LO SPECIFICO DEL DOTTOR MENGHI-3

2053 Parole
Ci mancavano ancora quelle uve ma le ferite di legno giallo apparivano allora in confronto al resto dell’armadio quasi sanguinanti. Non s’erano chiuse ma il tempo aveva intonato il colore anche su di esse. Riposai do nuovo dello sforzo mentre il mio pensiero non cercava riposo. Tutto quello ch’io avevo sospettato s’avverava: la vita diminuita era capace di concentrarsi meglio in certe direzioni. I fisiologi di un secolo fa dicevano: metà e più del corpo umano è morta. Io forse aumentavo la parte morta ma intensificavo la vita della parte viva. Persino le mie gambe divenivano più vive se io volevo . La sensibilità mia laggiù era tanto diminuita ch’io non sentivo di avere i piedi nudi né percepivo se poggiassero sulla lana della coperta o sul lino delle lenzuola. Rivolgendo la mia attenzione colà, la sensibilità improvvisamente aumentò e senza guardare, dalla sola sensazione sentii chiaramente la dolcezza della soffice lana. Intanto venne l’alba. La finestra ch’era posta alla parete più lontana da me si fece viva, dapprima discreta, discreta, come se bussasse per poter entrare. Presto divenne la cosa più importante della stanza. Com’era bella, svegliatasi così sotto le tendine rosee. Stanco, cercai il riposo e l’ultima mia impressione visiva fu di nuovo l’armadio che aveva viste tante albe senza essere stato mai osservato tanto intensamente. Subiva ora una luce antipatica, corrotta dal giallo della fiamma a gas. Poi a me parve di non arrivare ad addormentarmi. Il mio cervello continuava a lavorare e non ripeteva soltanto le immagini ch’io avevo avute nella veglia ma creava. Mi trovai così di aver pensati i futuri esperimenti ch’io dovevo fare. Dapprima dovevo vedere se l’Annina nel nostro organismo si sommasse e se fosse stato possibile d’intraprendere delle cure a dosi minime giornaliere nelle quali la dosatura sarebbe risultata da sé con la più semplice osservazione. Poi dovevo indagare se usando il nostro organismo all’Annina risultasse un’abitudine e se quest’abitudine eliminasse la crisi o addirittura ogni effetto. Nello stesso tempo il pensiero a tanto lavoro che dovevo compiere mi faceva soffrire. Eppure dormivo. Non appena il mio pensiero s’animava io mi trovavo del tutto desto tanto era piccolo il passaggio; poi ricadevo in un torpore che non era altro che il sonno ma il sonno lungo, lungo, una mezza veglia: il sonno dell’animale cui avevo tratto l’Annina. Ed io che lo conoscevo, sentivo il desiderio del sonno più profondo, ristoratore e mi pareva che come mi vi avvicinavo qualche cosa o qualcuno me ne allontanasse. A quest’ora, seduto qui al tavolo io so che il ,tempo fa diminuire l’effetto dell’Annina. In undici ore constatai in me tre stadii. Il primo di cui non so la durata era stato contrassegnato dalla perdita totale dei sensi. Nel secondo ebbi la mente lucidissima ma i movimenti lenti e penosi; anzi lo caratterizzerò così: niente percezione senza volere. Nel terzo, non ristorato dal sonno perché ad esso non arrivai mi ritrovai capace di un lavoro seguito quale è quest’annotazione. Nella notte intera deve aver persistito in me un offuscamento di coscienza. Tant’è vero che non m’ero fatto un rimorso di aver trascurato le annotazioni per e quali avevo corso tanto rischio. Forse da ciò mi risultò un disagio sordo un malcontento che mi guastò la notte meravigliosa tanto che guardando dietro di me mi appare sgradevole quale la notte di un infermo. Concludo: per godere del riposo che dà l’Annina, bisogna non averla inventata. Qui anche queste annotazioni tanto imperfette sono interrotte. Si picchiava con forza al mio uscio ed una voce profonda d’uomo echeggiava: “ma, insomma, dormi o sei morto?“. Aprii la porta ed entrò il dottor Clementi dalla cui faccia niente trapelava che avesse potuto far sospettare la gravità della notizia ch’egli mi apportava. Era affannato e irato perché, come poscia appresi, mi chiamava così da oltre mezz’ora. Io sono stato sempre un po’ distratto ma non tanto da non udire a pochi passi di distanza la voce stentorea del dottor Clementi. Visto che quando il pubblico conoscerà questa mia memoria io sarò morto, è da ritenersi che il dottor Clementi sarà allora da lungo tempo dimenticato. Non dico ciò perché egli sia più vecchio di me ma perché egli è un individuo ch’io chiamo un morituro. L’esuberanza sua di vita deve fargli percorrere ben presto la via che per altri, dotati di organi moderatori più potenti, è più lunga. Egli si scalda anzi si scalmana per tutto e per tutti. S’occupa anche di politica – a quanto mi dicono – e vi spreca un’attività enorme. Io lo conosco per aver lavorato per due anni quale suo secondario all’ospedale. Mi parve d’aver passato quei due anni interi sotto un ponte ferroviario su cui fossero corsi pazzamente, su e giù, dei treni sterminati. Com’è rumoroso quell’uomo! Intanto per lui ogni suo malato è una sua propria, strana avventura che tocca solo a lui, e ne parla, ne parla, ne parla. Ammetto che sia capacissimo quale medico (ed è perciò che gli affidai mia madre) ma solo per troppa esuberanza di vita, egli prende, veh!, dei granchi. Quando vede l’ammalato il primo giorno, comincia subito a diagnosticare e diagnostica il secondo, il terzo e il quarto giorno finché l’ammalato guarisce o muore. E anche dopo egli diagnostica e studia e almanacca e assiste alle sezioni cadaveriche. Se la sua diagnosi era giusta egli ne parla tanto che pare ne sia più sorpreso di tutti. Se era fallata la racconta tuttavia ad amici e nemici che lo deridono per questi suoi difetti e più ancora per la sua precipitazione di parola per cui è sempre costretto ad usare di frasi che si ripetono: “faccio un passo indietro...“ e poi: “Riassumendo... ma devo prima spiegarvi...” e così via. Si può dire di lui che non è un fanfarone solo perché è uno scienziato. Quando entra in una casa quale consulente, il medico di casa trema. Il dottor Clementi non intende certo di far del male a nessuno ma visto che ogni malato per lui ha tre malattie almeno, è difficile che il medico di casa abbia parlato di tutt’e tre. Io trasalii vedendolo entrare in camera mia quella mattina a quell’ora. Il mio primo pensiero fu questo: la provvidenza m’invia la persona che più di tutti abbisogna di Annina. E pensai di raccontargli della mia scoperta e di pregarlo di farne una prova su lui. Contemporaneamente ebbi varie idee. Fra altre quella di provare l’Annina su un pazzo agitato, la prova sarebbe stata più concludente che sul dottor Clementi... ma di poco. Il dottore non mi lasciò parlare. Con uno sforzo che dovette costargli parecchio, soppresse l’ira provata per non avergli io risposto più presto. Prese un’aria di commiserazione che non presagiva niente di buono. Pareva tentasse di consolarmi prima di darmi una cattiva nuova. La piccola figurina nervosa s’appogiava quasi su di me. Aveva alzate le braccia e poggiate le mani sulle mie spalle per segnare un abbraccio che causa la differenza di statura non era possibile. “Tu non sai nulla dunque? Hai un sonno tu!” e mi guardò con invidia. Sorrisi ricordando ch’egli dormiva bensì intensamente ma non più i sei ore per notte e pensai: “troverò ben io il modo d’allungarti il sonno!”. Come poté poi avvenire che restassi sempre alla mia idea apprendendo che circa un’ora prima mia madre era caduta per terra con un grido acuto di dolore e di spavento e che il dottor Clementi accorso parlava di aneurisma passivo dandomi delle speranze ch’egli evidentemente non divideva? Ma io non caddi svenuto io stesso né mi slanciai alla stanza di mia madre pieno di dolore e di speranza a porre il mio orecchio medico, reso più acuto dall’affetto filiale, sul petto materno a ricercare se l’orribile squarciatura fosse realmente avvenuta. No! Mia madre e il suo e il mio affetto erano dimenticati del tutto ed io non ricordavo altro che quel cuore colpito da esuberanza di vita. Mi volsi alla cameriera che aveva accompagnato il dottore alla mia stanza e che s’era arrestata alla porta in attesa di ordini: “mia madre s’è adirata con qualcuno questa mane?”. La cameriera confermò: il macellaio ubriaco già a quell’ora, a certi rimproveri di mia madre aveva risposto con impertinenza e mia madre s’era agitata fortemente. Mezz’ora più tardi era stata presa dall’attacco. “A che serve?” interloquì il dottor Clementi. “Tu sai bene che parlare di rottura spontanea del cuore è un modo di dire che manca di base scientifica. La rottura è sempre la conseguenza della degenerazione”. Vedendomi impallidire aggiunse con una carezza paterna: “non perdere il coraggio. Io piuttosto che fare una diagnosi ho sentito il pericolo”. Poi ricordò che oltre che suo cliente ero suo collega. Non volle ammettere di poter sbagliarsi e si corresse con vivacità come se rispondesse a qualche oppositore anziché a se stesso: “io dico che si tratta di una rottura di piccole dimensioni al ventricolo sinistro ma spero ancora di poter ingannarmi. E del resto parlerò al collega Walther. Si parla tanto in quest’epoca della possibilità di cucire il cuore... Io conoscevo l’operazione orribile che non aveva avuto buon esito che una o due volte e non ammisi neppure per un momento la possibilità di permetterla. Quando entrai da mia madre il mio piano scientifico era fatto; la cura doveva consistere in iniezioni a dose lievissima di Annina ripetute giornalmente. Il mio contegno causa l’intima mia freddezza e l’idea che mi dominava tutto fu esitante tanto che mi meravigliai ch’essa non se ne accorgesse. Non piansi. Celai i miei aridi occhi con la mano e mi lasciai cadere ginocchioni accanto al letto. Essa alzò lentamente il braccio e, restando supina, mi porse la mano che baciai. “Io muoio, figlio mio!” mormorò. “No! No! madre mia!” urlai e una specie di singhiozzo m’interruppe. Appariva quale un singhiozzo ma io sapevo perfettamente che il mio respiro non era intralciato da altro che dalla speranza di salvare una vita con l’Annina. Il caso di mia madre era tipico. Un grido, un solo grido ed essa – se io non intervenivo – correva precipitosamente alla morte. Se anche avessi dubitato della diagnosi del dottor Clementi, mi sarebbe toccato di convincermi al solo vedere mia madre. l’Annina era stata inventata in tempo. Io sapevo quale efficacia potesse avere il ghiaccio ch’era stato posto sul petto di mia madre. Ci voleva altro per domare quel cuore! Sta bene! prima di rompersi era degenerato, ma perché era degenerato? Evidentemente perché prima che la pressione fosse arrivata a spezzarlo, era riuscita a degenerarlo. Era escluso che si trattasse di una degenerazione grassa. L’organismo di mia madre era tanto povero di adipe! Era la prima volta ch’io mi scoprissi più complicato ancora dello stesso Clementi. Singhiozzavo sempre! Se avessi avuto un dolore sincero a quell’ora, sentendo singhiozzare anche mia madre, nel timore di danneggiarla con un’emozione troppo viva, avrei saputo fingere e quietarmi. Così invece continuai a singhiozzare finché il dottor Clementi che m’aveva seguito non si chinò su me e non mormorò al mio orecchio: “collega! Volete dunque uccidere vostra madre?”. Allora mi fu facile di quietarmi; abbracciai mia madre dicendole sorridendo che m’ero commosso tanto al sentirla dichiararsi prossima a morire. Non v’è dubbio! L’Annina oscurava nel mio organismo il sentimento e il dolore. Non era stato previsto ch’essa avrebbe diminuito l’attrito? La mia vita ridotta dal potente moderatore non bastava che a tener lucido il mio cervello e a mala pena il sentimento di me e per me. Essendo io un individuo sano ma non dei più forti, ebbi sempre marcato nel mio organismo il carattere della rapida combustione. Ebbi sempre, cioè, le mani calde ed un’esuberanza di sentimento che mi faceva soffrire al solo veder soffrire una bestia. Invece ora mi mancava il dolore persino assistendo alla rappresentazione di quello che, vicino o lontano, era pure il mio destino. La previsione della morte esisteva allora in me soltanto quale la conclusione di un sillogismo... forse errato anche quello. Eppure questa freddezza non era scompagnata da un sentimento di decadenza non dissimile da quello che deve avere chi s’abbrutisce in un vizio avvilente. Guardavo al mio passato d’altruismo come ad un’altezza irraggiungibile oramai per me. E pensavo: “peccato che ho preso l’Annina precisamente poche ore prima che mia madre ammalasse!”. Ricordo che assursi a mio giudice. Guardavo la faccia di mia madre oramai né dolce né fiera ma abbattuta, tanto che si vedeva pronta a ricevere la maschera ippocratica e mi dicevo: “se un altro figlio fosse al tuo posto e se io ne indovinassi i sentimenti, che cosa gli direi?”. Risposi schiettamente a me stesso che gli avrei dato del cane! Sempre così: cervello lucido e sentimento annebbiato. Non appena restato solo con mia madre l’assalii subito. Dovevo trovare un modo di suggerirle la cura dell’Annina senz’agitarla di troppo. Cominciai col dirle ch’io stavo benissimo ad onta che la sera prima mi fossi fatta un’iniezione di Annina. Poi le raccontai tutte le mie avventure della notte ed essa le ascoltò con grande piacere. Mi parve che per istanti dimenticasse persino la sua terribile posizione. In conclusione mi disse:
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