cui era stato affidato quella sì era veramente buona e dolce e gli teneva luogo di madre. Anche il bambino credeva di avere un padre molto buono, anzi – così gli era stato insegnato – il papà era il rappresentante della bontà sulla terra e quando gli si domandava: «Chi è buono?», rispondeva: «Papà».
Vincenzo richiamò il fanciullo. Con lui venne la sua tutrice che un po' spaventata dall'avvenimento insolito, si fermò alla porta della terrazza. Il fanciullo non aveva paura. Si mise dinanzi a Vincenzo e si poggiò con le braccia sul suo grembo. Vincenzo gli sorrise e l'accarezzò. Poi pensò a quello che avrebbe potuto dirgli. Avrebbe potuto dirgli qualche cosa di grazioso, grazioso quanto [Il racconto si interrompe a questa parola]