LA BUONISSIMA MADRE-1

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LA BUONISSIMA MADRE Amelia era un'ottima fanciulla educata ai migliori principî e quando venne il tempo di maritarsi, il padre suo, ch'era un onesto negoziante, le disse un giorno con aria soddisfatta che un milionario del paese aveva domandato la sua mano. Amelia timidamente oppose: «Ma io veramente calcolavo di sposare mio cugino Roberto; semprecché egli mi voglia» aggiunse la buona fanciulla arrossendo «perché mai me lo disse». «Queste sono fanciullaggini» disse il padre che sapeva le cose meglio di sua figlia. «Roberto non ha ancora finiti i suoi studii! Roberto spende molto più di quanto deve; Roberto non dispone del becco di un quattrino...». La fanciulla esitava, le guance in fiamme. «Eppoi» concluse il padre «se ti avesse voluta, te l'avrebbe detto. Vuole forse che tu gli corra dietro? Dove si è visto che si tratti così una fanciulla dabbene?». La fanciulla si convinse. Quel Roberto infatti non sapeva trattare. L'ultima volta che l'aveva vista era stato muto, accigliato accanto a lei. Che cosa gli era capitato? Era ripartito per i suoi studi senza neppure venire a darle l'ultimo addio ed ora meritava, sì, meritava ch'essa si sposasse ed anzi senza dargliene avviso. Perché Amelia voleva sposarsi al più presto. Figlia unica era stata abituata a vedersi esaudito ogni suo desiderio. I genitori andavano debitori unicamente dell'ottima indole della fanciulla se essa aveva dato un tale ottimo risultato. Essa aveva compiuto tutti i suoi studi ed anche molto bene. Veniva molto lodata specialmente per le materie positive: Le scienze naturali specialmente. Balbettava Darwin. La vita doveva fornirle i commenti necessari. Essa sapeva che l'antenato dell'uomo era fatto in un dato modo e che perciò l'uomo e anche la donna erano fatti così e così. Sapeva la genesi delle mani e dei piedi e di molte altre cose ancora. Le sue belle mani e i suoi piedini non entravano nella legge. Si guardava volentieri nello specchio e mai vedendo i propri occhi azzurri aveva pensato che qualche suo antenato li aveva avuti più piccoli, più irrequieti, più aderenti alla radice del naso. Dai suoi occhi brillava il pensiero e il sentimento e ambedue mancavano di antenati secondo lei. Del resto anche Darwin aveva parlato degli antenati dell'uomo e non dei suoi proprî. E Amelia aveva l'abitudine di leggere i libri come erano scritti con quel cieco ordine, una pagina dopo l'altra in modo che fra una e l'altra non ci fosse tempo per le applicazioni e derivazioni. Le antiche illusioni egotistiche vivevano indisturbate in mezzo alla scienza moderna. E così neppure Darwin seppe impedire ch'ella sposasse il milionario il quale venne e fece la sua brava dichiarazione. Emilio Merti venne ricevuto un dì dalla madre di Amelia. La fanciulla dovette farsi aspettare e quando entrò il milionario si alzò. La piccola figurina esitò sforzò si spostò per alzarsi ma tuttavia non perdette ogni disinvoltura e tese una mano ben fatta, un po' tumida, alla fanciulla. La guardò con occhi lucenti dalla commozione; uno sguardo che ricordava quello di Roberto. Alla fanciulla piacque quella faccina fine dolce, le labbra sottili un po' pallide, la fronte altissima, troppo alta quella fino alla metà della cervice. In fondo si capiva anche al suo aspetto che doveva essere persona ricca e fine e ad Amelia bastò. Esaminando lo sposo molto da capo a piedi scoperse che lo stivale destro aveva almeno una quindicina di centimetri di suola. Quando lo vide muoversi scoppiò quasi dal ridere: Stimo io! Zoppica! Non può essere altrimenti con quel peso che porta al piede destro. Lo sposo divenne rosso come Roberto quando gli si parlava dei suoi studî (strano come ella tirava sempre dei confronti con Roberto) e le spiegò che la sua gamba destra aveva cessato di crescere a una data età. Questo per un istante ricordò ad Amelia certi studi di Darwin sugli astici che hanno il lato destro più grosso del sinistro ma dovette ricredersi quando il signor Emilio con voce un po' velata dall'emozione le raccontò che da bambino la sua balia l'aveva lasciato cadere a terra. Tale caduta gli aveva procurato una lesione che non soltanto gli tenne breve la gamba ma piccolo anche il femore. Quello non si vedeva perché era coperto non da suole ma da ovatta! Gli occhi di Amelia s'inumidirono dalla compassione: "Poverino! Condannato a portare attorno per tutta la vita tanta ovatta e tante suole!". Vedeva dinanzi a sé il piccolo essere lasciato cadere a terra dalla balia disattenta. Lo vedeva a terra, inconsapevole che quella caduta peggiorava il suo destino, piangendo non per altro che per il dolore momentaneo. Poi la sua faccia s'infiammò al ricordare quella balia che per lei era un delinquente comune: "Oh! se fossi stata sua madre" pensò "io le avrei strappati gli occhi". E pensò ancora: "Se io avrò la fortuna di averne dei bambini starò attenta che simili avventure non potranno toccare loro". Intanto non sembrerà vero: Il cuoricino di Amelia aveva battuto per il milionario. Non sarà stato amore ma compassione, ma certo è che Emilio non le era indifferente. Egli l'addobbò come la Madonna di Loreto di oro e brillanti. A lei tali giocattoli non importavano ma capiva il desiderio di compiacerla per cui le venivano fatti e ne era riconoscente. Del resto la sua testa infantile era già abbastanza calcolatrice e sapeva che i suoi brillanti rappresentavano una sostanza. "Chissà" pensava quella buona figlia di negoziante "che i miei figliuoli non possano una volta o l'altra averne bisogno?". La maternità in Amelia era stata sviluppata specialmente dai due figliuoli di sua sorella, due amori di bambini. Essa aveva assistita la sorella nell'allevarli e i bimbi l'amavano come se fosse stata una seconda loro madre. Subito al suo fidanzamento Amelia si staccò un po' da loro. La sua vita s'era agitata e veniva occupata giornalmente da conoscenze nuove e vecchie, visite da ricevere o da rendere. Eppoi essa sentiva avvicinarsi da lontano il rumore dei passetti dei proprii bambini. Ne ebbe presto uno grande e grosso: Il proprio marito. Un'amica (forse invidiosa dello splendido matrimonio) le aveva detto che Emilio Merti si sposava per tentare un'ultima cura per salvare i suoi nervi pericolanti. Era una cura alquanto drastica e poteva essere un po' drastica anche per la moglie. Amelia non ci credette, poi serenamente soggiunse: «Certo io farò del mio meglio perché la cura gli giovi». Così il suo cuore s'aperse intero alla maternità. Il marito passava la giornata in cure. Aveva uno specialista per ogni parte del corpo ed è così che Amelia dopo due anni ebbe il primo bambino. Con tanta impazienza metterci due anni era molto e proverebbe che quegli specialisti non erano di primo ordine. Il bambino appariva un po' pallido e debole e tanto più chiamava le carezze materne. Dopo la nascita del bambino i due coniugi Merti passarono un anno delizioso. Egli come tanti esausti era grato alla moglie che lo sopportava ed essa poi lo sopportava volentieri dolce e buono come era. Essa stessa allattava e viveva attaccata al suo piccino come se fosse vissuta in un paese pericoloso. Così quando il medico, trascorso il primo anno, chiamato a vedere perché il bimbo non volesse ancora risolversi a fare i primi passi dichiarò che la gamba destra non voleva svilupparsi, Amelia con piena certezza poté dichiarare: «Ma se non è mai caduto». Ne era certa! Nessun urto poteva aver leso quell'organismo. Il medico fece tanto di occhi e non poté frenarsi: «Ma il padre!». «Il padre» disse Amelia piangendo «quello sì, poverino, fu lasciato cadere a terra da una balia disattenta». Il medico stupito di tanta innocenza ricordò il dovere del segreto professionale e disse: «Deve trattarsi dell'eredità di una qualità acquisita». Oh! quella balia! Aveva rovinata tutta una generazione di Merti! Passarono mesi e tutte le cure prodigate al bambino parvero inutili. Faceva ora i primi passi poggiato su una gruccia. Quel rumore lieve dei primi passetti incerti era sostituito nella casa desolata dall'alternarsi di un rumore secco e duro della gruccia... destra e di uno pesante del piede sinistro. A una certa epoca il dottore poté constatare che anche il braccio destro stentava a svilupparsi; tutta la parte destra restava povera mentre l'altra si sviluppava esuberante di ossa di carne di grasso. Pareva un bambino cucito insieme di due parti di altri bambini. Il dottore che, oramai, sapeva come dovesse trattare Amelia, sentenziò: «La qualità acquisita, per ragioni misteriose, deve essere stata sviluppata nell'ambiente». E Amelia ch'era ritornata al suo Darwin fece, benché dolcemente, il suo primo rimprovero al marito: «Avresti dovuto far fare giornalmente ginnastica alla tua parte destra». Per fortuna non pareva che Amelia avesse dovuto avere altri figlioli. Essa continuava, benché senza speranza, la lotta con la malattia del suo rampollo. La giornata era piena di cure per il marito e per il figliolo. C'era una stanza del palazzo piena di strumenti ortopedici tutti appaiati, uno piccolo e uno grande e Amelia li teneva essa stessa in ordine. Giammai fu intrapresa più assidua una lotta contro la malattia. Merti, commosso, faceva anche lui le cure con tutta energia perché avendo indovinato il desiderio della moglie, voleva con tutte le sue forze riparare al mal fatto. Si curava. Ingoiava pillole e acque diverse, si applicava impiastri, faceva le ginnastiche più varie. Per consiglio di un medico andò anche a cavallo ma alla terza lezione cadde malamente ledendosi la gamba sinistra. Fu portato in lettiga a casa e nel primo dolore confessò alla moglie l'intimo animo suo: «Ed io che miravo solamente a soddisfare il tuo desiderio di bambini sani». Amelia non fu né sorpresa né commossa che si facesse tanto per la sua felicità. Non viveva ella stessa allo stesso scopo? Accasciata mormorò: «Che tale lezione non ti rovini anche il lato sinistro!». Il marito per consolarla le disse: «Forse così interverrà un certo equilibrio e si potrebbe avere dei piccini più piccoli degli altri ma fatti con una certa simmetria!». In poche settimane invece il piede sinistro guarì e liberato dai gessi si dimostrò come sempre troppo lungo, troppo forte, troppo diritto. «È ben differente l'azione di una lesione in un corpo adulto di quello che sia in un corpo infantile» sentenziò Amelia. Il bambino Achille (si chiamava così con evidente profezia di una delle due gambe difettose) seccato forse da tante cure cresceva cattivetto parecchio. Quella sua gruccia era nella sua mano sinistra un'arma terribile e le fantesche la ricevevano spesso sulla schiena. «Perché non picchi con la mano destra per fare esercizio?» ammoniva Amelia. A quattr'anni gettò la gruccia, sempre con la mano sinistra, contro la madre. Il piccolo mostricciattolo era poco divertente. Un bel giorno si mise a letto con un raffreddore. La febbre non lo abbandonò più. Intorno a lui le cure continuarono assidue. Si fecero venire dalla capitale dei medici illustri cui si parlava della febbre, della gamba corta, della tombola fatta dal padre e di tutte le cure intraprese. Se ne andarono intontiti. «Ad ogni modo» sentenziò uno di loro «la deformità resterà quale è. Non aumenterà». Ed ebbe ragione. Avrebbe potuto anche dire che quella deformità sarebbe diminuita poiché si sa che la deformità della morte copre tutte quelle della vita. Quando la piccola cassa fu portata via Amelia si sentì sola. "Ed ora?" si domandava quasi farneticando. Il marito – dopo la sua ultima avventura – non osava troppe ginnastiche e massaggi. Così non c'era niente da fare. Ritornò ai nipoti. Ma erano cresciuti e appena appena la conoscevano. Fu una fortuna che in quei giorni un amico d'affari del marito da Roma chiese l'ospitalità del Merti per la propria moglie e due bambine che dovevano fare i bagni di mare. Furono invitati calorosamente e la casa s'animò. La signora Carini era una buona donna insignificante alquanto se non avesse parlato il più puro linguaggio romano. Le due bambine erano due tesori. Erano brune e Gemma la maggiore di sei anni aveva un aspetto di piccola madre quando teneva per mano Bianca la minore. E Bianca meritava tale nome. Nei suoi riccioli bruni c'erano tracce d'oro e la sua pelle era bianca tanto che le venette vi si rivelavano azzurrognole alle tempie. Divenne subito la prediletta di Amelia che la strinse al seno come se avesse riavuto il suo Achille riveduto e corretto. Oh! ma come una bambina così era differente dal suo povero bambino compianto cui essa in cuor suo domandava perdono perché lo tradiva. Dapprima un po' intimidita dal nuovo ambiente presto ne divenne la padrona. Correva le vaste stanze del pianterreno col passo malfermo e quando Amelia le correva dietro spaventata all'idea che qualche spigolo di mobile potesse ferire la testina, la madre sorridente e tranquilla diceva: «Lasci, lasci; sa guardarsi da sola». Amelia non raccontò alla signora Carini come il suo bambino fosse stato fatto. Lo piangeva con la buona signora descrivendolo come se avesse somigliato a Bianca. Le pareva un delitto e una vergogna parlare della deformità del povero bambino. E così anzi il ricordo di Achille si purificò e certo in ultimo Bianca e Achille si confusero tanto bene insieme che Amelia piangeva piuttosto di non possedere Bianca che di aver perduto Achille. Amelia ebbe una grande gioia che le fu concesso di dormire con Bianca. La piccola che ancora faceva dei denti si destava talvolta piangendo di notte e destava allora anche la Gemma. Le due madri divenute intimissime nell'affetto per i bambini andarono presto d'accordo e Bianca dormì nel letto del signor Merti che per intanto dovette emigrare dalla stanza di sua moglie. Amelia amava nella semioscurità alzarsi a contemplare l'angioletto che le dormiva accanto. La stanza era illuminata da una debole luce rosea e la bambina era coperta solo da una breve camiciuola. Le sue carni bianche avevano degli splendori delicati in quella luce. Il miracolo della vita, della più pura vita, si enunciava chiaro con un distacco incredibile di colore in quella stanza ove l'unica luce rosea avrebbe dovuto fondere tutto. La testina ricciuta poggiava immota i labbrucci socchiusi. Talvolta un sogno le strappava qualche parola incomprensibile di cui Amelia rideva tanto da dover premere la propria bocca sul guanciale. Una manina nel sonno poggiava sempre accanto alla testa di Amelia che non rifiniva d'ammirarne le unghiette miniate.
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